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LE POESIE DI DANIELE

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100.000 visite in un anno e mezzo, nel giorno della Liberazione

Questa mattina mi avresti chiamato e mi avresti detto:

"Uagliò, hai visto il sito? 100.000 visite...!!!"

Sul 25 Aprile, invece, credo che non mi avresti detto niente...

Parole da dire, pensieri, su di te, me ne restano molte ma le voglio tenere gelosamente per me, nella mia mente, nei miei ricordi.

Sarebbe superfluo star qui a dire e parlare di te, com'eri, cos'eri.

Solo chi ti ha conosciuto può sentire il peso di cosa gli manca adesso, di cosa ha perduto.

Mi avevi lasciato degli articoli ancora da pubblicare e voglio pubblicarli adesso, lasciarli a tutti, disponibili.

Quindi, come mi avresti detto tu... "Uagliò, aggiorna 'o bblog!"

Ciao, Daniele.

 

 

 

L'Associazione Sleipnir presenta "Libro e Moschetto. Armiamoci di cultura"

 


Rassegna editoriale con Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Nicola Rao e Paolo Zanetov



L'Associazione "Sleipnir" è orgogliosa di presentare la rassegna editoriale "Libro e Moschetto. Armiamoci di cultura" alla quale parteciperanno politici e giornalisti che hanno scritto e raccontato la storia italiana dal dopoguerra ad oggi.
"L'iniziativa - spiega Rodolfo Turano, Presidente dell'Associazione - è nata per onorare la memoria dell'amico, giornalista e scrittore Daniele Lembo, prematuramente scomparso lo scorso 17 marzo. Per questo motivo - continua Turano - abbiamo deciso d'istituire il Premio Daniele Lembo".
L'iniziativa è patrocinata dalla Città di Anzio, che ha messo a disposizione la maestosa Sala Consiliare di Villa Corsini-Sarsina, dove, dal primo marzo, a sabati alterni e sempre alle ore 18.00, si terranno i quattro incontri organizzati dall'Associazione.
Si partirà sabato 1 marzo con Stefano Delle Chiaie, fondatore di "Avanguardia Nazionale", che presenterà il suo libro "L'aquila e il condor"; sabato 15 marzo toccherà Mario Merlino, fondatore del "Circolo Anarchico 22 marzo" ed autore del libro "Ai confini del nero", sabato 29 marzo sarà il turno di Nicola Rao, giornalista, scrittore e opinionista responsabile del TGR Lazio che presenterà il suo ultimo libro "Trilogia della celtica", e infine, sabato 12 aprile, sarà la volta dello scrittore Paolo Zanetov che presenterà il suo libro "Cuori rossi contro cuori neri".
Per maggiori informazioni è possibile seguire la pagina Facebook "Associazione Sleipnir" o consultare il sito associazionesleipnir.blogspot.it.

Dott. Valerio Scalia
iPhone: 338/6146460
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Corrado BARBIERI

 

8 settembre 1943 - 70 anni


 

Ci sono momenti nelle vicende di una nazione che possono influire, per secoli, sulla storia e

sulle scelte di quel popolo.

Ci sono giornate eroiche dalle quali quella gente trarrà linfa etica per i secoli a venire, come ci sono

momenti miserabili

che saranno solo l'incipit di una valanga di miserie morali - e talvolta anche economiche - per tutti loro.

Uno di questi momenti fu per l'Italia l'8 settembre 1943, data in cui una resa senza condizioni fu

contrabbandata per armistizio,

mentre un re fuggiasco si dileguava abbandonando a se stessi il suo popolo e il proprio esercito.


L'Autore

 

 

 

LE PORTAEREI CHE NON SALPARONO

 

Cisterna di Latina - Le portaerei che non salparono: le navi portaerei e porta idrovolanti della Regia Marina,

questo è il titolo dell'ultimo lavoro letterario di Daniele Lembo: l' opera, cui lo storico ha messo mano fino a qualche giorno prima di lasciarci,

viene pubblicata postuma per i tipi della IBN, quasi a voler rappresentare un tributo alla memoria del suo indimenticabile autore.
L'agile penna di Lembo, piacevolissima anche per chi non fosse particolarmente avvezzo alle questioni militari, tratteggia con chiarezza

e precisione un argomento misconosciuto della storia militare del XX secolo: la progettazione, l'evoluzione e l'impiego

(ma meglio sarebbe scrivere, il mancato impiego) delle portaerei militari italiane.
Ripercorrendo le innovazioni tecniche messe in campo dalla Regia Marina - dall'inizio del secolo, agli anni '40 - la penna di Lembo si sofferma in

particolare ad analizzare il rapporto fra le forze di mare e la Regia Aeronautica, giungendo all'amara conclusione che buona parte degli insuccessi

bellici della Seconda Guerra Mondiale siano da addebitarsi alla sostanziale incomunicabilità fra queste due FFAA: divise non soltanto dalla pretesa di

autonomia e superiorità l'una sull'altra, ma anche da differenti "filosofie" sulle modalità d'impiego delle navi e degli aerei.

Un libro che sicuramente interesserà gli studiosi del settore, ma che ci sentiamo di consigliare anche ai semplici appassionati di storia patria:

accompagnandoci lungo le pagine dell'opera, corredate da belle fotografie d'epoca, Daniele Lembo - fra prore di navi ed ali d'areo - continua a

tramandarci la sua fedeltà alle Forze Armate, la sua passione per la ricerca storica (anche quando quest'ultima

dovesse richiedere lo sforzo di andare controcorrente) ed il suo amor di Patria.

Gianluca Mandatori

 

LE PORTAEREI CHE NON SALPARONO
LE NAVI PORTAEREI E PORTA IDROVOLANTI DELLA REGIA MARINA
di
Daniele Lembo


Editore: IBN Istituto Bibliografico Napoleone
Collana: Il Faro n. 3
Pagine: 120
Formato: 17 x 24 cm
Prezzo: € 14,00
ISBN (8): 887565169-8
ISBN (13): 9788875651695



Tra gli anni ’20 e l’inizio della guerra, la Marina aveva più volte sottolineato la necessità di navi portaerei, necessità ampiamente soddisfatta

invece dalla Francia, dall’Inghilterra, dal Giappone e dagli Stati Uniti. La conferenza di Washington aveva infatti stabilito le tonnellate di naviglio

che ciascuna nazione poteva costruire. Nonostante la quantità assegnata all’Italia fosse di 60.000 tonnellate (come alla Francia),

il nostro Paese si presentò al conflitto completamente sprovvisto di navi portaerei.
Enorme influenza su questa decisione del governo ebbe il parere negativo dell’Aeronautica, convinta che

la posizione centrale dell’Italia nel Mediterraneo

fosse sufficiente come base aerea per velivoli, che potevano così dirigersi

verso qualunque bersaglio.
Purtroppo la collaborazione dell’Aeronautica fu scarsa. Quest’ultima non destinò parte delle sue forze come “aviazione da marina”, come fece

invece l’Inghilterra, ma, avendo un comando a parte, inviò aiuti aerei solo quando richiesti e disponibili,

ovviamente solo dopo aver soddisfatto le proprie esigenze strategiche.
Solo a conflitto già iniziato, quindi, saranno avviati i lavori di allestimento delle navi portaerei Aquila e Sparviero che comunque non saranno terminate

in tempo utile. L’Aquila rimase nei cantieri navali di Genova non completata, mentre lo Sparviero arrivò

all’armistizio  senza che i lavori avessero preso consistenza.
Nonostante la evidente contrarietà del regime alla costruzione di portaerei, la Marina fu prodiga di studi

e progetti durante tutto il periodo antecedente al conflitto.
Questo lavoro, oltre a ripercorrere le vicende storiche della Regia Marina, illustra i vari

progetti e le caratteristiche degli stessi.
Il libro è disponibile nelle migliori librerie o direttamente presso l’editore:
IBN Editore
via dei Marsi 57 - 00185 Roma
tel.&fax 06 4452275
www.ibneditore.it   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.


 

Prossimamente in uscita, il libro postumo di Daniele

 

 

LIBRI DA SCOPRIRE

24/26 MAGGIO 2013 - PIAZZA DEL POPOLO - LATINA

Manifestazione dedicata a DANIELE con un proprio spazio Sabato alle 16,45

Siete tutti invitati

 

I REPARTI DELLA
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
SUL FRONTE DI ANZIO NETTUNO



Negli ultimi mesi del 1943, l’avanzata Angloamericana lungo la Penisola italiana, sarà fermata dalla linea “Gustav”. Si tratta di una serie di opere fortificate che si dispiegano, per 120 km, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Punto cardine della “Gustav” è Montecassino che è stato trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale. La Gustav sarà uno scoglio capace di vedere i numerosi attacchi Alleati, infrangersi inutilmente per mesi.
Gli Angloamericani, per risolvere il problema, ideeranno un’operazione di sbarco, alle spalle della linea fortificata, sulle coste di Anzio e Nettuno. Nascerà così “l’Operazione Shingle” che avrà inizio il 17 gennaio ’44, con violenti bombardamenti sulla costa laziale.
Solo nella notte del 22 gennaio, alle 2.00 del mattino, le truppe inizieranno a mettere piede a terra.
L’intera operazione nasce male. I reparti sbarcati si impantaneranno subito, non riuscendo ad avanzare, tanto che Churchill commenterà in maniera caustica la situazione, affermando: “ avevo sperato di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva con una balena arenata.”
L’empasse si sbloccherà solo a fine maggio, con l’avvio dell’operazione “Buffalo” che ha come obiettivo Cisterna di Latina. La conquista della cittadina laziale consente al 6° Corpo d’Armata di riunirsi alle avanguardie americane del 2° Corpo d’Armata che, reduci da Montecassino, avanzano da Terracina. I “liberatori” entreranno a Roma il 4 di giugno seguente.

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CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI PADULA PER FASCISTI PERICOLOSI
di Giovanni Bartolone



Gli Inglesi non furono teneri con gli Italiani prigionieri ed è quasi naturale; la propaganda di guerra aizzava all’odio, come si potevano non odiare gli Italiani, che dopo secoli di servaggio, osavano ribellarsi all’egemonia britannica?
Così accadde che, non appena fu aperto, nel 1943,  il campo di prigionia di Padula, il “371 P.W. Camp”, il comandante inglese non si vergognò di arrivare a nutrire i prigionieri italiani esclusivamente con ghiande, si: proprio ghiande; e la fame era tanto atroce che i perseguitati prigionieri non riuscirono a non dare la soddisfazione al perfido inglese: dovettero ingannare la fame rosicchiando il cibo dei maiali. In seguito le cose cambiarono, ma gli ipocriti inglesi si spogliarono ufficialmente della loro perfidia per passarla ai custodi: prima greci, poi indiani. che entravano all’alba negli enormi, gelidi stanzoni ben arieggiati da ampi finestroni senza vetri, dove dormivano per terra, sdraiati con poca paglia, cento prigionieri per ogni stanzone. Come già avevano fatto i greci, gli indiani entravano muniti di scudisci e si facevano sistematicamente largo a scudisciate e a pedate. Gli indiani, umiliavano gli italiani per  procura inglese. Altra perfida umiliazione era imposta con l’obbligo di sottoporsi ad una doccia fredda all’aperto, nudi in fila senza misericordia per i vecchi o i malati: d’estate o d’inverno, sollecitati ed insultati dai custodi indiani.
No, non avevano molta cura per la salute dei prigionieri gli inglesi detentori: se qualche prigioniero italiano non gravava più con le spese per il suo mantenimento sulle finanze dell’impero britannico, non era, ovviamente, cosa di cui preoccuparsi, come quando  lasciarono scorrere tanto tempo prezioso prima di soccorrere Paolo Orano, Rettore dell’Università di Perugia: fu lasciato morire per un’emorragia da ulcera perforata nell’autoambulanza che, ipocritamente, i “liberatori” inglesi avevano in ultimo concesso, per salvare la faccia, solo quando era ben chiaro a tutti che ormai era troppo tardi.

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Il libro: “Prima Linea. Storie di guerra” di Orazio Ferrara




Episodi dimenticati della prima linea sui diversi fronti del secondo conflitto mondiale rivivono in tutta loro avvincente drammaticità nelle pagine di questo libro. Dal diario minimalista di un sergente italiano sul fronte greco alla prima linea in mare con la vendetta dell’u-boot U-81 contro la portaerei inglese Ark Royal, artefice dell’affondamento della corazzata  tedesca Bismarck, alla tragedia della corazzata Barham al largo di Sollum. Dalla battaglia di Knightsbridge in terra d’Africa, la  più devastante sconfitta subita da forze corazzate britanniche in tutta la seconda guerra mondiale con 250 dei propri carri armati rimasti inchiodati sulle sabbie roventi del deserto, alle  imprese disperate dei caccia della Luftwaffe nei cieli del  Canale di Sicilia, alle vicende dell’aeroporto americano costruito alle falde del Vesuvio, i cui bombardieri sembrarono colpiti dalla maledizione dei frati neri dopo la distruzione del monastero di Montecassino, alla strage compiuta da aerei americani che “liberavano” una comunità meridionale. Dai tristi campi di prigionia francesi del Nord Africa, in cui si moriva più della prima linea, al famigerato Campo 305 P.O.W in Egitto in cui indossare la camicia nera comportava il rischio della pena capitale, alla pietas di una donna del popolo, in prima linea tra corpi insepolti e bombe inesplose, per dare il giusto riposo ai caduti oltre le divise, oltre le bandiere.

Orazio Ferrara - Prima Linea. Storie di guerra - IBN Editore, Roma, 2013
168 pp., con numerose foto, 16.50 €

IBN Editore, Via dei Marsi, 57 - 00185 Roma, Tel & Fax: 0039 06 4452275 - 0039 06 4469828 - e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

“Rivisitando storie già note di una nota Flottiglia”di Sergio Nesi – Edizioni Lo Scarabeo Bologna

 

Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941 si svolse la più brillante azione della Decima Flottiglia Mas. Era L’operazione GA3 che sarebbe stata poi ricordata come “la notte di Alessandria”
Pianificata dal Comandante Borghese, l’operazione vedeva impegnati tre equipaggi di S.L.C., i siluri a lenta corsa, meglio conosciuti come “maiali”.
Il sommergibile Scirè, al comando di Borghese, mise in acqua gli S.L.C. 221, 222 e 223 con i seguenti equipaggi: t.v. Luigi Durand De La Penne e c. pal. 1° Emilio Bianchi (S.L.C. 221), cap. G.N. Antonio Marceglia e s.c. pal. Spartaco Schergat (S.L.C. 222), cap. A.N. Vincenzo Martellotta e s.c. Pal. Mario Marino (S.L.C.223). Le riserve erano composte dal ten. D.M. Luigi Feltrinelli, s.t. Giorgio Spaccarelli, serg. Fernando Memoli e s.c. Luciano Favale.
I sei operatori subacquei, penetrati nella base navale di Alessandria, avrebbero affondato la Corazzata Valiant (30.600 tonn.), la Corazzata Quen Elisabeth (30.600 tonn.), la petroliera Sagona (7.554 tonn.) e danneggiato il cacciatorpediniere Jervis (1.690 tonn.). La Valiant poté riprendere il mare dopo quattro mesi, mentre la Queen Elizabeth rimase ferma per tutta la durata della guerra. I sei operatori della Decima che parteciparono all’attacco furono tutti catturati vivi, ma la prigionia valeva la pena: avevano realizzato un risultato eccezionale, mettendo fuori uso, in una sola notte circa 75.000 tonn. di naviglio militare nemico.
Tempo fa ho pubblicato sulla rivista “Eserciti nella storia” una mia intervista a Emilio Bianchi e le dichiarazioni di Bianchi aggiungono interessanti elementi di novità alla narrazione dei fatti che videro l’affondamento della Valiant. In breve, la storia raccontata da Bianchi non risulta coincidente e concordante con la versione dei fatti, comunemente accettata, e proposta dal resoconto prodotto dopo l’azione da Durand De La Penne. De la Penne ha raccontato di aver perso il suo secondo uomo (Bianchi) nell’ultima fase di avvicinamento alla Corazzata e di aver trascinato, da solo, il maiale fin sotto la corazzata, dove avrebbe messo in azione le spolette. Bianchi, invece, integra e modifica quanto riferito dall’ ufficiale, puntualizzando come egli abbia collaborato con De La Penne.
RIVISITANDO STORIE GIÀ NOTE DI UNA NOTA FLOTTIGLIA

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Siete tutti invitati a partecipare alla

Festa del Libro in Mediterraneo

Sabato 15 Giugno 2013, ore 20.30

MINORI - Piazza Cantilena

Incontri d’Autore

Daniele LemboElogio della cazzimma

Premio “Mare di Costa” amalfiguide.it a Daniele Lembo

 

 

 


 

9 agosto 1944 Benito Mussolini sul fronte adriatico della linea Gotica

di Giuseppe Salvagna


Il giorno 9 agosto 1944 Benito Mussolini volle  effettuare, in concomitanza con la visita al cimitero di San Cassiano a Predappio, anche un sopralluogo sul fronte adriatico della linea Gotica. Accompagnato dal capo del fascio repubblicano di Rimini Paolo Tacchi, passò in rassegna, alla Villa Tosi di Covignano,  i bersaglieri del 2° Battaglione “Mameli”  del  Reggimento Volontari “Luciano Manara” da poco costituito a Verona e spostato, dopo un breve addestramento, in Romagna per contrastare gli inglesi dell’8° Armata che stavano risalendo la costa adriatica. Da qualche giorno tutte le quattro Compagnie erano state acquartierate a Miramare di Rimini nella Colonia della “Dalmine”. La visita del Duce riempì i ragazzi di entusiasmo al punto da uscire dai ranghi e circondarlo per esprimergli il loro affetto sincero. Mussolini era passato davanti a ciascuno di loro camminando lentamente guardandoli negli occhi. Chiese al comandante del Battaglione di ordinare il “riposo” per poter fare domande e ricevere risposte. Tutti i volontari, graduati, sottufficiali ed ufficiali chiesero solo tre cose: armi, addestramento e combattimento. Furono accontentati. Il Duce era apparso provato e sofferente, aveva consumato un piccolo pasto alla Villa Fortunato recandosi poi in giardino per vedere il vigneto ed il panorama sulla pianura. Il 4 agosto aveva scritto a Claretta “Voglio rivedere la Rocca, la Romagna, una tomba dove stia il mio sangue migliore (il figlio Bruno). Non mi succedrà nulla. Questa visita non sarà annunciata se non a cose fatte ed in termini telegrafici……vado anche per sottrarmi almeno per qualche giorno a questo ambiente che mi è diventato insopportabile”.

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LA P.A.I.
Storia della Polizia Africa Italiana
di Daniele Lembo

Immagine del pittore Alberto Parducci


Il 9 maggio 1936, Benito Mussolini pronuncia il discorso che sancisce il momento di maggior adesione del popolo italiano al fascismo: “…Italiani e italiane in patria e nel mondo! Ascoltate!
…L'Italia ha finalmente il suo impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché l'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia. Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.”
E’ il discorso della proclamazione dell’Impero, che resterà famoso per la frase che proclama: ”dopo quindici secoli, la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma”
Il capo del Governo italiano, al di là delle parole alate di cui è capace, sa benissimo che un Impero, una volta conquistato, occorre gestirlo ed è questa la parte più difficile della faccenda. 

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SPECIALE

L’ARCIVESCOVO DI FERRO
Ricordo di S.E. Mons. Arrigo Pintonello

di Giampaolo Costa


 

 

INTRODUZIONE
Settembre 1988: con la mia valigetta da medico entro per la prima volta nel College “Selva dei Pini”, presso Pomezia a circa una trentina di chilometri da Roma. Tramite un amico che lavora in questa struttura, sono stato invitato ad incontrarmi con la direzione del College per prendere accordi su una assistenza medica da prestare durante l’anno scolastico che sta per iniziare. Un parco meraviglioso, di oltre venti ettari, circonda l’edificio principale dove sono situati gli uffici, le aule scolastiche, le stanze dove alloggiano gli studenti, l’aula magna, le cucine e la sala ristorante. Mentre attendo di essere ricevuto la mia attenzione è attratta da un uomo alto ed imponente che, se non avesse indossato l’abito talare, avrei senz’altro identificato in un militare. Il suo modo perentorio di dare ordini e di mostrare ad un gruppo di operai il lavoro da svolgere non lasciava adito a dubbi. Quasi intimorito, cerco di non dare nell’occhio, ma quella strana figura di prete mi vede e mi chiede, stavolta con molta gentilezza, se ero stato già annunciato alla direzione. Quando viene a sapere chi sono, mi accompagna personalmente all’interno dell’edificio presso l’ufficio della direzione. Mi accorgo che non può essere un prete normale, sia per il portamento che per i bottoni rossi che guarniscono il suo abito ed, inoltre, per la bellissima croce che gli pende sul petto. Capisco di avere davanti l’arcivescovo Pintonello, di cui avevo già sentito parlare ma che non avevo mai conosciuto. Il mio primo incontro con lui si conclude così, poiché rapidamente si allontana da me per controllare personalmente che tutto sia a posto per la prossima apertura della scuola.

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VENT’ANNI DA LEONI
LE OPERE DEL REGIME



PREMESSA
Vivo in prossimità di quella città che, nata come Littoria, è conosciuta oggi con il nome di Latina e, lavorando a Roma, quotidianamente raggiungo in treno la Capitale che dista una cinquantina di chilometri. I vagoni ferroviari, per quanto sporchi e straripanti di gente, hanno il pregio, almeno per chi come me attacca bottone con tutti, di favorire la conversazione. Non molto tempo fa ho avuto la ventura di fare il viaggio in compagnia di un giovane con il quale l’argomento cadde su temi storico-politici. Debbo dire che quello fu un interessante compagno di viaggio. Pur dicendosi di destra, il giovane che mi si era seduto di fronte, professava un fiero e deciso antifascismo. Per lui il ventennio era realmente “il male assoluto”, venti anni di storia nazionale che avevano fatto molto male alla destra in Italia.
Il mio giovane interlocutore, vivendo anche egli nei pressi di Latina, salvava di quegli anni la sola bonificazione pontina. Ne nacque da quell’incontro una discussione che sarebbe continuata anche con la fine del viaggio, scendevamo infatti ala stessa stazione, e che ha dato poi origine a questo articolo.

LE BONIFICHE

Il lettore forse saprà che la pianura pontina è  oggi fertile e provvida nei confronti di chi la coltiva e chi qui si occupa di agricoltura, sapendo di poter contare sui frutti del proprio lavoro, tende a produzioni sempre più specializzate. Facilmente, chi legge saprà anche che non è stato sempre così. Dove oggi vi sono magnifici poderi con case coloniche, stalle e belle cittadine, fino all’avvento del Fascismo in Italia vi era la palude e, come ho avuto già a scrivere in passato, “con essa fame, ignoranza, malattie e disperazione. Un insieme di componenti che fanno dell’intero comprensorio una sacca di indistruttibile miseria.”
Prima che il Governo fascista desse avvio alla lotta alla palude, le opere di bonifica  erano già state precedentemente tentate. Già i Volsci e poi i Romani, per prosciugare il territorio, avevano eseguito lavori di drenaggio e canalizzazione delle acque.
In seguito, Giuliano dei Medici, il fratello di Papa Leone X, aveva dato incarico a Leonardo da Vinci di rettificare il corso del Canale Rio. Nel 1777, poi, Papa Pio VI aveva dato avvio ad altri lavori di Bonifica, costruendo, tra l’altro, il Canale Sisto che, correndo a destra dell’Appia, va da Borgo Faiti a Terracina. Dopo la caduta di Napoleone, sotto il pontificato di Pio IX, era stato costituito il primo consorzio tra i proprietari dei terreni sottratti alla palude, finalizzato al mantenimento delle opere già fatte e a mettere in cantiere ulteriori lavori. Nessuno dei lavori di risanamento dei pantani e degli acquitrini era stato però decisivo e capace di risanare la zona.

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