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ALESSANDRO MARCHETTI - UN PONTINO CHE SOGNO’ DI VOLARE

 

Alessandro Marchetti

La terra pontina ha dato all’Italia dei figli splendidi, tra questi ve n’è uno che è stato una delle glorie dell’industria aeronautica. Si tratta di Alessandro Marchetti che nasce a Cori il 16 giugno 1884.

Figlio di un ingegnere, noto progettista, sarà ingegnere a sua volta laureandosi all’Università della Sapienza nel 1908. Ma il giovane Alessandro, sin da subito, apparirà poco interessato a disegnare villette, ponti e strade come molti suoi colleghi. L’incontro “sulla via di Damasco” per lui si sostanzia nell’assistere, un anno dopo la laurea, a una dimostrazione aviatoria a Centocelle alla quale partecipa uno dei fratelli Wright. L’aviazione è agli esordi, ma vedere quell’intrecci di legno, tela e tiranti volare, sarà per il giovane Marchetti un colpo di fulmine.

Un ingegnere è soprattutto uno strutturista. Vive ponendosi e rispondendo a una domanda: la struttura che ho creato resisterà? Marchetti trasferirà lo stesso quesito alle macchine volanti. Inizia nel 1911, con una produzione in proprio, facendosi finanziare dal padre la costruzione della “Chimera”, uno di quegli accrocchi di legno di abete e tela che volano in quegli anni.

Sarà solo il primo velivolo di tanti altri, alcuni dei quali presenteranno delle situazioni originalissime, restando delle pietre angolari nella storia aeronautica mondiale.  

Inizierà la carriera come ingegnere aeronautico presso la ditta Spezzina Vikers Terni dove progetta un caccia interamente metallico. E’ l’intercettore M.T.V. (Marchetti, Terni, Vikers) che raggiunge la velocità di 278 km/h. E’ il caccia tutto italiano, di grandi prestazioni, che ci è mancato nella grande guerra.

È con la mossa successiva che il nostro ingegnere si affaccia a quella realtà che lo renderà veramente famoso. Nel 1921, infatti, entra a far parte della compagine societaria della S.I.A.I. (Società Idrovolanti Alta Italia) che diventerà così S.I.A.I. Marchetti.

 

Inizia così la progettazione di velivoli da primato e aerei destinati alle linee civili. Gli angusti spazi giornalistici non permettono assolutamente di esaminare l’intera gamma di macchine che usciranno dal tavolo da disegno dell’illustre corese, ma si tratta quasi sempre di velivoli di grandi prestazioni. Al lettore basterà sapere che dalla matita di Marchetti, iniziano prestissimo a essere delineate creature volanti avveniristiche e con una struttura inusuale. Una delle prime è il S.M. 64, un velivolo progettato espressamente per conseguire primati di volo. Il “64” della S.I.A.I. è praticamente un “tutt’ala”, a doppio trave di coda nel quale la cabina di pilotaggio è allogata nella sezione centrale dell’ala e il motore, opportunamente carenato per renderlo maggiormente aerodinamico, è posto su di un castello sopra l’ala. Vola per la prima volta il 3 aprile 1928, ha una velocità massima di 235 Km/h ed è capace dell’eccezionale autonomia di 11.505 km.

Il 3 luglio 1928, i piloti Ferrarin e Del Prete, a bordo dello S64, partiranno da Montecelio alla volta del Brasile. Due giorni dopo l’aereo atterrerà in mano modo nei pressi di Natal, ma comunque l’impresa servirà a conquistare il record di volo in linea retta, percorrendo 7.188 km in 51 ore di volo.

Successivamente, saranno Umberto Maddalena e Fausto Cerconi a percorrere, a bordo del S64, gli 8.188 km. che separano l’Italia al Brasile, in 67 ore e 13 minuti.

In totale, nel corso della sua carriera, l’abile Marchetti progetterà oltre 60 velivoli, ma la sua fama è legata principalmente a due di questi, il S.I.A.I. S.M. 55 e il S.I.A.I. S.M. 79  

L’S55 è un idrovolante dalla struttura futuristica che vola per la prima volta nel 1923 e rappresenta una vera rivoluzione nella categoria degli idrovolanti. È un “tutt’ala” che poggia su due scafi con due travi di coda. Nel tratto centrale dell’ala è ospitata la cabina di pilotaggio, mentre una coppia di motori in tandem Isotta Fraschini Asso 500 sono su un castello montato sulla stessa ala. Nato come “idrovolante d’altomare lanciasiluri”, diventerà invece famoso perché impiegato nelle crociere sul Mediteraneo, prima, e sull’Atlantico, poi.

Alle ore 6,45 del 17 dicembre 1930 quattordici S55TA (traversata atlantica), al comando di Italo Balbo, decolleranno da Orbetello.

Dopo 61 ore e mezzo volo, percorsi 10.350 km., il 15 gennaio 1931 undici velivoli, dei quattordici partiti, ammareranno a Rio de Janeiro.

Il successo della prima crociera sull’Atlantico consentirà di progettare ed attuare, nel 1933, in occasione del primo decennale della fondazione della Regia Aeronautica, un secondo volo dall’Italia fino all’America del Nord. 

Il personale preposto a tale volo sarà sottoposto ad un meticoloso addestramento e  sarà predisposta una rete di assistenza logistica lungo tutto il percorso. Dopodichè, il 1° Luglio 1933 otto squadriglie, composte da 25 velivoli S55 nella versione X, decollano da Orbetello e raggiungono, in varie tappe attraverso Irlanda, Islanda, Labrador, Canada e Chicago, il successivo giorno 19 la città di New York. In America, gli equipaggi di quella che viene chiamata “La centuria alata” riceveranno accoglienze da divi, in un tripudio di entusiasmo che avrà il suo apice nella sfilata del 21 Luglio a Broadway.

Se il SIAI S55 sarà un aerosilurante mancato, questo ruolo verrà magnificamente ricoperto, durante il secondo conflitto mondiale dal SIAI S.M. 79, un trimotore che, nato come aereo civile, sarà poi il principale interprete dell’epopea degli  aerosiluranti nel corso del conflitto.

Il “79”, ufficialmente chiamato “Sparviero” diventerà molto più famoso con il nomignolo di “Gobbo maledetto” che gli deriva da una curvatura della fusoliera alle spalle del posto di pilotaggio dalla quale spunta una pericolosa mitragliatrice.

E’ curioso notare come una carriera, iniziata con la progettazione di un caccia interamente metallico, come il M.T.V., continuerà poi tra le due guerre e per buona parte del secondo conflitto mondiale con progettazioni basate sulla struttura mista, piedi 660 miglia all’ora, a 49. ovvero in una struttura tubolare ricoperta di compensati e tela.

Verso la fine della seconda guerra mondiale Marchetti farà volare altre macchine originali, ovvero i caccia pesanti bifusoliera S.M.91 e S.M.92 e il monomotore aerosilurante S.M.93 che ha la caratteristica di avere il pilota disteso a pancia sotto. Purtroppo, i tre velivoli, per quanto buoni, giunti in ritardo sullo scenario bellico non conosceranno la produzione in serie. 

Nell’immediato dopoguerra l’immaginifico ingegnere tenterà il rilancio della SIAI. Il progetto più interessante sarà quello di un intercettore di piccole dimensioni. Si tratta del S.M.133, un originale caccia canard di costruzione metallica con ala a delta e carrello a triciclo, propulso da due motori Viper Armstrong “ASV- 5” montati in coda che gli dovrebbero conferire un’elevata velocità di salita e di crociera (oltre 680 miglia all’ora s.l.m.).

Sfortunatamente, il “133” di Marchetti resterà solo sulla carta. Persa la guerra perderemo anche la pace e i nuovi velivoli per l’aeronautica italiana saranno forniti “gratuitamente” dagli americani. Sarà una specie di boccone avvelenato che causerà un gap tecnologico poi durato decenni.

Oggi Marchetti, morto il 5 dicembre 1966, riposa nel cimitero di Cori. Forse il sonno della morte gli è reso “men duro” dal sogno di veder volare quella splendida freccia di metallo alato che voleva essere il caccia S.M.133

DANIELE LEMBO