Vota questo sito

LE POESIE DI DANIELE

Scarica le Poesie in PDF Scarica le Poesie in PDF

LE RIVISTE DI DANIELE

I SERVIZI AEREI SPECIALI I SERVIZI AEREI SPECIALI

Seleziona la lingua

Visite

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi321
mod_vvisit_counterIeri269
mod_vvisit_counterQuesta settimana590
mod_vvisit_counterScorsa settimana2196
mod_vvisit_counterQuesto mese6316
mod_vvisit_counterMese scorso9536
mod_vvisit_counterTotale784925

We have: 22 guests online
Il tuo IP: 172.69.62.73
 , 
Today: 22 Ott 2019

VENT’ANNI DA LEONI
LE OPERE DEL REGIME



PREMESSA
Vivo in prossimità di quella città che, nata come Littoria, è conosciuta oggi con il nome di Latina e, lavorando a Roma, quotidianamente raggiungo in treno la Capitale che dista una cinquantina di chilometri. I vagoni ferroviari, per quanto sporchi e straripanti di gente, hanno il pregio, almeno per chi come me attacca bottone con tutti, di favorire la conversazione. Non molto tempo fa ho avuto la ventura di fare il viaggio in compagnia di un giovane con il quale l’argomento cadde su temi storico-politici. Debbo dire che quello fu un interessante compagno di viaggio. Pur dicendosi di destra, il giovane che mi si era seduto di fronte, professava un fiero e deciso antifascismo. Per lui il ventennio era realmente “il male assoluto”, venti anni di storia nazionale che avevano fatto molto male alla destra in Italia.
Il mio giovane interlocutore, vivendo anche egli nei pressi di Latina, salvava di quegli anni la sola bonificazione pontina. Ne nacque da quell’incontro una discussione che sarebbe continuata anche con la fine del viaggio, scendevamo infatti ala stessa stazione, e che ha dato poi origine a questo articolo.

LE BONIFICHE

Il lettore forse saprà che la pianura pontina è  oggi fertile e provvida nei confronti di chi la coltiva e chi qui si occupa di agricoltura, sapendo di poter contare sui frutti del proprio lavoro, tende a produzioni sempre più specializzate. Facilmente, chi legge saprà anche che non è stato sempre così. Dove oggi vi sono magnifici poderi con case coloniche, stalle e belle cittadine, fino all’avvento del Fascismo in Italia vi era la palude e, come ho avuto già a scrivere in passato, “con essa fame, ignoranza, malattie e disperazione. Un insieme di componenti che fanno dell’intero comprensorio una sacca di indistruttibile miseria.”
Prima che il Governo fascista desse avvio alla lotta alla palude, le opere di bonifica  erano già state precedentemente tentate. Già i Volsci e poi i Romani, per prosciugare il territorio, avevano eseguito lavori di drenaggio e canalizzazione delle acque.
In seguito, Giuliano dei Medici, il fratello di Papa Leone X, aveva dato incarico a Leonardo da Vinci di rettificare il corso del Canale Rio. Nel 1777, poi, Papa Pio VI aveva dato avvio ad altri lavori di Bonifica, costruendo, tra l’altro, il Canale Sisto che, correndo a destra dell’Appia, va da Borgo Faiti a Terracina. Dopo la caduta di Napoleone, sotto il pontificato di Pio IX, era stato costituito il primo consorzio tra i proprietari dei terreni sottratti alla palude, finalizzato al mantenimento delle opere già fatte e a mettere in cantiere ulteriori lavori. Nessuno dei lavori di risanamento dei pantani e degli acquitrini era stato però decisivo e capace di risanare la zona. Il prosciugamento della zona paludosa esistente tra monti Lepini ed Ausoni ed il Tirreno sarà felicemente a termine solo da Governo fascista che farà delle opere di bonifica uno dei punti cardine del proprio programma sin dal 1922, ovvero l’anno in cui, nell’ottobre, le colonne fasciste marciano su Roma.
Le operazioni di bonifica prendono avvio con la costituzione di due Consorzi di Bonifica, quello di Bonifica di Piscinara con sede a Cisterna e quello Bonificazione Pontina con sede a Terracina e, tra il 1927 e il 1928, tutto il territorio pontino viene rilevato topograficamente dai tecnici dei Consorzi di bonifica grazie anche al supporto dell’Istituto Geografico Militare. Solo dopo i rilevamenti altimetrici si passa all’esproprio dei terreni da risanare che sono di proprietà società di private, quali la Società delle Bonifiche Pontine.
Dopodiché si darà l’avvio alle grandi opere idrauliche, costruendo per primi i villaggi destinati ad ospitare gli operai addetti ai lavori. Villaggi, quali quelli di Sessano, Doganella ecc., che comprendono magazzini, rimessaggi per locomotive ed escavatori, impianti elettrici e serbatoi con l’acqua potabile, alloggi, cucine e mense, ma anche un locale cinema/bar per lo svago degli operai.
Lo scopo ultimo dei lavori è quello previsto dalla legge n. 3134 del 24.12.1928. La norma, che è definita “legge fondamentale del Regime Fascista” ed è meglio conosciuta come “legge Mussolini”, prevede la “bonifica integrale”. Lo scopo non è solo quello di sanare il territorio, drenando la acque della palude per asciugare i terreni, ma il traguardo della legge e di insediare coloni nelle nuove terre strappate alla palude. Quindi, prima si bonifica e poi si passa alla colonizzazione per dare pane e lavoro alle famiglie italiane.
Un censimento del 1931 rivela, infatti, che in Italia vi sono circa due milioni di disoccupati e che oltre un milione di persone non vive in abitazioni di muratura ma in tuguri e capanne. La bonifica, come andremo a vedere, rientra nell’ambito della realizzazione di un grosso progetto di opere pubbliche tese a debellare la miseria e la disoccupazione che affliggono la Nazione.
I terreni bonificati verranno perciò appoderati, ovvero frazionati in poderi. Il primo lotto fondiario è costituito da 500 poderi che vengono consegnati ad altrettante famiglie di coloni, nel maggio del 1934 i poderi distribuiti saranno 1500 e alla fine delle opere saranno 5.000 le famiglie che, dalle province di Verona , Treviso, Rovigo, Udine, Vicenza, Belluno, Venezia, Padova, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma, giungeranno in terra pontina ricevendo un podere da coltivare. Ognuno dei 5.000 poderi agricoli creati in terra pontina ha al centro casa, annessa alla quale vi è la stalla, il fienile, il forno, il pozzo, l’abbeveratoio, l’aia, il pollaio ed il porcile. Contestualmente alla consegna del terreno, alla famiglia assegnataria vengono consegnate derrate alimentari, quattro vacche, un carro, un aratro e un erpice.
La grandezza del podere dipende dal numero dei componenti del nucleo familiare e unica condizione per essere assegnatari è quella che il capo famiglia, riprendendo una tradizione che risale ai tempi di Cesare, sia un ex combattente, motivo per il quale l’assegnazione dei Poderi è gestita dall’Opera Nazionale Combattenti. È bene precisare che i poderi, inizialmente a mezzadria, saranno destinati a diventare di proprietà delle famiglie coloniche.
Nell’area bonificata sorgeranno anche cinque nuove città. Il 18 dicembre 1932, il Duce inaugura Littoria il cui piano regolatore viene redatto dall’Arch. Oriolo Frezzotti, cittadina che è destinata ad essere il centro di servizio e amministrativo di tutti i poderi agricoli circostanti. Successivamente, verranno inaugurate Sabaudia (5.8.1934), Pontinia (18.12.1935), Aprilia  (25.4.1937) e Pomezia (29.10.1939), alle quale andranno ad aggiungersi 16 Borgate Rurali.
L’intera opera di bonificazione ed appoderamento si può definire agevolmente con tre aggettivi : GRANDIOSA, VELOCE ED ECONOMICA.
L’opera è GRANDIOSA perché i due consorzi di bonifica, risaneranno 140.000 ettari nel territorio che va da Terracina a Roma, costruendo 2.650 chilometri di canali collettori delle acque, 13.156 chilometri di canali secondari e scoline, 1.200 chilometri di canali di irrigazione, 21 impianti idrovori e 1.300 chilometri di strade.
L’Opera nazionale Combattenti, appoderando i terreni, costruirà 3.500 chilometri di strade interpoderali, 21 km di acquedotti, 640 km di linee elettriche dell’alta tensione, 1.080 km di linee telefoniche e 5.000 case coloniche.
La bonifica è VELOCE perché le opere di cui sopra saranno realizzate dai due consorzi di bonifica e dall’O.N.C. in poco più di dieci anni, ovvero dal 1929 al 1941. Pensi il lettore che dal momento della “posa della prima pietra” della città di Littoria, alla sua inaugurazione passeranno solo 6 mesi (30 giugno 1932 - 18 dicembre 1932).
Infine, l’intera operazione sarà ECONOMICA in quanto la velocità dei lavori, il risparmio sugli interessi passivi, la standardizzazione ottenuta con gli appalti in serie e, infine, anche l’immediata realizzazione della produzione agricola, permetterà di mantenere molto bassi i costi, tanto che, come scriverà Pietro Caporilli, “sul preventivo di spesa di lire 5.500 per ettaro, venne realizzata un’economia di lire 1.000 contenendo la spesa in lire 4.500 per ettaro”
Tenendo conto di quanto detto, sfido dunque che il giovane amico, incontrato quel giorno in treno, salvasse del “male assoluto” la Bonifica delle terre pontine. Egli vive in provincia di Littoria, una terra nella quale, camminando per strada, si sentono ancora oggi le pietre delle mura e del selciato riecheggiare le parole “Duce – Duce”.
E’ un’eco che ritorna prepotente dal passato e che è sostenuta da verità incontestabili, quali quei tre aggettivi, grandioso, veloce ed economico, che nell’Italia di oggi sembrano completamente sconosciuti.
Purtroppo, il mio compagno di viaggio non sapeva e non sa, e non lo può sapere perché nessun libro di scuola glielo ha mai detto, che la bonifica della terra in cui vive è stata solo una delle tante fatte in Italia in quegli anni
Quella della pianura pontina sarà solo una delle tante operazioni del Regime Fascista destinate e dare lavoro alla migliaia di italiani disoccupati o emigrati. Oltre a quella pontina che è la più conosciuta, saranno portate a termine la bonifica di Parmigiana Moglia in Emilia Romagna (82.000 ettari), la bonifica di Pantano di Sessa Aurunca, la bonifica della Piana del Volturno (30.000 ettari), la bonifica del Basso Piave (38.000 ettari), la bonifica del Polesine (50.000 ettari), la bonifica di Porto –Maccarese (40.000 ettari), la bonifica Reatina (20.000 ettari) La bonifica di Sibari in provincia di Cosenza (50.000 ettari), la bonifica della pianura di Catania (20.000 ettari) e la bonifica di Terabbia.
Per debito di completezza, va ricordato che non si bonificherà solo dall’eccesso d’acqua ma anche i territori che soffrono, invece, della siccità che è il problema inverso. Mi riferisco alla Libia dove, nel 1938, vengono avviati 20.000 coloni italiani. Inviando i 20.000 agricoltori italiani, in quello che qualcuno ha definito “lo scatolone di sabbia”, si intende, mettere di nuovo di nuovo in condizione l‘altipiano tripolino, la Gefara e il Gebel Cirenaico, di produrre dal punto di vista agricolo.
Prima dell’arrivo delle famiglie di agricoltori coloni si è provveduto a grandiose opere per rendere feconde quelle terre e Italo Balbo, Governatore della Libia, accoglierà di persona le famiglie dei coloni consegnando loro un appezzamento di terreno e le chiave di una casa all’interno di 25 villaggi agricoli dotati di tutto. Si tratta dei villaggi: Olivetti, Bianchi, Micca, Breviglieri, Littoriano, Giordani, Tazzoli, Marconi Crispi, Garabulli, Garibaldi Coradini, Castel Benito, Filzi Baracca, Maddalena Sauro Oberdan, D’Annunzio, Mameli, Razza, Battisti, Berta, Luigi di Savoia e Gioda.
La vera novità nella colonizzazione della Libia starà nel fatto che il Regime Fascista si differenzierà dagli altri Stati europei perché non si limiterà solo a sfruttare i possedimenti coloniali. Invece, gli italiani tenteranno di trasformare l’esperimento coloniale in una fonte di ricchezza anche per le popolazioni autoctone. I libici, infatti, potranno lavorare la terra in altre dieci località che avranno questa volta nomi arabi: El Fager (Alba), Nahima (Deliziosa), Azizia (Profumata), Nahiba (Risorta), Mansura (Vittoriosa), Chadra (Verde), Zahra (Fiorita), Gedida (Nuova), Mahhmura (Fiorente) e El Beida (la Bianca).

LE NUOVE CITTA’
Come per la bonifica delle terre, anche nel resto d’Italia verranno costruite numerosissime nuove città e già nel 1939 il giornalista Stanis Ruinas da alle stampe la pubblicazione “Viaggio attraverso le città di Mussolini”.
Stanis, che è sardo, è valido testimone delle novità edilizie del regime. Proprio in Sardegna, il 28 ottobre del 1925, nasce la cittadina di Mussolinia di Sardegna che diviene comune il 15 marzo 1931. La città sarda è al centro della bonifica di Terralba, zona del Campidano in provincia di Cagliari, situata tra il golfo di Cagliari ed il fiume Tirso. La bonifica di Terralba verrà divisa in sessantasei poderi, ma se i poderi sopravviveranno alla fine del Regime, la stessa cosa non sarà per Mussolinia che, nel 1944, verrà ribattezzata Arborea.
A cambiare nome nel dopoguerra non saranno solo Littoria e Mussolinia di Sardegna ma anche Mussolinia di Sicilia che, fondata nel 1939 nella piana di Gela, vedrà nel dopoguerra trasformato il suo nome in Case Molinia. Sempre in Sardegna, nel 1936, verrà fondata Fertilia, presso Alghero, e il 18 novembre 1938 viene inaugurata la città mineraria Carbonia che è destinata a fare da centro amministrativo dell’industria estrattiva carbonifera sarda.
Il 7 agosto 1937 viene posta la prima pietra della nuova città di Arsia, situata nel bacino carbonifero istriano dell’Arsa, città quest’ultima che verrà inaugurata il 28 ottobre 1937. Il 28 ottobre 1937 nasce, in prossimità di Roma, la città di Guidonia ovvero la “Citta dell’Aria”. Guidonia prende il nome dal gen. Alessandro Guidoni, Direttore del Centro Studi ed Esperienze Aeronautiche morto sperimentando un nuovo paracadute. Non è la sola città a prendere il nome da un personaggio celebre. Un altro caso simile è quello di Marconia in Basiliticata o, meglio Lucania, come la Regione è indicata al tempo. Nel 1938, poi, nelle marche sorge Metaurilia che si affaccia sull’Adriatico. Altri centri di nuova fondazione, tanto per citare quelli che adesso mi tornano in mente, saranno Jolanda di Savoia e Segezia in Puglia, Torviscosa in Friuli, Volania nel ferrarese e ancora Lagosta, Pozzo Albana in Istria, Tresigallo e Terralba.

LA POLITICA INTERNAZIONALE ED ECONOMICA E LA TRASFORMAZIONE DELLO STATO IN SENSO SOCIALE
La costruzione di nuove città, di Borghi rurali e la riedificazione di città preesistenti, come pure la bonifica integrale saranno realizzazioni di carattere eccezionali. A queste vanno ad aggiungersi tutta una enorme serie di lavori pubblici e opere idroelettriche, opere idriche a difesa del territorio e lavori riguardanti la rete stradale e autostradale e quella  ferroviaria. Forse nessuno come il poeta americano Ezra Pound renderà in maniera felice con un verso quale sia la straordinaria portata dell’opera di bonifica. Scriverà Pound: “bonificò i pantani di Veda, le pianure sotto il Circeo, ove nessuno ci proverebbe, e dopo duemila anni si mangiò pane dalla palude.
Basterebbe solo quanto è stato elencato, fino a questo momento, per convincere il lettore (e al mio giovane amico di quel viaggio in treno dal quale siamo partiti) quanto l’opera del Regime sia stata – mi si consenta la ripetizione - grandiosa, veloce ed economica.
Le realizzazioni di cui abbiamo detto sono state portate a termine nel tempo di un ventennio, il periodo che ci vuole oggi, nella nostra democraticissima Italia per costruire un Ospedale che, quando sarà finito, per un motivo o per un altro, non entrerà in funzione. Basti pensare che l’intero centro della città di Littoria verrà costruito in sei mesi, lo stesso tempo che c’è voluto oggi, per costruire una pensilina davanti alla scuola di mio figlio.
Mi dispiace a questo punto deludere il lettore che pensi che io mi avvii a concludere, ma debbo necessariamente affermare che, a dispetto di quanto si potrebbe credere, la bonifica integrale e le città di fondazione non sono certamente le opere più importanti realizzate in quegli anni. Il Regime Fascista non fu, a differenza di quello che qualcuno crede o vuol far credere, solo una enorme ditta di costruzioni edilizie. Gli egiziani costruirono tombe e templi di notevole grandezza, tanto che ancora oggi, per indicare la grandiosità di un manufatto edilizio, si usa l’aggettivo “faraonico”. Eppure, pur essendoci molti italiani che apprezzano le costruzioni egizie, nessuno di loro si dice “egiziano”, mentre, molti sono coloro che continuano a professarsi, tenacemente, “fascisti”. Non bastano, quindi, grandi opere per fare del proselitismo ideologico, ma ci vuole altro,.
La grandezza delle realizzazioni del Fascismo andò quindi ben oltre le produzioni fondiarie ed architettoniche. Il fascismo riuscì nei suoi vent’anni al potere ad imporre l’Italia all’attenzione del mondo e soprattutto volle trasformare lo Stato, che era uno Stato liberale, in senso spiccatamente sociale.

In politica internazionale, nel 1929, è con il concordato che il Fascismo ottiene uno dei suoi massimi successi. Pacificando Stato e Chiesa, il prestigio del Regime, e in particolare di Mussolini, cresce enormemente presso l’opinione pubblica, guadagnando alla causa fascista anche alcune frange cattoliche, che fino a quel momento, se ne sono tenute lontane.
In campo internazionale, ancora, vengono presi accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’URSS e l’Italia partecipa alle conferenze di Losanna, di Locarno, di Stresa e sottoscrive il Patto anti-Comintern e il Patto a quattro. In particolare, quest’ultimo, ideato da Mussolini e firmato il 7 giugno 1933 con la Francia, Inghilterra e Germania, dovrebbe "dare all'Europa dieci anni di pace".
Sempre nel campo dei successi internazionali, mi sento di annoverare una serie di fortunate campagne militari e, in particolare, mi riferisco alla riconquista della Libia, alla conquista dell’Etiopia, alla Guerra di Spagna e alla guerra d’Albania.
In campo internazionale, poi, il Regime si arroccherà a tutela della moneta nazionale, difendendo la lira a quota 90 riguardo la sterlina. In politica interna, contestualmente, per ridurre l’inflazione, gli stipendi statali vengono ridotti del 12% e il pareggio di bilancio viene raggiunto già dal 1924. Sempre in politica interna, si procederà all’attacco al latifondo siciliano, alla Riforma del sistema bancario e, per tutelare le imprese nazionali, alla fondazione dell’I.R.I. - Istituto Ricostruzione Industriale-.
Come detto precedentemente, il più importante risultato raggiunto sarà la trasformazione dello Stato in senso sociale. Il Regime, nell’intento di tutelare la salute, crea una serie di istituzioni che seguano gli italiani dalla culla alla tomba. Nasce così l’O.N.M.I. - Opera Nazionale Maternità e Infanzia - e vengono avviate una serie di iniziative tese alla tutela della salute, quali la Lotta contro la malaria, la Lotta contro le mosche e Lotta contro la tubercolosi.
Contestualmente, nasce l’Assistenza e la Previdenza Sociale e vengono costruite case popolari. Con la “Carta del lavoro”, un documento programmatico che ridefinisce quale debba essere il senso del lavoro nello nuovo Stato Fascista, e la creazione di una apposita Magistratura del Lavoro si tende al realizzare una maggiore tutela dei lavoratori, i quali, fra l’altro, si vedono riconosciute le “quaranta ore settimanali”.
La più bella realizzazione in campo sociale, almeno per quanto mi riguarda, sarà la nascita dell’ O.N.D. - Opera Nazionale Dopolavoro -, un Ente che ha la finalità di far in modo che i lavoratori possano, dopo aver lavorato, trascorrere, divertendosi, il proprio tempo libero. Non tanto l’O.N.D., quanto l’invenzione del “tempo libero”, è una delle più belle trovate del fascismo. Fino ad allora il lavoratori hanno avuto solo il tempo per vivere, lavorare e morire, da questo momento in poi vivranno, a prescindere dalla propria posizione economica, una nuova realtà differente da quella lavorativa. Nell’ambito dell’O.N.D. nascono filodrammatiche, gruppi bandististici ed orchestrali e gite che vengono fatte anche grazie alla disponibilità di “treni popolari” che sono convogli di terza classe appositamente nati per consentire, con prezzi agevolati, anche ai meno abbienti di viaggiare per diporto.
E’ impossibile in questa sede trattare con sufficienza le varie realizzazioni del Regime nel campo del sociale, ma al lettore risulterà utile la consultazione del seguente elenco di norme emanate in quegli anni e destinate allo specifico settore.
Nel 1923 viene emanato il R.D. (Regio Decreto) n. 653/23 che ha come oggetto la tutela lavoro delle donne e dei fanciulli. Il R.D. n. 2841/23 del 1923 sancisce l’assistenza ospedaliera per i poveri. Dello stesso anno sono, poi, il R.D. n. 3158/23 e il R.D. n. 3184/23 che dispongono in merito di assicurazione contro la disoccupazione e assicurazione invalidità e vecchiaia. Nel 1925 viene emanato il R.D. n. 2277/25 in tema di maternità e infanzia. Nel 1927 è la volta del R.D. n. 798/27 e del R.D. n. 2055/27 che trattano, rispettivamente, di assistenza illegittimi abbandonati o esposti e di assicurazione obbligatoria contro tbc. Nel 1928 è la volta del R.D. n. 1312/28 che dispone in merito alle esenzioni tributarie famiglie numerose. Seguono, nel 1929, il R.D. n. 928/29 che dispone l’assicurazione obbligatoria contro malattie professionali e il R. D. n. 1397/29 che fa nascere l’Opera Nazionale Orfani di Guerra. Dello stesso anno è il R.D. n. 1239/29 che istituisce la tessera sanitaria per gli addetti ai servizi domestici.
Nel 1933, con R.D. n. 264/33, nasce l’I.N.A.I.L., e nel 1935, con R.D. 1827, nasce l’I.N.P.S. che all’epoca si chiamano rispettivamente I.N.F.A.I.L. e I.N.F.P.S., dove la “F” sta per “Fascista”. Il R.D. n. 112/35 del 1935, dispone in merito all’istituzione del libretto di lavoro.
Nel 1937 la settimana lavorativa viene ridotta a 40 ore dal R.D. n. 1768/37. Sempre nello stesso anno il R.D. n. 847/37 fa nascere l’E.C.A. - Ente Comunale Assistenza -, il R.D. n 1048/37 dispone in merito agli assegni familiari e il R.D. n. 1706/37 fa nascere le casse rurali e artigiane. Infine, nel 1943, con R.D. n. 318/43 nasce l’I.N.A.M..

LA TUTELA E ISTRUZIONE DELLA GIOVENTU’
Nell’opera di completa ristrutturazione dello Stato, il Fascismo avrà particolare cura nella tutela e istruzione della gioventù. Si intende creare un’Era nuova e una nuova Era necessita di un nuovo tipo di uomo: l’uomo fascista.
Per crearlo, il Regime inizierà a seguire gli italiani, come già detto, sin dalla culla con l’istituzione dell’O.N.M.I.. 
La scuola, in seguito a quella che diverrà nota come la Riforma Gentile, dal nome del filosofo che se ne occupa, verrà completamente rinnovata. La Scuola fascista, per la quale viene predisposta, come per il mondo del lavoro, una apposita “Carta della Scuola” è un’istituzione che predilige la cultura classica ed umanistica. Secondo il principio che prevede la necessità di formare prima gli uomini e poi i tecnici. Se è vero che gli studi classici la fanno da padrone, nella scuola fascista, non mancano però scuole professionali e tecniche. L’obbligo scolastico viene innalzato ai 14 anni e si tenta di dare, anche ai meno abbienti, la possibilità di frequentare le scuole del Regno, con l’istituzione di Patronati e refezioni scolastiche.
La gioventù viene inquadrata prima nell’Opera Nazionale Balilla e poi nella G.I.L. - Gioventù Italiana del Littorio. La G.I.L. ha il compito di attendere alla formazione spirituale, fisica e militare dei giovani, seguendo l’assioma secondo il quale “le funzioni del cittadino e del soldato sono inscindibili nello stato fascista….(…)…..l’addestramento militare è parte integrante dell’educazione nazionale”  .     
La G.I.L. ha, quindi, tra i suoi interessi la “cultura fisica e l’addestramento militare” e, secondo il decreto che la istituisce, si occupa della preparazione spirituale, sportiva e premilitare, dell’insegnamento delle scuole fisica nelle scuole elementari e medie, dell’istituzione e funzionamento di corsi, scuole collegi, accademie, aventi attinenza con le proprie finalità, dell’assistenza, svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche, il patronato scolastico ecc. e dell’organizzazione di viaggi e crociere. Al fine di perseguire i propri scopi educativi e formativi, la G.I.L. inquadra tutta la gioventù italiana a seconda delle varie età in varie organizzazioni: fino agli otto anni i bambini fanno parte dei figli della lupa, dagli otto ai tredici anni si diventa balilla, dai tredici ai diciassette anni si è avanguardisti, dai diciassette ai ventuno anni, infine, si è giovani fascisti.
Volendo semplificare gli scopi dell’organizzazione, si può affermare che la G.I.L. serve a preparare il cittadino soldato in modo tale che poi l’Esercito debba spendere poco tempo nell’addestramento delle reclute che, provenienti dalle organizzazioni giovanili del Littorio, dovrebbero di fatto già essere pronte alla vita militare. Si vuole quindi che le reclute, al momento dell’arruolamento, siano già inquadrate militarmente, istruite all’uso delle armi e alle elementari attività belliche, essendo già addestrate al combattimento individuale e di squadra, al servizio di pattuglia, al servizio di presidio ecc.
Al fine di meglio attendere alla preparazione “premilitare” la G.I.L. organizza, oltre a semplici corsi per i quali si avvale di istruttori appositamente preparati, anche corsi specialistici quali i corsi per mitraglieri, per cavalieri, per artiglieri, genieri, conducenti mezzi meccanici, infermieri, portaferiti e dattilografi. 
C’è ovviamente una sorta di contiguità tra questa organizzazione giovanile e l’intero mondo militare e la G.I.L., in un certo senso, può essere definita come il vivaio della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale.
La guerra, come sarà poi ampiamente dimostrato dal secondo conflitto mondiale, non la si vincerà con il solo “spirito”, ma la G.I.L. sarà una realizzazione di eccezionale importanza, grazie alla quale la gioventù italiana potrà affacciarsi a realtà fino ad allora sconosciute. Sarà grazie ala G.I.L. se i giovani potranno partecipare a campi estivi, colonie climatiche, viaggi e crociere.
Tra le attività di maggior spessore vi saranno sicuramente quelle ginnico-sportive. Basta citare alcuni dati: la G.I.L. ha disposizione 8.000 tra palestre coperte, campi sportivi e piazzali attrezzati e nel solo 1937 organizza 32.501 manifestazioni di atletica leggera, 9.506 corse campestri, 196.364 incontri di pallacanestro, 18.810 di Rugby e 99.044 incontri di calcio. A queste si sommano poi manifestazioni di pugilato, lotta greco romana, scherma, sci, ciclismo, motociclismo, canottaggio, nuoto, e tiro a segno. In totale, nell’anno in riferimento, saranno impegnati nelle attività di cui sopra 2.340.362 atleti. Con tali cifre si può dire, senza ombra di dubbio, che in Italia lo sport di massa inizia con il fascismo.

LA CULTURA E LE IMPRESE SPORTIVE
Sia chiaro che il mondo educativo e pedagogico fascista mira a creare soprattutto il cittadino prima che il cittadino soldato. La gioventù non viene solo addestrata all’uso delle armi ma avviata anche al mondo della cultura. Con l’istituzione dei Littoriali della cultura e dell’arte si creeranno delle vere e proprie gare tra i giovani che dovranno disquisire su vari argomenti davanti a commissioni che li giudicheranno. I Littoriali prevederanno prima selezioni periferiche e poi nazionali a Roma. Ampio spazio si darà alla cultura nelle sue varie forme. E’ infatti, in quegli anni, che nasce in Italia l’Accademia d’Italia, ma anche importanti manifestazioni come il Maggio Musicale Fiorentino.
Per propagare la cultura tra il popolo, in assenza dello strumento televisivo, si farà in modo che ogni casa del Fascio in Italia abbia la sua radio e, per legge, tutti i cinema, oltre alla pellicola in programmazione, dovranno proiettare i documentari a scopo divulgativo dell’Istituto LUCE . Un interessante esperimento verrà fatto con i “Carri di Tespi”, ovvero teatri itineranti che porteranno, anche nei centri minori ed a prezzi accessibili a tutti, il teatro di prosa ed il teatro lirico. Il primo Carro di Tespi, sarà inaugurato a Roma nel 1929 a cura dell'Opera Nazionale Dopolavoro.

I PRIMATI SPORTIVI
Come abbiamo visto è nel Ventennio che nasce lo sport per tutti, ma al di là dello sport di massa e dello sviluppo impianti sportivi ovunque, è da evidenziare che anche in campo internazionale lo sport italiano coglie notevoli affermazioni in campo calcistico, aereo ed automobilisto ed è, infatti, in questi anni che vengono costruiti gli Autodromi di Monza e del Mugello.
I risultati più eclatanti saranno però quelli nel settore aeronautico. Il periodo tra i due conflitti è caratterizzato, non solo in Italia ma in tutto il mondo, dalla ricerca da parte delle varie aeronautiche nazionali del raggiungimento di primati di velocità altezza e distanza, primati da migliorarsi poi continuamente.
Sono questi gli anni dei Raid Aerei di Ferrarin, Del Prete, De Bernardi e De Pinedo.
Italo balbo effettua grandi trasvolate oceaniche con gli idrovolanti Siai Marchetti S55, mentre Nobile vola sul Polo Nord. Non si possono elencare tutti i primati conseguiti dalle ali italiane nel periodo in trattazione, ma al lettore basterà sapere che, alla data del 31 luglio 1939, l’Italia conta, riconosciuti dalla Federation Aeronatique Internationale, ben 33 primati di volo. Contestualmente la Germania ne detiene 15, la Francia 12, gli Stati Uniti 11, l’URSS 7, il Giappone 3, la Gran Bretagna 2 e la Cecoslovacchia 1.
La corsa ai records, che potrebbe sembrare in un primo momento un semplice fatto sportivo e pertanto sterile ai fini dell’economia dell’aeronautica militare italiana, ha invece in sé, oltre al fatto sportivo, anche qualcosa d’altro che la rende fruttifera e, secondo alcuni, necessaria. Gli effetti positivi dei brillanti risultati raggiunti nel campo aeronautico sono principalmente due. Per il conseguimento di nuove mete aeronautiche vi è bisogno di una ricerca e di uno sviluppo tecnologico che, in linea generale, dovrebbe consentire l’evoluzione dei materiali di volo e l’acquisizione di una maggiore professionalità dei costruttori e dei piloti. È questo quindi il primo risultato che si tende a conseguire. Poi, è da dirsi che il prestigio acquisito con i primati di volo, oltre a far aumentare in Italia ed all’estero il consenso verso il regime fascista, esercita un indiscutibile fascino sulle aviazioni straniere, cosa che frutterà, negli anni, alcune consistenti commesse da parte di aeronautiche straniere.

CONCLUSIONI
Gli anni trenta saranno anni di grande successo per il fascismo. In politica estera l’Italia da al mondo l’immagine di una nazione potente dal punto di vista militare e nella quale il progresso scientifico e tecnico divora le tappe. In politica interna, mentre l’opposizione è quasi inesistente, vi è, invece, un momento di grande consenso.
Il mondo cattolico, dopo il concordato, si è riavvicinato al Fascismo e anche la borghesia medio alta dimostra di apprezzare l’indirizzo economico del Regime che, grazie ad una politica basata sul binomio “protezionismo - bassi salari”, ha inteso supportare non solo l’industria ma anche il lavoro che questa fornisce agli operai italiani. Infine, grande consenso giunge dalle masse popolari che dimostrano di aver inteso la portata delle enormi iniziative di carattere sociale delle quali fino ad ora abbiamo detto.

Purtroppo, di tutte queste cose, non ebbi il tempo di parlare al giovane viaggiatore che avevo seduto di fronte in treno e sono convinto che lui mai avrà l’opportunità di apprenderle. D'altronde, la colpa non è sua, chi mai avrebbe dovuto raccontargliele, non certo la scuola che ha frequentato perché la Scuola italiana, frutto di questa nostra Repubblica, che è a sua volta figlia della Resistenza al Nazifascismo, non ha certo né il tempo e soprattutto la voglia di raccontare la verità su quegli anni.
La Scuola di una Repubblica che si fonda sul mito della Resistenza non può assolutamente permettersi il lusso di testimoniare ciò che di buono vi fu nel Regime Fascista e, anzi, deve al contrario continuare a vivificare la leggenda del fascismo come “male assoluto”, come qualcuno lo ha definito.
Contro i dati e i fatti sopra riportati, che testimoniano sicuramente a favore delle realizzazioni sociali e culturali raggiunte, i docenti nelle scuole italiane di ogni ordine e grado, continuano a fare verso i propri studenti professione di feroce antifascismo. Tale antifascismo trova fondamento sul fatto che durante il Ventennio vi fu, secondo la vulgata popolare, una brutale repressione della libertà individuale. Repressione che avvenne con l’abolizione della libertà di stampa e delle libere elezioni, con il confino di polizia, assegnato agli oppositori politici, e con la promulgazione delle leggi razziali.
Stessa professione di fede fa il mondo degli intellettuali, laddove per intellettuale si indicano quelle figure che, in organico al potere, lo servono perché hanno la funzione di spiegare il potere al popolo.
A chi oggi mi parla della repressione della libertà durante quegli anni non posso che rispondergli: si provi un povero cristo di operaio a farsi eleggere, non dico al parlamento, ma anche solo ad un consiglio comunale. Una campagna elettorale costa fior di quattrini e i partiti, che decidono chi possa avvicinarsi ai sacri scranni parlamentari, sono in realtà i veri padroni della “Democrazia”.
Oppure: si provi pure un “uomo di ragione”, che è differente da un intellettuale, perché non è asservito a nessun potere forte, ma è forte solo della sua libertà di pensiero, a farsi pubblicare i propri libri o articoli. Solo allora si scoprirà cosa è in realtà la libertà di stampa, che in Italia è tale solo per alcuni gruppi del potere politico economico.
Per quanto riguarda le leggi razziali, infine, c’è da dire che queste non privarono gli ebrei presenti sul territorio nazionale né della libertà né della vita, ma solo dei diritti civili riguardanti le attività lavorative e l’istruzione. Gli ebrei furono trattati come stranieri e quindi come un corpo alieno alla società italiana, ma è da ammettere che le leggi in argomento furono un grave errore e sicuramente una scelta infelice da parte del Regime, anche perché buona parte del mondo ebraico italiano non era ostica al fascismo e andava avvicinata anziché allontanata.
Vorrei, in conclusione, chiarire un fondamento del mio pensiero: non ho inteso con il mio scritto difendere l’ideologia fascista. Se il lettore avesse male inteso, preciso che ho voluto, invece, solo descrivere quali e quante furono le realizzazioni fatte in quegli anni. Non sono e non mi sento un nostalgico e se qualcuno mi desse la possibilità, premendo un immaginario bottone della macchina della Storia, di cambiare il corso degli eventi e di fare in modo che l’Italia avesse vinto la seconda guerra mondiale e che il Regime Fascista fosse ancora al potere in Italia, ebbene, io quel bottone non lo premerei. Vorrei premere, invece, il bottone della verità storica, perché penso che sia giunto il momento di raccontare con più serenità l’Italia di quegli anni. Fu indubbiamente un’Italia ben diversa da quella odierna, dove per fare un ospedale ci vogliono venti anni e per costruire una pensilina solo sei mesi e dove, soprattutto, gli operai si vedono riconosciuti contratti di lavoro a termine, a tre , a sei e a dodici mesi, e vivono con il terrore del licenziamento e della fame per loro e per le loro famiglie.


Daniele Lembo