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SPECIALE

L’ARCIVESCOVO DI FERRO
Ricordo di S.E. Mons. Arrigo Pintonello

di Giampaolo Costa


 

 

INTRODUZIONE
Settembre 1988: con la mia valigetta da medico entro per la prima volta nel College “Selva dei Pini”, presso Pomezia a circa una trentina di chilometri da Roma. Tramite un amico che lavora in questa struttura, sono stato invitato ad incontrarmi con la direzione del College per prendere accordi su una assistenza medica da prestare durante l’anno scolastico che sta per iniziare. Un parco meraviglioso, di oltre venti ettari, circonda l’edificio principale dove sono situati gli uffici, le aule scolastiche, le stanze dove alloggiano gli studenti, l’aula magna, le cucine e la sala ristorante. Mentre attendo di essere ricevuto la mia attenzione è attratta da un uomo alto ed imponente che, se non avesse indossato l’abito talare, avrei senz’altro identificato in un militare. Il suo modo perentorio di dare ordini e di mostrare ad un gruppo di operai il lavoro da svolgere non lasciava adito a dubbi. Quasi intimorito, cerco di non dare nell’occhio, ma quella strana figura di prete mi vede e mi chiede, stavolta con molta gentilezza, se ero stato già annunciato alla direzione. Quando viene a sapere chi sono, mi accompagna personalmente all’interno dell’edificio presso l’ufficio della direzione. Mi accorgo che non può essere un prete normale, sia per il portamento che per i bottoni rossi che guarniscono il suo abito ed, inoltre, per la bellissima croce che gli pende sul petto. Capisco di avere davanti l’arcivescovo Pintonello, di cui avevo già sentito parlare ma che non avevo mai conosciuto. Il mio primo incontro con lui si conclude così, poiché rapidamente si allontana da me per controllare personalmente che tutto sia a posto per la prossima apertura della scuola.

Incomincia così per me un periodo di collaborazione con il College “Selva dei Pini” e di frequentazione, quasi quotidiana, con mons. Pintonello, che durerà dieci anni e che mi ha permesso di conoscere più da vicino quest’uomo singolare ed eccezionale. In quell’estate del 1988 l’arcivescovo ha appena compiuto ottantanni. Il College “Selva dei Pini” l’ha costruito personalmente grazie ai suoi risparmi ed alle donazioni lasciate in eredità da persone amiche. Agli inizi degli anni sessanta il college è già funzionante, ma nell’intento di mons. Pintonello, che a quell’epoca era arcivescovo ordinario militare per l’Italia, doveva avere i caratteri di seminario per la preparazione delle future generazioni di cappellani militari. Ma, pochi anni dopo, per la crisi di vocazioni fra i giovani, il seminario viene trasformato in Istituto Psico-Medico-Pedagogico “Mater Ecclesiae” per la cura e l’assistenza ai ragazzi disabili. Infine nel 1979 la trasformazione in scuola, dalla materna al superiore, dove i ragazzi possono studiare accomunando l’applicazione sui libri all’esercizio fisico nel meraviglioso parco che circonda la scuola, dotato di campi di calcio, da tennis, piscina, pista da pattinaggio, maneggio per cavalli. Da tutta Italia sono giunti centinaia di ragazzi che, sul modello dei colleges inglesi e americani, hanno potuto studiare e fare sport, in un ambiente meraviglioso. In effetti l’impressione che si ha, ancora oggi, entrando nel college “Selva dei Pini”, è di assoluto distacco dal mondo circostante, pieno di rumori e di inquinamento. E se dovessimo dare un merito a mons. Pintonello, oltre agli altri che egli ha per tutto quello che ha compiuto nella sua lunga vita, c’è sicuramente questo: l’aver salvato dalla speculazione edilizia e dalla selvaggia industrializzazione della zona di Pomezia, avvenuta tra gli anni sessanta e settanta, un territorio di oltre venti ettari che ha permesso anche il mantenimento degli ultimi esemplari di querce da sughero.
E’ molto triste che oggi, nell’autunno del 2004, non si ricordino più tali meriti nel momento in cui, passato ormai di proprietà, il college “Selva dei Pini” è stato trasformato in una sede distaccata dell’Università “La Sapienza” di Roma. Nessuno si è più ricordato del fondatore di quest’opera. E’ soprattutto per tener vivo nella memoria dei più giovani, che tanto hanno sollecitato gli interessi e le preoccupazione di mons. Pintonello, che tento attraverso le pagine che seguono di ripercorrere la parabola terrena di questo eccezionale personaggio. 

LA VITA
Mons. Arrigo Pintonello nasce il 28 agosto 1908 a Pianiga, provincia di Venezia e diocesi di Padova, figlio di Giacinto e di Cogo Lucia. Compie gli studi ginnasiali e liceali presso il liceo statale “Tito Livio” di Padova. Nel 1927 consegue la licenza liceale e contemporaneamente sente dentro di sé nascere e crescere inarrestabile la vocazione ecclesiastica. Già da studente liceale aveva fatto parte dell’Azione Cattolica.
La sua formazione sacerdotale avviene presso il Seminario Lombardo di Roma. Il 9 ottobre 1932 viene ordinato sacerdote nel duomo di Cittadella, provincia di Padova, ed il suo primo incarico è di vice-parroco ad Este. Nell’estate del 1933 viene chiamato a Roma da Mons. Borgoncini Duca, presidente dell’Oratorio di S. Pietro, per dare assistenza ai ragazzi che frequentavano l’Oratorio. A Roma contemporaneamente frequenta l’Università Gregoriana, laureandosi in Filosofia e Teologia dogmatica. Prende anche il baccellierato in diritto canonico. Il vice-presidente dell’Oratorio di S. Pietro, mons. Carlo Rusticoni che in quei tempi era anche Vicario generale della Curia Castrense, lo introduce presso l’Ordinariato Militare di Roma. Qui il giovane sacerdote Pintonello accetta con entusiasmo il suo primo incarico da cappellano militare. Siamo nell’autunno del 1935 ed è da poco scoppiata la guerra per la conquista dell’Etiopia. Viene inviato a Pola, nella penisola istriana che allora faceva parte dell’Italia, come cappellano militare di ruolo S.P.E. nella Regia Marina con l’incarico dell’assistenza spirituale dell’equipaggio del sommergibile “Rubino”, che era impegnato sulla rotta verso l’Africa Orientale Italiana. Qui mons. Pintonello rimane circa due anni, prestando la sua opera di assistenza anche presso l’ospedale di Pola. Nel 1938 viene mandato presso la Divisione Alpini “Pusteria” a Brunico, in provincia di Bolzano, rimanendo altri due anni in Alto-Adige e continuando a farsi apprezzare per la sua umanità e per le sue ottime capacità organizzative. Nel giugno 1940, pochi giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia, mons. Pintonello viene chiamato a Roma, presso l’Ordinariato Militare, con l’incarico di cappellano di collegamento con lo Stato Maggiore dell’Esercito.
Il 28 agosto 1941, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno, parte per il fronte russo. Inizia qui un’esperienza straordinaria per mons. Pintonello che segnerà per sempre la sua vita e della quale torneremo a parlare a lungo. Basti qui ricordare che quando tornerà in Italia, nell’aprile 1943, ha conseguito due Croci al Merito di Guerra ed un Encomio Solenne. Ma porterà per sempre anche nel fisico i segni di quella drammatica esperienza con un principio di congelamento del naso e dell’orecchio sinistro e, quindi, la relativa invalidità di guerra. Appena ritornato in patria viene assegnato al Quartier Generale del Comando Supremo, con sede presso Viterbo. Qui vive le drammatiche giornate della caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943, e dell’armistizio con gli Anglo-Americani, l’8 settembre successivo, durante i quali assiste all’umiliante spettacolo di terrore e di caos del nostro esercito.
Ecco il ricordo, raccolto dalla sua viva voce, di quei drammatici avvenimenti:

“ Al mio rientro dalla Russia, venni assegnato al Quartier Generale del Comando Supremo. La sua sede si trovava, mimetizzata, tra i boschi di Carbognano, in quel di Viterbo. Vi trovai numerosi reduci di Russia, sia tra i militari sia tra gli ufficiali. Il Comando del Quartiere era nelle mani del generale Alfredo Criscuolo, un perfetto gentiluomo. Il drammatico messaggio del Maresciallo d’Italia Badoglio che, come è noto, finiva con le funeste parole: - La guerra continua! -, ci colse tutti di sorpresa. I militari, alloggiati nelle case coloniche della vicina Fabrica di Roma, prorompono in un corale quanto sarcastico: - Amen, amen! -. Nel corso della notte è un generale – si salvi chi può -, anche perché erano giunte notizie che le forze degli ex-alleati Tedeschi erano a Viterbo e, perciò, le maglie d’un imminente quanto inevitabile accerchiamento si stavano sempre più stringendo. Per cui, col favore delle tenebre non rimane più alcuna ombra dei nostri soldati! All’alba del 9 settembre si rinnova, ahimè, lo stesso umiliante spettacolo di terrore e di caos della notte precedente. E questa volta da parte degli ufficiali! Per sfuggire all’incombente pericolo di essere catturati ed avviati, senza tanti tergiversamenti, com’era nello stile dei comandi Tedeschi, nei campi di prigionia in Germania, ai nostri ufficiali rimase, in quel drammatico momento, un’unica via di scampo: quella di dare … l’assalto al loro cappellano e consegnargli tutto quanto di più caro e di più prezioso possedevano, fedi nuziali, orologi, documenti personali, denaro, ecc., fino a riempire un capacissimo sacco che fu depositato presso gli Uffici dell’Ordinariato Militare, in Roma, e poi restituito, alla fine del conflitto, ai legittimi proprietari. Poi darsi alla macchia! Ma la tragedia “greca” non era ancora giunta al traguardo finale. Rimasto solo, o per meglio dire in compagnia del mio fedelissimo attendente Giuseppe Somaini, già  bersagliere del 3°, che mi aveva seguito in Italia fin dalle rive insanguinate del Don, in quella vasta e tetra città militare, quale si presentava, in quelle ore, la sede del Quartier Generale, piena zeppa di automezzi, di materiali meccanici, di macchine da scrivere, di mobilia di ogni genere, mi vedo apparire dinanzi un sottufficiale tedesco, scortato da alcuni suoi commilitoni, il quale, scattando sull’attenti alla foggia prussiana, pronuncia queste testuali parole: - Guten Tag! Alles hier ist fur das Grosse Deutschland! -. E a me non rimase altra scelta all’infuori di quella di consegnare, dietro relativo atto scritto di ricevuta, con nell’anima una tristezza mortale, pezzo per pezzo tutto quell’incalcolabile patrimonio di sofisticatissime, almeno per l’epoca, apparecchiature tecnico-informatiche, specialmente per quanto attiene alla cinquantina e più di telescriventi del nostro Comando. Non ho mai dimenticato le parole di commiato pronunciate da quel militare germanico, probabilmente di confessione cattolica: - Ciò, forse, che oggi è capitato a lei, capiterà a me domani! - ”. 

Nell’inverno 1943-’44, quando l’Italia è divisa in due fra il Regno del Sud, occupato dagli Alleati, e la Repubblica Sociale Italiana al nord, occupata dai Tedeschi, viene officiato dall’Ordinariato Militare ad assistere spiritualmente la Divisione Paracadutisti Germanici “Hermann Goering” del generale Kesselring, di stanza a Genzano, ed il gruppo di trecento studenti universitari volontari della R.S.I., comandati dal maggiore Sala, attendati presso Pomezia. Ancora una volta cediamo la parola a mons. Pintonello:

“ Dall’8 settembre 1943 l’asse delle operazioni di guerra si era trasferito nella fascia delle “neonate” fiorenti città e villaggi della Bonifica Pontina: Pomezia, Aprilia, Littoria, Torvaianica, Tor S. Lorenzo, Anzio, Nettuno, Sabaudia, ecc. In quelle tragiche giornate venni officiato, cioè incaricato senza un atto di nomina ufficiale, dall’Ordinariato Militare a tentare di far giungere una qualsiasi forma, anche la più elementare, di assistenza spirituale alla Divisione Paracadutisti Germanici del generale Kesselring, di stanza a Genzano, ed al gruppo dei 300 Studenti Universitari Volontari Italiani, dell’Alta Italia, comandati dal maggiore Sala ed attendati nei pressi di Pomezia. Un quesito, a questo punto, ci viene spontaneo: quale il mezzo di trasporto ed il percorso quadrisettimanale da affrontare, al fine di portare i “carismi della Fede” ai militari, sia italiani che tedeschi, impegnati su un fronte vastissimo che nulla aveva da invidiare alla sterminata e desolata steppa russa? Incredibile! Una vecchia, sia pure ancora robusta, bicicletta “Bianchi”, cedutami in uso, di volta in volta, dall’Economo dell’Ordinariato Militare, l’indimenticabile padre Romualdo Amede, che avrebbe dovuto sostituire l’antica e fedelissima mia “Lancia Aprilia” della Campagna di Russia. Le nostre forze non disponevano più, in quei giorni, neanche di un’auto, neanche di una stilla di benzina! Questo il mio cartello di marcia, in sella alla bicicletta: alzata alle ore 2 del mattino ed immediato assalto alle innumerevoli strade e vie, che sarebbero diventate abituali testimoni degli … audaci miei “sprint alla Coppi”: via Panisperna, S. Maria Maggiore, via Merulana, fino a raggiungere Piazza S. Giovanni in Laterano dove, ai piedi dell’obelisco, era ad attendere, con puntualità prussiana, il ben noto Feldmaresciallo il quale, col tipico elmetto tedesco calato fin sulle spalle e col mitra puntato sul petto del malcapitato che gli si parava dinanzi, chiunque egli fosse rivolgeva la rituale ed inappellabile domanda: “Was fur ein das Ordnen-Wort?”. Grazie ad ulteriori energiche pedalate, si giungeva presto ai piedi dell’Appia, la cui salita, di circa 6 chilometri, immetteva, come oggi, nell’allora semidistrutta Albano. Di qui, scendendo bicicletta a tracolla sulle acque del fiume che divide le due cittadine di Ariccia e Galloro, si soleva, giunti a Genzano, piegare immediatamente sulla destra ed imboccare, lungo la via Colabona, l’ampio stradale della Valle Caia la quale sfocia a Pomezia, sulla via Laurentina. Dal Bivio Caronti lo “scivolare”, a velocità d’un ciclista di professione, lungo la Laurentina per arrivare in riva al mare, a Tor S. Lorenzo, Anzio, Nettuno, ecc., poteva rappresentare un gioco da ragazzi. Sennonchè, al contrario, la Laurentina era diventata il “locus perditionis”, cioè il bersaglio preferito dei mitragliamenti americani. Neppure il semplice pedone, neanche il Cappellano Militare, nonostante egli indossasse una ben visibile “talare nera” con cucita sul petto un’ampia “croce rossa”, veniva risparmiato dai colpi “impazziti” delle mitraglie degli aerei americani, il cui pilota, dal volto nero come il carbone come l’ha scorto sempre lo scrivente, si abbassava a quota di 15-20 metri, per scaricarti una grandinata di confetti, dai quali solo l’esperienza vissuta nelle precedenti Campagne di Guerra ci potè salvare. Come? Con lo scendere a precipizio dal già detto “automezzo blindato”, la bicicletta, e col buttarci a capofitto nei fossi laterali”.

Infine, mons. Pintonello assiste, la sera di domenica 4 giugno 1944, all’ingresso in Roma dei soldati e dei mezzi corazzati americani. Ecco il suo colorito ricordo:

“ Nessuno, all’infuori di colui che ne ha fatto esperienza personale, sarà in grado di capire quanto sia gravido di incubi e di timori il cosiddetto “vuoto” di qualsiasi autorità che intercorre, in una guerra, tra la partenza o meglio la ritirata d’un esercito vinto e l’arrivo di quello vincitore! L’uomo, cioè, lasciato a sé stesso e senza alcun freno ai suoi istinti beluini ridiventa capace di qualsiasi scempio della legge naturale! Mi trovavo, in quella storica sera, verso l’imbrunire negli uffici dell’Ordinariato Militare, sito in Salita del Grillo n° 37, a colloquio col mio “pari grado” capitano Silvestri, incaricato del collegamento col generale Kyrie-Eleison, comandante della Città Aperta di Roma. Dopo aver accompagnato il mio ospite fino al Foro di Traiano ritornato sui miei passi, all’improvviso sento uno scrosciare di urla e di spari, non di mortaretti, provenienti d’ambo i lati delle finestre di via Nazionale. Scorgo, dalla svolta di via Magnanapoli ed all’altezza della Banca d’Italia, avanzare verso di me, rimasto solo, solissimo un’interminabile colonna di carri armati americani! Cosa fare? Non ci volle il coraggio di Don Abbondio per prendere, su due piedi, l’unica decisione che rimaneva: quella di muovermi incontro ai Liberatori. Giunsi, dunque, come prima accennato, in prossimità della Banca d’Italia e, alla distanza di una decina di metri, vedo il primo carro armato americano bloccarsi d’improvviso ed alzare di scatto la “cappotta” mentre una voce, quella dell’autista, dallo spiccato accento siculo-americano, grida a squarciagola: - A zì prè duv’è lu papa? - . Non mi rimase, stupefatto e commosso, che cercare di sbracciarmi per indicargli il percorso da compiere per giungere all’agognata meta: la curva, cioè, di via Nazionale, rasentando i Mercati Traianei, Piazza Venezia, Corso Vittorio Emanuele II, Ponte Vittorio Emanuele II, via della Conciliazione, Basilica di S. Pietro e, finalmente, “lu Papa”! E la colonna dei carri armati americani riprese la marcia trionfale, tra un gettito ininterrotto ed abbondante di caramelle, dicesi “caramelle” vere, cioè, e non nel senso metaforico ma reale della parola, alla gente stipantesi sui marciapiedi, stremata dalla fame. Ma la drammaticità di quella storica sera non aveva raggiunto il suo apice: si riode, cioè, in quel momento carico di incognite e di timori, il grido di una mamma romana, simile a quello, tante volte raccolto durante la Campagna di Russia :  - Figlio, figlio mio! Cosa posso fare per salvarti? - . Era accaduto questo: nel già detto “vuoto di presenza” dei due eserciti in conflitto, quello sconfitto e quello vincitore, una cinquantina di Paracadutisti germanici, rimasti tagliati fuori dal grosso dei loro commilitoni, perché feriti o estenuati dalla fatica della lunga marcia di ripiegamento; trascinatisi in avanti con sforzi sovrumani lungo la via Nazionale, madidi di sudore da capo a piedi, appoggiantisi su qualche bastone di fortuna e ridotti ad autentici cadaveri ambulanti, cadevano uno ad uno sotto i colpi di fucile o di mitra provenienti dalle finestre dei due lati della strada”.

Nel 1945 la Sacra Congregazione dei Seminari sceglie mons. Pintonello quale Rettore del Pontificio Seminario Regionale “La Quercia” di Viterbo, per l’anno scolastico 1945-’46. Dall’anno scolastico 1946-’47 al 1953-’54 è Rettore del Pontificio Seminario Regionale di Salerno. Durante questi incarichi risaltano le sue elette qualità di mente e di cuore, la sua forte e spiccata personalità. Diventa il vero animatore per il rifiorire dei due Istituti Ecclesiastici, nel campo degli studi e della disciplina, ottenendo ampi ed unanimi consensi da parte dei superiori.
Nel 1953 giunge, a corona e premio di tanto intenso lavoro apostolico, la nomina ad Ordinario Militare per l’Italia e la conseguente elevazione alla dignità di Arcivescovo di Teodosiopoli. Viene consacrato a S. Carlo al Corso, in Roma, da S.E. il cardinale Adeodato Piazza, il 30 novembre 1953. Così ricorda quel memorabile giorno mons. Pintonello:

“ Al termine della funzione religiosa venne a trovarmi l’ex-capo del governo Alcide De Gasperi che, con la sua consueta signorilità, volle esprimermi le sue più vive felicitazioni. Lo seguiva il suo segretario, tale Giulio Andreotti, del quale De Gasperi diceva: - Vede Eccellenza, quell’uomo sarà il futuro dell’Italia! -. Non ho mai dimenticato quelle profetiche parole!”. 

Da quel  momento il campo di azione diventa più vasto per il neo-arcivescovo. Si moltiplicano le iniziative. Al primo posto la cura per la formazione di nuove generazioni di Cappellani Militari con la fondazione, a Monte Sacro, dell’Accademia per Allievi Cappellani. Per reclutare giovani e favorire così le vocazioni ecclesiastiche fonda, nel 1961, l’Opera “Mons. Angelo Bartolomasi” e fa costruire, a Pomezia, un vasto complesso edilizio circondato da un parco di oltre 20 ettari, con l’idea di realizzare una scuola, simile alla “Nunziatella” di Napoli, per la formazione di Cappellani Militari. Contemporaneamente pensa all’ammodernamento della sede dell’Ordinariato Militare, in Salita del Grillo a Roma, che diventa il centro propulsore di tutta la sua fervida attività di lavoro per l’assistenza spirituale ai soldati. Fonda la rivista “Bonus Milis Christi”, attraverso la quale segnala le mete ed offre i sussidi per la realizzazione del programma di lavoro, che diventa sempre più esteso ed impegnativo.
Il 16 gennaio 1966 lascia l’Ordinariato Militare e viene nominato Amministratore Apostolico di Velletri ed Arcivescovo della Diocesi di Terracina, Latina, Sezze e Priverno, con l’incarico di fondare la Diocesi di Latina. Durante il suo mandato vengono erette 18 nuove parrocchie con relativa congrua e contributo statale del Fondo Culto per la costruzione delle nuove chiese. Nel giugno del 1971 lascia la Diocesi e si ritira a Pomezia per seguire la sua opera di assistenza ai disabili. Infatti il Seminario per Cappellani Militari che aveva fondato era diventato, nel 1966, Istituto Psico-Medico-Pedagogico “Mater Ecclesiae”, per l’assistenza e la cura dei giovani disabili. Nel 1979 l’Istituto viene trasformato in una scuola privata, dalla materna fino al liceo, con possibilità da parte degli alunni di esercitare oltre che la mente anche il corpo nei magnifici impianti sportivi di cui è dotato il College “Selva dei Pini”. Non a caso mons. Pintonello adotta quale motto della sua scuola il famoso detto latino: “Mens sana in corpore sano”. Qui per oltre vent’anni ha seguito e curato personalmente l’istruzione e l’educazione di centinaia di ragazzi, provenienti da tutta Italia, attirati da un modello di scuola veramente unica, nel suo genere. Il College ha rappresentato la vita per mons. Pintonello. Ed ecco come ce ne parla, con mal celata commozione ed enfasi:

“ E’ unica nel suo genere in Italia, sullo stampo dei Colleges anglo-americani e di quelli sovietici, che io ebbi occasione di conoscere durante la campagna di Russia. –Seligere -, selezionare, fin da piccoli, fin dall’età dell’asilo, ciascun bambino; studiarne le capacità, la vocazione e mettergli a disposizione tutte le strutture per poterle sviluppare, tanto a livello didattico quanto sportivo: questo è il nostro fine. Qui si studia e si fa sport; chi intende abbracciare un membro solo di questo binomio non è accolto nel nostro College. E questo non deve meravigliare, in quanto avviene in tutti i Colleges del mondo. L’intera mattinata è destinata alla scuola ed all’insegnamento secondo i canoni scolastici dettati dal Ministero della Pubblica Istruzione; il pomeriggio, invece, è dedicato a due problemi: alla specializzazione della materia scolastica per la quale è – vocatus – il singolo alunno, attraverso la frequenza in numerosi laboratori, e quindi alla pratica dello sport specifico per il quale l’alunno è predisposto. E qui non gli manca davvero nulla, neanche il controllo del medico sportivo, sempre a disposizione degli alunni. D’altronde questi riportano nello sport ripetuti successi, ed ora abbiamo anche aperto una scuola di recitazione. Nostro scopo è praticare queste due vie, di selezione e di avvio, dei ragazzi sia nel campo dello studio che in quello dello sport “.

E’ indubbio che negli ultimi anni della sua vita la preoccupazione principale di S.E. è stata l’organizzazione scolastica del College. Spesso mi consultava per sapere sulla salute degli alunni, specie di coloro che rimanevano a convitto. Era contento quando rimanevo a pranzo con tutti i ragazzi: per lui era motivo di orgoglio e di sicurezza sul buon andamento della mensa. Anzi mi diede carta bianca per organizzare, giorno per giorno, una dieta varia e piacevole per i ragazzi. E devo dire onestamente che non era facile! Ma le sue preoccupazioni non si limitavano alla scuola. Difficile, per esempio, è stato il suo rapporto con la Santa Sede, specie dopo la sua tiepida apertura nei confronti del vescovo tradizionalista francese mons. Marcel Lefebvre, sospeso “a divinis” dal papa per le sue idee contro il Concilio Vaticano II. Devo dire onestamente che in tanti anni di vicinanza a mons. Pintonello non ho mai visto celebrare da lui una messa tradizionalista, cioè in latino. Ricordo solo l’incontro con l’attore, di origine australiana, Mel Gibson che, da fervente cattolico tradizionalista, volle far cresimare due dei suoi numerosi figli da mons. Pintonello.
Ma il suo malumore nei confronti del Vaticano si era acuito dopo uno spiacevole episodio accaduto nel settembre del 1979, in occasione della visita pastorale a Pomezia di Giovanni Paolo II. In quella circostanza venne invitato anche l’arcivescovo Pintonello, che giunse sul palco delle autorità indossando la tiara di vescovo. Grande fu in lui l’umiliazione quando gli venne intimato di togliere l’insegna vescovile di fronte al papa, come se fosse stata usurpata e non meritata dopo anni di febbrile impegno morale e religioso. Quell’episodio rimase nella mente di mons. Pintonello fra i più tristi ed umilianti. Ma nonostante ciò, nel momento in cui l’opera da lui fondata incominciava a versare in non buone acque a causa di investimenti errati, il Vaticano, nella persona del cardinale Ruini, Vescovo Vicario di Roma, offre a mons. Pintonello la copertura economica necessaria per evitare l’asta fallimentare. La scuola, che tanto stava a cuore all’anziano prelato, continua a vivere ancora per qualche anno. Ma la sua impronta è sempre più labile e lontana, costretto dai collaboratori del cardinale Ruini ad un ruolo di mera comparsa. Sono anni, gli ultimi della sua lunga vita, molto tristi ed amari. Ricordo i concitati colloqui con S.E., la sua delusione ma, al tempo stesso, la sua speranza incrollabile che le cose potessero ancora cambiare in un futuro prossimo. Quando, per motivi di lavoro, ho lasciato il College, le mie visite all’arcivescovo Pintonello si sono diradate. Ma gli incontri con lui, sebbene non frequenti, sono stati sempre improntati ad un reciproco rispetto ed affetto. Egli accetta con entusiasmo il mio invito ad una visita a Terracina, la città in cui aveva risieduto da vescovo, in occasione della presentazione di un libro sulla guerra in Russia scritto e presentato da un soldato terracinese che ben aveva conosciuto mons. Pintonello sul quel fronte insanguinato. Accompagno personalmente l’arcivescovo, che ha al suo fianco il sempre presente ed efficiente don Giacomino Feminò, nel luogo dove avviene la presentazione. La sua presenza suscita l’entusiasmo e la commozione dei presenti, le sue parole tagliano stentoree l’aria di quella serata rimanendo per sempre nella memoria dei presenti. A conclusione di quella memorabile giornata, invito l’arcivescovo a far visita al nuovo Ospedale di Terracina, dedicato al missionario Alfredo Fiorini ucciso in Mozambico. Egli percorre e benedice i reparti ed i pazienti ricoverati, suscitando in tutti un’emozione indicibile. Non potrò mai dimenticare quella giornata ed ancora di più la gioia immensa che dimostrava mons. Pintonello che non finiva più di ringraziarmi per averlo, almeno per una giornata, distolto dalle sue angosciose preoccupazioni quotidiane.
Non so se quella sia stata l’ultima bella giornata trascorsa da S.E., ma sono certo che sia servita per ritrovare dentro di sé, ad oltre novantanni, un rinnovato vigore per  affrontare le sue future battaglie. Fra queste, soprattutto la pubblicazione del suo libro di memorie sulla Campagna di Russia. Molte volte mi ha chiamato per scambiare con me pareri ed opinioni. Sapeva di trovare in me un appassionato di storia ed io ero sempre emozionato ad ascoltare i suoi ricordi, sempre vivissimi e straordinari.
L’ultima mia visita a mons. Pintonello avviene il 1° febbraio del 2001. Chiedo udienza a S.E. perché due esponenti del movimento politico "Forza Nuova", il Segretario Nazionale Roberto Fiore ed il Delegato per la provincia di Latina Massimo Perrone, venuti a conoscenza della mia amicizia con l’arcivescovo, volevano incontrarlo di persona a tutti i costi. Ancora una volta colpisce, soprattutto i miei amici, la lucidità e la vitalità di mons. Pintonello che ci intrattiene in una piacevole conversazione per oltre un’ora. Alla fine ci impartisce la solenne benedizione apostolica, in latino. Ci mettiamo tutti in ginocchio davanti ad un uomo straordinario che emanava una forza straordinaria. Non credevo che quella sera sarebbe stata l’ultima in cui avrei visto vivo S.E. A fine giugno ricevo, come al solito, il suo graditissimo biglietto d’augurio per il mio onomastico: 

“ Egregio e caro dottore, per la prossima sua ricorrenza onomastica la prego voler gradire i più fervidi auguri nel Signore. Sono e sarò sempre, per lei e per i suoi cari, il suo devotissimo A. Pintonello”.

Conservo gelosamente questo suo biglietto autografo, purtroppo l’ultimo, bellissimo nella sua pur struggente semplicità.
Domenica 8 luglio 2001 mons. Pintonello si spegne serenamente, dopo un breve malessere, nella scuola da lui fondata, ormai vuota di studenti, che aveva tanto amato. Durante la sua lunga vita, quasi novantatre anni, ha educato numerose generazioni di ragazzi, di sacerdoti, di uomini. Ha insegnato la via da percorrere attraverso due regole principali: la semplicità e l’impegno. Ed ha lasciato, nelle persone che ha incontrato, un ricordo difficilmente cancellabile dall’incessante scorrere del tempo.

LA CAMPAGNA DI RUSSIA (1941-’43)

Negli anni trascorsi al College “Selva dei Pini” molto spesso mi capitava, quando terminava l’attività sportiva e didattica pomeridiana, di intrattenermi in lunghe e piacevoli chiacchierate con mons. Pintonello. Sono sempre stato, fin da ragazzo, appassionato di storia e particolarmente della Seconda Guerra Mondiale. Sentire dalla viva voce di S.E. i suoi lucidi e drammatici ricordi della Campagna di Russia era per me un’emozione fortissima. Solo chi ha davvero vissuto quei momenti può trasmettere a chi ascolta sensazioni particolari, quasi palpabili di quelle esperienze. Dal College trasmetteva anche un’emittente televisiva, attraverso la quale mons. Pintonello volle divulgare alla gente l’esperienza sua e di altri suoi compagni di avventura, durante la Campagna di Russia del 1941-’43. Per l’entusiasmo che mostravo nell’ascoltare e nel sollecitare i suoi ricordi, mons. Pintonello volle affidarmi l’incarico di organizzare queste trasmissioni televisive. Ci mise a disposizione un’enorme quantità di materiale, come appunti, cartine topografiche, fotografie alcune anche a colori, oggetti vari provenienti dalle steppe russe. Così fu possibile organizzare numerosi piccoli documentari di cui il vero regista e sceneggiatore era l’arcivescovo.
Ricordo sempre l’emozione con cui accompagnavo con la mia voce quelle trasmissioni, specie quando erano presenti in studio alcuni reduci dalla Russia che appositamente venivano invitati da monsignore. In particolare mi viene alla mente l’incontro con il tenente medico Enrico Reginato, medaglia d’oro ed assegnato al Battaglione Alpini Sciatori “Monte Cervino”. Questo reparto era costituito dai migliori sciatori italiani, il maggior numero dei quali era rappresentato da Studenti Universitari volontari. Il tenente medico Reginato cadde prigioniero dei russi nell’ansa del Don nel 1942 e rimase nei gulag sovietici fino al 1954, testimone ed interprete del calvario dei nostri connazionali durante la prigionia. Durante la sua permanenza in Russia il dott. Reginato si prodigò senza limiti oltre che per la cura dei nostri soldati anche verso gli stessi cittadini russi, specie nella lotta contro il tifo petecchiale che mieteva vittime a migliaia. Al ritorno in Italia si unì in matrimonio con una signora francese.
“ Il celebrante di quel matrimonio è stato, giochi eleganti della storia,” come ricordava l’arcivescovo, “ il suo stesso Cappellano Capo in Russia: mons. Arrigo Pintonello “. Minato nel fisico dalla lunga e disumana prigionia, sarebbe deceduto pochi mesi dopo l’intervista rilasciata, che anche per questo ebbe un’importanza ancora maggiore.
Un’altra intervista che ricordo con emozione è quella con il cappellano militare don Enerio Franzoni, emiliano, che aveva seguito i soldati della Divisione “Celere“, partita da Verona nell’estate del 1941. I suoi ricordi, ancora così lucidi e vivi, commossero tutti. In particolar modo quando raccontava gli ultimi istanti di vita di un giovane soldato, che si affidava totalmente alla pietà del cappellano, che in quel momento rappresentava il ponte invisibile verso tutti quegli affetti che erano rimasti a casa. Anche don Enerio Franzoni sopportò la prigionia in Russia, di cui rammentava e trasmetteva con le sue parole tutta la drammaticità.
Ed, infine, un altro reduce dalla Russia intervistato in quegli anni fu il tenente Gabriele Alfieri, romano, ed appartenente al 52° Artiglieria da Campagna della Divisione “Torino”, la prima divisione a partire per la Russia il 10 luglio 1941 da Roma, e quasi interamente costituita da soldati laziali. Il tenente Alfieri rientrò in Italia nel luglio del 1946 dopo 4 anni di dura prigionia. Fu fra i fondatori e a lungo presidente dell’Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia.
Nel 1991 quando la cortina di ferro sovietica crollò, aumentò a dismisura l’interesse della gente per la sorte dei nostri soldati scomparsi durante la tragica ritirata dalla Russia. Mons. Pintonello si adoperò attivamente attraverso interviste su giornali e televisioni per dimostrare come molti soldati, oltre 5000, erano stati sepolti nei cimiteri che i cappellani militari avevano organizzato in alcune città della Russia, durante l’avanzata nel 1941-’42. Ebbi il compito di catalogare uno ad uno i nomi di quei nostri sfortunati soldati, indicando accanto a ciascuno il grado, il corpo di appartenenza ed il cimitero in cui erano sepolti. Quei cimiteri, che la pietà degli oltre 350 sacerdoti al seguito del nostro esercito in Russia aveva creato, ritornavano alla luce grazie alle precise cartine topografiche che mons. Pintonello conservava gelosamente dopo averle, a proprio rischio e pericolo, riportate in Italia nel 1943. Quei poveri soldati, obliati per diversi decenni, potevano così far ritorno in Italia ed essere consegnati alla pietà dei parenti.
Spesso S.E. si recava a rendere omaggio alle salme di quei valorosi che ritornavano in Patria. Fu fortissima in me l’emozione quando, durante una visita al Sacrario di Redipuglia nel 1993, mi trovai di fronte ad alcune piccole bare di zinco contenenti i resti mortali di alcuni  di quei soldati che avevo da poco catalogato in un freddo e stereotipo elenco: essi esistevano veramente e tornavano finalmente a casa! Vicino ad Udine, a Cargnacco, su iniziativa di un altro cappellano militare reduce dalla Russia, don Carlo Caneva che aveva assistito gli alpini della “Julia”, era stato costruito un tempio per contenere tutte le salme dei soldati italiani che tornavano dalla Russia e che non venivano richieste dalle famiglie di appartenenza. In questo sacrario oggi riposano i resti mortali di molte centinaia di quei nostri sfortunati ragazzi, con al centro la tomba di don Caneva, che continua ancora ad essere il loro insostituibile cappellano.
L’esperienza di mons. Pintonello in Russia inizia il 28 agosto 1941, giorno del suo 33° compleanno. Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (CSIR), al comando del generale Giovanni Messe, era già in marcia dal 10 luglio ed è ormai giunto sul luogo delle operazioni. Il tenente cappellano Pintonello viene chiamato da mons. Bartolomasi, l’allora Ordinario Militare per l’Italia, per il delicato compito di dirigere l’opera dei religiosi al seguito del CSIR, che poi nella primavera del 1942 diverrà ARMIR. In totale 350 cappellani militari, dislocati presso le varie unità italiane dello sterminato fronte russo. Di questi ben 60 caddero sul fronte o morirono nei campi di prigionia. Il lungo viaggio in treno verso la Russia viene condiviso da mons. Pintonello con alcuni ufficiali richiamati al fronte. Poi, finalmente, l’arrivo in Bessarabia ai primi di settembre. Da lì, spesso con mezzi di fortuna, mons. Pintonello ed il suo piccolo gruppo si dirige verso l’Ucraina, seguendo di poco le truppe del CSIR. Superato il Dniester, arrivano sul fiume Bug.

“ Nei giorni precedenti “, ricorda S.E., “ c’erano stati furiosi combattimenti, come lasciavano pensare le numerose pozze di sangue sulle rive del fiume. Il Bug era stato attraversato dalle nostre truppe con un ponte di barche. Ma questo ponte, come in fretta era stato costruito, così in fretta fu smontato per la necessità di non perdere materiali. Per cui fu necessario attraversare a nuoto quel fiume, non essendoci altri mezzi per farlo. Io ero l’unico a saper nuotare, poiché i miei compagni di viaggio non erano capaci. Quindi li lasciai e proseguii da solo “.

A Perwomaisk, sul fiume Bug, il tenente cappellano Pintonello raggiunge l’alto comando del CSIR, cui è assegnato. Poi il CSIR sposta il suo quartier generale ad Iassinovataja, a pochi chilometri da Stalino, nel bacino del Donez. Qui mons. Pintonello ricorda che l’unica strada asfaltata, che tra l’altro era anche la prima che vedeva in Russia, era stata costruita da una ditta di Pomezia, la “Todini-Talenti”. Ad Iassinovataja si ferma fino all’aprile del 1942. In quei mesi mons. Pintonello si sposta verso le linee del fronte a bordo di una motocicletta biposto “Gilera”, guidata dal soldato Merlino, un uomo con un coraggio ed un sangue freddo straordinario.

“ Anche durante le incursioni aeree nemiche “, racconta S.E., “ fermava la moto, la fissava con il cavalletto e, quindi, cercava un riparo, tutto questo sotto il mitragliamento ed il bombardamento dei russi “.

Ecco come mons. Pintonello ricorda l’avanzata delle nostre truppe nell’autunno del 1941:

“ Quella che fu chiamata l’epopea di Nikitowka ebbe inizio il 24 ottobre 1941: il 3° Savoia Cavalleria ed il 5° Lancieri Novara, della Divisione Celere, al comando del leggendario generale Mario Marazzani, nonché il 3° Bersaglieri, al comando del colonnello Caretto decorato poi di medaglia d’argento al valor militare, furono i protagonisti della battaglia e conquista di Nikitowka. Tali nostre unità, cioè, avevano lasciato alle spalle l’Ucraina del fango, paesana ed agricola, cara alle tradizioni dei cosacchi, l’Ucraina dei romanzi di Sinkiewics, per entrare nell’Ucraina industriale e mineraria del bacino del Donez. Si snodava, dunque, un secondo volto, molto diverso dal precedente, dell’autentica Ucraina: si passava, cioè, dal paese della zappa agli altiforni del ferro e del carbone. In una parola: il Soviet dei Piani Quinquennali, più elettrificazione, più produzione, più sofisticata tecnologia. Di fronte a quei colossali stabilimenti, a quei muraglioni smozzicati dalle cannonate, i nostri eroici combattenti della Divisione Pasubio, decisi a tutto, avanzano e si insediano nel cuore della Russia dell’industria “.

Nel giorno di Natale del 1941 cade a Rassypnaia, nel bacino del Donez, la due volte medaglia d’oro tenente cappellano don Giovanni Mazzoni. Proprio in quel giorno inizia una poderosa controffensiva sovietica che durerà fino al 31 dicembre successivo, ma che verrà contenuta, anche se al prezzo di numerose perdite, dall’eroico comportamento delle nostre truppe. Così racconta mons. Pintonello:

“ Il generale Giovanni Messe, comandante del CSIR ed alle cui dirette dipendenze operava il mio ufficio di ispettore, mi invitò a portarmi a Rassypnaia, per raccogliere ed inumare la salma di don Mazzoni. La trovai col capo mozzato a metà da una scheggia di granata ed il corpo trasformato in una allucinante statua di ghiaccio. Assolta la pietosa opera della inumazione, la mia responsabilità di cappellano capo mi imponeva di riportarmi subito presso la sede del comando del CSIR ad Iassinovataia, nell’Ufficio dell’Ispettorato dei Cappellani. L’eroico colonnello Aminto Caretto, comandante del 3° Bersaglieri, mi supplicò, nel vero senso della parola, a rimanere ancora al fianco dei suoi uomini visto che l’aspra battaglia non accennava ad avere sosta. Mi risuonano ancora oggi all’orecchio le sue testuali parole: - Non abbandoni i miei bersaglieri del 3°. Rimanga al loro fianco! -. Ed è stato così che decisi di rimanere in prima linea fino al 20 gennaio 1942. Ma il mio incarico di Cappellano capo mi richiamava altrove. Pregai, allora, a volermi sostituire per il momento ed a continuare ad esplicare l’assistenza spirituale a quegli eroici bersaglieri, il cappellano viciniore, cioè quello del 3° Savoia Cavalleria della Divisione “Celere”, don Giacomo Davoli, di Guastalla. Ma, ahimè!, la sorte continuava ad infierire su di noi! Il 25 gennaio 1942, ad un mese esatto di distanza dalla morte di don Mazzoni, cadeva sul campo anche il suo successore don Davoli. Non mi rimase che sollecitare l’Ordinariato Militare ad inviarci dall’Italia altri cappellani, i quali sostituissero i confratelli caduti. Ed è stato così che, a Millerowo, divenuta sede dell’ARMIR, mi incontrai per la prima volta con il cappellano militare don Agostino Bonadeo, giunto appena allora dall’Italia, dal volto sorridente e luminoso come quello di un fanciullo. Era stato ordinato sacerdote solo pochi mesi prima nella sua città natale: Tortona. Alla rituale domanda rivoltagli, solita questa rivolgersi a tutti i cappellani che dall’Italia venivano inviati sul fronte russo: - Te la senti di essere assegnato a svolgere la tua opera sacerdotale in prima linea? Oppure preferisci essere destinato ad un ospedale da campo? -, don Bonadeo, come solevano rispondere indistintamente tutti i cappellani in arrivo, rispose: - Faccia lei; disponga lei, come meglio crede -. Pochi giorni dopo, il 5 agosto 1942, il colonnello Aminto Caretto, comandante del 3° Bersaglieri della Divisione “Celere”, cadeva in combattimento ed il suo neo cappellano, don Bonadeo, catturato dai russi veniva fatto egli pure prigioniero ed avviato nei campi di prigionia o gulag. Ricordo e rivivo a distanza di anni la luminosa sua figura con la stessa commozione di quel lontano ed inobliabile nostro primo incontro di ben 50 anni or sono “. 

Con l’arrivo dell’ARMIR, Armata Militare Italiana In Russia al comando del generale Italo Gariboldi, la sede del quartier generale viene spostata a Millerowo, situata a circa 50 chilometri dal Don, punto di massima avanzata delle nostre truppe. Qui mons. Pintonello alloggiava presso la casa di un professore di scuola, assai ospitale. Ora, per i suoi spostamenti sulle varie linee del fronte, può utilizzare una Lancia “Aprilia”, che proveniva dal fronte africano e che, quindi, non era provvista di adeguato riparo per il rigido inverno russo ma che, comunque, era più comoda della moto. Nel corso della ritirata, nel dicembre 1942, mons. Pintonello ricorda di essere rimasto da solo con il suo autista in direzione di Svatovo. Essendo l’auto caduta in una scarpata, il tenente cappellano, lasciando vicino ad essa l’autista e proseguendo a piedi, si diresse verso un centro abitato, nonostante che avesse udito dal racconto di altri soldati italiani, che quella zona era ormai sotto il controllo dei russi. Ed, infatti, entrato in un villaggio nei pressi di Svatovo, mons. Pintonello viene fatto prigioniero dai partigiani russi che lo conducono verso l’edificio scolastico, nel cui scantinato vi era il comando di quella legione. Subito sottoposto ad interrogatorio, mons. Pintonello ricorda che, con sua sorpresa, quegli uomini che aveva davanti sapevano tutto di lui e, soprattutto, erano a conoscenza di quanto quel cappellano si fosse prodigato non solo per gli italiani ma anche per i civili russi. E, quindi, viene deciso di lasciarlo libero immediatamente. Non solo, ma gli vengono concessi due buoi per trainare la sua auto fin verso Svatovo. Qui trova la città nuovamente occupata dagli italiani, che erano riusciti ad allontanare le truppe sovietiche. Mons. Pintonello può riprendere, quindi, contatto con i suoi reparti.
La ritirata prosegue con tutti i mezzi possibili, spesso di assoluta fortuna. Il punto di raccordo è a Gomel, in Polonia, dove le tradotte inviate dall’Italia riportano in patria ciò che rimane dell’ARMIR. Anche mons. Pintonello, nell’aprile 1943, dopo un viaggio durato quasi un mese, rientra in Italia.
Durante la Campagna di Russia del 1941-’43, i 350 cappellani militari sapientemente guidati da mons. Pintonello, hanno eseguito oltre che un’assistenza morale e spirituale insostituibile presso i nostri soldati, anche un’eccezionale quanto previdente opera di raccolta dei corpi dei caduti italiani nelle sterminate distese dell’Ucraina e della Russia, durante l’avanzata del 1941-’42 e prima della tragica ritirata dal bacino del Don, iniziata il 16 dicembre 1942. Mons. Pintonello diede precise disposizioni ai suoi cappellani perché venisse data degna e cristiana sepoltura ai nostri soldati che morivano in una terra tanto inospitale e lontana dalle loro case.
Dapprima in piccoli cimiteri, poi le salme furono sistemate in cimiteri più grandi. E di ciascuno i cappellani ci hanno lasciato una dettagliata piantina topografica sia per la loro localizzazione sia per il ritrovamento delle salme. Inoltre, laddove fu possibile, per ogni cimitero ci è pervenuto l’elenco dei nomi dei caduti ivi sepolti. Un’opera immensa, effettuata in un territorio ostile, con un clima inclemente, in paesi in cui non vi era assolutamente il concetto di cimitero e dove le salme di chi moriva venivano inumate nei cortili o nei giardini delle case, senza lapidi e senza possiblità di riconoscimento.
Racconta mons. Pintonello della sorpresa che coglieva gli ucraini ed i russi alla vista dell’ordine, della pulizia e della compostezza dei cimiteri che i cappellani allestivano nelle loro città, a tal punto che essi chiedevano di seppellire i loro cari accanto a quei cimiteri militari. Mons. Pintonello, con mirabile accortezza e previdenza anche in tempi in cui la situazione militare era favorevole per le truppe italiane, ricordò ai suoi cappellani di inumare le salme dei nostri soldati a più di un metro e mezzo di profondità, procedendo a gettare del cemento sopra di esse. Questo in previsione di una sconfitta e di una ritirata, per evitare che quelle salme raccolte e composte con tanta precisione venissero distrutte dai nemici. E così è stato.
A distanza di oltre mezzo secolo è stato ancora possibile non solo rintracciare i siti di quei cimiteri ma anche recuperare le salme, molte delle quali hanno fatto rientro in Italia. Un’opera mirabile, senza pari, eseguita molto spesso a prezzo della propria stessa vita. Ecco un elenco di alcuni di quei cimiteri:
1° cimitero militare di Gorlowka, ordinato dal tenente cappellano Mario Balerda, si trova sulla strada per Stalino e dalla forma monumentale, raccoglie 44 salme di fanti del 79° fanteria “Roma” e alcuni morti dell’ospedale da campo 836;
2° cimitero militare di Gorlowka, ordinato dai tenenti cappellani Natale Traversa e Ascenzio De Rosa, dislocato a nord della strada per la stazione ferroviara, contiene 26 caduti;
3° cimitero militare di Gorlowka, ordinato dal tenente cappellano Dante Falcioni, presso l’ospedale da campo 238, contiene 31 salme;
cimitero della Divisione “Ravenna” a Filonowo, ordinato dal tenente cappellano Celestino Mignone, sorge nella piazza del paese ed accoglie 160 caduti;
cimitero militare di Getreide-Swich, ordinato dal tenente cappellano Italo Ruffini, situato nel bacino del Don,  raccoglie 101 caduti della Divisione “Pasubio” morti durante la battaglia dell’ottobre-dicembre 1942 e Camicie Nere del 30° battaglione e 64 militari della Divisione “Torino” caduti dall’agosto al 13 dicembre 1942;
cimitero militare di Ssingin, situato sul fiume Don, accoglie 140 caduti del 79° reggimento di fanteria della Divisione “Pasubio”;
cimitero  militare di Rossosch, ordinato dai tenenti cappellani Pietro Codemo e Giuseppe Carnevali, situato nella piazza fra le due chiese della cittadina, raccoglie 150 caduti del quartier generale del corpo d’armata alpino, periti durante i bombardamenti russi del Natale 1942 e fino al 10 gennaio 1943;
cimitero  militare di Karkow, custodisce 87 salme del centro ospedaliero inumate dal dicembre 1942 al febbraio 1943;
cimitero militare di Wodjanski, ordinato dal tenente cappellano Natale Traversa, situato a ovest dell’abitato su una collinetta dalla quale si domina un’ansa del Don, cintato da muro a secco, contiene 84 caduti della Divisione di fanteria “Sforzesca”, inumati in teli da tenda mimetici a circa un metro di profondità con piastrino di riconoscimento;
cimitero militare di Dubowikoff, ordinato dal tenente capellano Antonio Palmi, contiene 84 salme di soldati del 90° reggimento fanteria “Cosseria”, caduti durante la prima battaglia sul Don dell’11 e 12 settembre 1942;
cimitero militare di Tschertkowo, ordinato dal tenente cappellano Salvatore D’Arco, contiene 112 militari caduti durante l’assedio di quella città dal 6 al 15 gennaio 1943;
cimitero militare di Seleny Jar, che custodisce circa 500 salme di caduti della Julia, dal dicembre 1942 al 15 gennaio 1943, fra i quali si annoverano le medaglie d’oro al valor militare alla memoria: sottotenente Piccinini Ugo, sottotenente Heusch Vittorio, tenente Rebeggini Enrico, alpino Campomizzi Gino;
cimitero militare italo-tedesco “ Ritorneranno “ di Woroschilowgrad, custodisce 500 caduti presso il centro chirurgico dell’8° Armata;
cimitero militare di Gomel, dove sono sepolti 108 militari del quartier generale dell’armata e dei servizi, caduti nel corso dei ripiegamenti dal 10 febbraio al 28 aprile 1943.
Le carte topografiche di tutti questi cimiteri, e di altri minori, venivano sistematicamente consegnate dai vari cappellani militari a mons. Pintonello che li ha gelosamente e con gran cura conservate fino ai nostri giorni. E’ stato così possibile, con grande precisione e tutto sommato facilità, ritrovarne l’ubicazione anche a distanza di oltre 50 anni.
C’è ancora da ricordare come tutti soldati italiani che rientravano dopo la tragica ritirata nel punto di confluenza delle tradotte a Gomel, venivano accuratamente ispezionati dai soldati tedeschi che non permettevano di trasportare in patria materiale di alcun genere che potesse ricordare la drammatica disfatta in terra russa. Mons. Pintonello riuscì a nascondere quelle preziosissime carte topografiche nella cassetta dove conteneva l’altarino da campo, il calice ed il crocifisso, utilizzati in tanti momenti critici della Campagna di Russia. L’opera pietosa e coraggiosa di tanti cappellani militari potè così essere salvata ed avere una valenza straordinaria anche a distanza di molti decenni.
Molti di quei cappellani militari pagarono, al pari dei loro soldati, con la vita la loro abnegazione e sprezzo del pericolo. Ne ricordiamo alcuni:
Casagrande Attilio morto il 15 marzo 1943 nel campo di prigionia di Tambow;
De Barbieri Pasquale morto il 7 maggio 1943 nel campo di prigionia di Tambow;
Fanti Francesco, della Divisione “Torino”, morto nel campo di prigionia di Oranki il 18 marzo 1943;
Frascati Amedeo morto il 1° aprile 1943 nel campo di prigionia di Oranki;
Garzitto Silvio deceduto il 1° maggio 1943;
Lanese Nicola morto nel febbraio 1943;
Locatelli Giuseppe morto nel campo di prigionia di Oranki il 12 marzo 1943;
Marchetti Silvio fucilato dai partigiani russi il 20 dicembre 1942;
Muratori Giuseppe, della “Julia”, morto nel campo di prigionia di Oranki il 14 marzo 1943;
Poponessi Carlo morto il 20 febbraio 1943 nel campo di prigionia di Tambow;
Segala Antonio deceduto il 24 gennaio 1943.
Questo era il piccolo esercito, del quale era stato il comandante, di cui andava fiero mons. Pintonello. Mi sovviene sempre la sua commozione nel ricordare tutti quei sacerdoti che in condizioni di assoluta difficoltà esercitavano la loro funzione preziosissima di sostegno morale e di conforto presso le nostre truppe. Ed anch’io, sia pur non avendoli conosciuti, ne rimanevo totalmente impressionato.  

CONCLUSIONI

Aver vissuto per quasi dieci anni a stretto contatto con un personaggio così completo ed interessante come l’arcivescovo Arrigo Pintonello, persona di alta levatura morale e di intensissima sensibilità, ha arricchito fortemente il mio patrimonio interiore. I suoi insegnamenti, anche a distanza di molti anni, mi sono preziosi e cari. La sua dignità di uomo che ha affrontato con sicurezza e coraggio tutte le avversità incontrate nella sua lunga vita ne fanno un fulgido esempio per tutti. La sua volontà di non arrendersi mai anche davanti agli ostacoli più insormontabili ed imprevisti gli ha permesso di sostenere senza ripensamenti momenti difficili sia in gioventù che in vecchiaia. In questo sostenuto dalla sua incrollabile fede oltre che in Dio anche negli uomini. Accoglieva con un sorriso sincero tutti coloro che lo andavano a salutare, anche solo per pochi minuti. A me spesso soleva dire:

“ Non perda tempo, caro dottore, con un povero vecchio come me! Ci sono altri che hanno bisogno di lei! “.

Eppure era evidente il suo piacere di trascorrere qualche ora in compagnia di chi, soprattutto, sapeva capire e tenere in giusta considerazione il suo passato, di cui andava orgoglioso.
Ho sempre pensato che l’arcivescovo Pintonello abbia rappresentato un pezzo importante degli ultimi 50 anni di storia italiana, come ho cercato di evidenziare dalle pagine precedenti. E spero che questo breve e modesto lavoro serva in qualche misura a farlo ricordare con più attenzione alle generazioni dei giovani che dovranno costruire un’Italia migliore, basata sulla cura dell’educazione delle future generazioni secondo quello schema così tanto caro a mons. Pintonello: cultura e sport o, come i latini ci hanno tramandato, “ mens sana in corpore sano”.