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UNA DELLE “MIGLIORI” BUGIE DEL XX SECOLO
“Dicembre 1941: il Giappone ha attaccato gli USA proditoriamente a Pearl Harbor!”

di Giovanni MARIZZA


Se intervistiamo mille persone a caso e chiediamo loro un esempio di attacco a sorpresa e di colpo basso proditorio, non meno di novecentonovantanove risponderanno “Pearl Harbor”. Ed è comprensibile, visto che la storia la scrivono i vincitori e questi hanno tutto l’interesse a far digerire all’opinione pubblica una certa versione dei fatti. Ma è difficile tenere nascosta la verità in eterno, anche perché gli archivi, prima o poi, vengono aperti e i documenti vengono declassificati.
Prima del 7 dicembre 1941 la storia non era stata avara di esempi di attacchi a sorpresa alle flotte rifugiate nei porti, basti pensare al 1904, quando i Giapponesi attaccarono di sorpresa la marina russa e la distrussero. Anche la marina italiana ne sa qualcosa, dopo l’attacco britannico dell’11 novembre 1940 a Taranto, quando gran parte della flotta italiana venne colta di sorpresa e distrutta.
Nemmeno il porto di Pearl Harbor era estraneo a vicende di attacchi a sorpresa. Infatti nelle grandi manovre congiunte del 1932 fra esercito, aviazione e marina degli Stati Uniti l’ammiraglio Yarnell lanciò un attacco di 152 velivoli dalle portaerei e colse di sorpresa i difensori di Pearl Harbor. Sei anni più tardi, nel 1938, fu l’ammiraglio King, nel corso di analoghe manovre, a lanciare un riuscito attacco di sorpresa contro la baia, con aerei partiti dalla portaerei “Saratoga”.
I documenti oggi disponibili (benché taluni vengano ancora tenuti segreti) fanno luce su numerose verità, che vanno esattamente in senso opposto alle convinzioni della gente. Tanto per cominciare, Franklin Delano Roosevelt fin dal mese di marzo del 1941 vendette munizioni ai belligeranti in Europa e le fece trasportare mediante appositi convogli, entrambi atti di guerra e violazioni della legge internazionale.

Nello stesso mese di marzo la corazzata britannica “Malaya”, colpita da un siluro tedesco mentre scortava un convoglio, fu accolta su richiesta di Churchill in un bacino statunitense per le riparazioni. Secondo le regole del diritto internazionale la nazione neutrale poteva consentire l’attracco alle navi dei paesi belligeranti ma doveva trattenerle. Ma così non successe mai per le navi inglesi, mentre il 30 marzo gli USA sequestrarono alcuni mercantili tedeschi, italiani e danesi che si trovavano nei porti americani.

Le provocazioni americane furono continue e numerose anche nei confronti della Germania. Un esempio fu l’estensione della zona di pattugliamento delle navi da guerra americane fino alla costa atlantica dell’Africa e della Groenlandia. Proprio in Groenlandia gli Americani costruirono basi aeree e navali di appoggio alla propria flotta. Un’altra violazione della neutralità fu la sostituzione di truppe britanniche con soldati americani in Islanda.
Un primo incidente con i Tedeschi avvenne quando il 10 aprile 1941 il cacciatorpediniere americano “Niblock” allontanò con bombe di profondità un sommergibile tedesco che aveva attaccato il convoglio che stava scortando. In questa occasione il comandante della flotta tedesca dell’Atlantico, ammiraglio Raeder, chiese a Hitler che lo autorizzasse “a fare guerra alle navi mercantili statunitensi secondo le leggi del diritto di preda” ma Hitler rispose che non desiderava in alcun modo provocare incidenti che potessero causare l’entrata in guerra degli USA. Ma quando, nell’estate 1941, un altro cacciatorpediniere americano, il “Greer”, venne bersagliato da due siluri lanciati da un sottomarino tedesco, la risposta di Roosevelt fu diversa da quella di Hitler: ordinò alle navi americane di sparare a vista.
Inoltre, il presidente americano era ossessionato dalla macabra voluttà di entrare a tutti i costi nel conflitto. Durante la “Conferenza Atlantica” del 14 agosto 1941 Churchill notò la sua forte determinazione di entrare in guerra e parlò di “astonishing depth of Roosevelt’s intense desire of war”, la sorprendente profondità dell’intenso desiderio di guerra da parte di Roosevelt.
Inoltre, il presidente americano era alla disperata ricerca del modo migliore per forzare il Giappone a sferrare il primo colpo, cosa che gli avrebbe permesso di entrare in guerra superando i pareri dell’opinione pubblica e del congresso, che erano in massima parte contrari al conflitto. Il 7 ottobre 1940, ben quattordici mesi prima di Pearl Harbor, un suo collaboratore, l’analista navale McCollum, stilò un promemoria in otto punti per costringere il Giappone ad entrare in guerra e a partire dal giorno dopo Roosevelt iniziò a concretizzare quel promemoria, punto per punto.
Roosevelt voleva la guerra con Hitler, ma quando la Germania invase l’Unione sovietica questo motivo non fu sufficiente: non poteva apparire come uno che correva in aiuto del comunismo. E allora, siccome Hitler non aveva alcuna intenzione di aggredire gli Stati Uniti a meno che non lo facesse anche il Giappone, fu su quest’ultimo che si posarono gli occhi di Roosevelt. Bisognava esasperare il Giappone fino a fargli commettere un’ostilità contro gli USA, poi questi sarebbero entrati in guerra senza remore.
Si cominciò con il congelare tutti i possedimenti giapponesi in America e con l’embargo del petrolio, di cui il Sol Levante aveva estremo bisogno, nella convinzione che, per procurarselo, i Giapponesi non avrebbero esitato ad attaccare le Indie olandesi o le Filippine. E si finì con l’ultimatum del 26 novembre 1941, in cui gli USA intimavano al Giappone di ritirarsi immediatamente dalla Cina e dall’Indocina. L’ambasciatore americano a Tokio definì questo ultimatum “il documento che ha premuto il bottone che ha scatenato la guerra”.
A questo punto bisognava offrire ai Giapponesi un’esca appetitosa, ma i piani erano già pronti da tempo. Nel 1940 Roosevelt aveva già individuato la vittima sacrificale: aveva ordinato alla flotta del Pacifico di lasciare le protette basi sulla costa occidentale per trasferirsi nelle indifese e scoperte isole Hawaii, a metà strada fra America e Giappone, rimanendovi fino a nuovo ordine. Questo aveva scatenato le proteste del comandante della flotta: l’ammiraglio Richardson obiettò che là non esistevano protezioni dagli attacchi aerei e dai siluramenti, e infatti fu immediatamente silurato lui.
Forse che mancarono i segnali della volontà giapponese di attaccare Pearl Harbor?

Tutt’altro. Dalla fine di gennaio fino alla vigilia dell’attacco si verificarono almeno una sessantina di chiari indizi. Eccone un breve estratto.
Il 27 gennaio 1941 Ricardo Schreiber, inviato peruviano a Tokio, avvisò l’ambasciata americana che le sue fonti informative erano venute a conoscenza di un piano di guerra giapponese che riguardava un attacco di sorpresa a Pearl Harbor; l’informazione fu passata al Dipartimento di Stato USA.
Il 31 marzo 1941 un rapporto della Marina statunitense valutò che il Giappone, in caso di guerra, avrebbe attaccato di sorpresa Pearl Harbor all’alba e senza preavviso, con aerei partiti dalle portaerei.
Il 10 luglio l’addetto militare a Tokio, Smith-Hutton, segnalò che i Giapponesi si stavano addestrando ad aerosilurare navi nella baia di Ariake, “un posto che assomiglia molto a Pearl Harbor”.


Nello stesso mese di luglio l’addetto militare americano in Messico segnalò che i Giapponesi stavano costruendo piccoli sottomarini per attaccare la flotta americana a Pearl Harbor e che si stavano addestrando a questo scopo nel Pacifico.
Il 10 agosto 1941 il miglior agente britannico, Dusko Popov (nome in codice “Triciclo”) riferì all’FBI che si stava preparando un attacco a Pearl Harbor e che un ammiraglio giapponese era andato a Taranto per studiare modalità ed effetti del raid britannico ai danni degli Italiani.
All’inizio dell’autunno un altro agente, Kilsoo Haan, avvertì gli Americani che l’attacco a Pearl Harbor sarebbe avvenuto prima di Natale; il dipartimento di Stato, i servizi segreti dell’esercito e della marina e il presidente Roosevelt furono informati.
Il 24 settembre 1941 gli Americani decifrarono una richiesta del servizio segreto navale giapponese al console generale giapponese a Honolulu per conoscere l’esatta dislocazione del naviglio americano (95 navi) nella baia di Pearl Harbor a beneficio dei piloti attaccanti. Il capitano di vascello Kirk, capo del servizio informativo navale americano, fu esonerato dall’incarico perché insistette nel chiedere di avvertire Pearl Harbor del pericolo. Una semplice analisi del traffico radio da parte dei consoli giapponesi fra agosto e dicembre sarebbe già sufficiente: 6 messaggi da Seattle, 18 da Panama, 55 da Manila e ben 68 dalle Hawaii!
In ottobre la spia sovietica Richard Sorge informò il Cremlino che l’attacco a Pearl Harbor sarebbe avvenuto entro due mesi e l’informazione fu passata agli Americani. In seguito, Sorge fu catturato dai Giapponesi e oggi presso l’archivio del War Department americano esiste una copia della dichiarazione di 32.000 parole rilasciata dalla spia. Tutti i riferimenti a Pearl Harbor sono stati cancellati.
Il 1° novembre gli Americani decifrarono un messaggio giapponese in cui si ordinava di continuare ad addestrarsi a silurare grosse navi ancorate “per prepararsi a distruggere il nemico americano”.
Il 13 novembre l’ambasciatore tedesco negli USA, l’antinazista dottor Thomsen, avvertì gli Americani che Pearl Harbor sarebbe stata attaccata.
Nello stesso periodo il direttore della CIA Allen Dulles fu informato che la flotta giapponese aveva lasciato la baia di Tokio per andare ad attaccare Pearl Harbor.
Il 25 novembre il segretario alla guerra Stimson annotò nel suo diario “Roosevelt sostiene che saremo attaccati entro lunedì, dobbiamo lasciarli sferrare il primo colpo in modo che la gente non abbia dubbi su chi è l’aggressore”.
Lo stesso giorno l’ammiraglio Yamamoto emanò via radio alla flotta l’ordine di attacco, riservandosi di comunicare il giorno X. Il messaggio venne decrittato il medesimo giorno dagli Inglesi e due giorni dopo dagli Olandesi; quando venne decrittato anche dagli Americani, è tutt’ora un segreto militare ma il fatto che l’impossibile ultimatum sia del 26 novembre, è significativo.
Il 1° dicembre la nave rifornitrice di squadra “Shiriya” trasmise via radio il messaggio, intercettato dagli Americani: “Stiamo procedendo verso la posizione 30.00N, 154.20E, prevediamo di arrivare sul punto il 3 dicembre”. Il fatto che questo messaggio sia oggi custodito presso il National Archive sfata un’altra falsa leggenda, quella secondo cui i Giapponesi mantennero il più completo silenzio radio. E questo messaggio non è nemmeno l’unico: fra il 16 novembre e il 7 dicembre la flotta giapponese in viaggio verso le Hawaii trasmise qualcosa come 663 messaggi radio, vale a dire circa uno ogni ora. Alcuni di questi messaggi furono intercettati anche dal comando hawaiiano, che iniziò a preoccuparsi; per “rimediare”, il comando di McArthur trasmise tre messaggi il 26 novembre, il 29 e il 2 dicembre che mentivano sulla dislocazione dei Giapponesi, facendo credere alle Hawaii che la flotta nemica si trovava nel Mar Cinese Meridionale.
Lo stesso giorno 1° dicembre, alle ore 1530, il Presidente Roosevelt lesse il messaggio del ministro degli esteri giapponese Togo al suo ambasciatore a Berlino: “Dì ai Tedeschi, molto segretamente, che c’è estremo pericolo di guerra fra noi e gli USA e questa scoppierà prima del previsto”; Roosevelt dovette ritenere molto interessante quel telegramma, visto che se ne fece fare una copia.
Il 2 dicembre gli Americani intercettarono un messaggio della forza d’attacco giapponese in cui venivano dettagliatamente elencate tutte le unità navali americane di stanza a Pearl Harbor. Lo stesso giorno il comandante della flotta del Sol Levante, ammiraglio Yamamoto, trasmise in chiaro il messaggio “Scalate il monte Niitakayama il giorno 8 dicembre!” (cioè il 7, secondo il fuso orario di Washington). Gli Americani, che conoscevano già il significato di quel messaggio, sapevano dunque con cinque giorni di anticipo dove, come e quando l’attacco sarebbe avvenuto. Il messaggio di Yamamoto venne intercettato non solo dagli Americani ma anche dalla flotta olandese delle Indie orientali, dagli Australiani e dai Cinesi; tutti passarono il messaggio agli Americani. Ma nessuno avvertì le Hawaii.
Il 4 dicembre accadde un evento poco noto ma molto significativo. Va ricordato che fra Olanda e USA era in vigore un trattato di sicurezza da attivare quando i Giapponesi avessero oltrepassato verso ovest il meridiano di 100° di latitudine est o fossero scesi al di sotto del parallelo di 10° di longitudine nord. Ebbene, il 4 dicembre gli Olandesi segnalarono agli Americani che la flotta nipponica aveva superato il parallelo 10° nord e il trattato entrò automaticamente in vigore. Questo significa che gli USA entrarono in guerra con il Giappone tre giorni prima che il Giappone dichiarasse guerra agli USA.
Il 6 dicembre gli Statunitensi decodificarono una richiesta giapponese ai loro agenti alle Hawaii per confermare l’assenza, a Pearl Harbor, di palloni aerostatici di sbarramento, di reti antisiluro e di ricognizione aerea. Anche in questo caso nessuno disse alcunché agli ignari hawaiiani.

La sera alle 21.30 Roosevelt lesse la dichiarazione di guerra giapponese, poi raggiunse i suoi trentaquattro ospiti a cena e disse “Signori, la guerra inizia domani”. Dopo cena, il “gabinetto di guerra” composto dallo stesso presidente, dai consiglieri Hopkins e Stimmson, da Marshall, dal segretario alla marina Knox con gli aiutanti McCrea e Beatty, stette ad aspettare l’attacco giapponese. Quello stesso attacco che oggi tutti o quasi credono sia stato sferrato di sorpresa e a tradimento.
Il fatto che tutti i responsabili americani del disastro di Pearl Harbor non siano stati incriminati da nessuna commissione d’inchiesta ma, al contrario, siano stati protetti, promossi e decorati, la dice lunga su questa vicenda.
Quindi nessuno può dire che la località non si prestava ad attacchi di sorpresa, perché gli attacchi erano già avvenuti ripetutamente.
Nessuno può dire che mancarono i segnali e gli avvertimenti, perché ce ne furono in grandissima quantità.
Nessuno può dire che gli Americani non se l’aspettavano, perché lo sapevano perfettamente; tutt’al più non lo sapevano i militari di stanza nelle Hawaii, ma solo perché furono volutamente tenuti all’oscuro dai propri comandi.
Nessuno può dire che il Sol Levante colpì gli Americani a tradimento, perché i Giapponesi furono deliberatamente attirati in guerra.
Nessuno può dire che non ci fu dichiarazione di guerra, perché è vero l’esatto contrario; e i primi a commettere atti di guerra, nove mesi prima delle ostilità, furono proprio gli Americani.
Eppure tutte queste bugie sono state dette. E sono state credute. Ancora oggi.