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LA P.A.I.
Storia della Polizia Africa Italiana
di Daniele Lembo

Immagine del pittore Alberto Parducci


Il 9 maggio 1936, Benito Mussolini pronuncia il discorso che sancisce il momento di maggior adesione del popolo italiano al fascismo: “…Italiani e italiane in patria e nel mondo! Ascoltate!
…L'Italia ha finalmente il suo impero. Impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del Littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane. Impero di pace, perché l'Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell'Etiopia. Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino.”
E’ il discorso della proclamazione dell’Impero, che resterà famoso per la frase che proclama: ”dopo quindici secoli, la riapparizione dell'impero sui colli fatali di Roma”
Il capo del Governo italiano, al di là delle parole alate di cui è capace, sa benissimo che un Impero, una volta conquistato, occorre gestirlo ed è questa la parte più difficile della faccenda.  E’ in tale ottica che il regime fascista avvia un programma di ammodernamento dell’Etiopia, la cui struttura statale è, al momento dell’entrata italiana a Addis Abeba, quella di un paese pressoché medioevale.
Per riorganizzare quello che è stato l’impero del Negus, si decide di esportare in colonia l’apparato burocratico italiano, creando nei nuovi territori conquistati un doppione degli enti, istituti e servizi esistenti nella Madrepatria.
Per il Servizio di Polizia, invece, si procede su un doppio binario. Da un lato si inviano reparti dei Reali Carabinieri e della Regia Guardia di Finanza, duplicando il Servizio esistente in Italia. Dall’altro lato, invece, si istituisce, con Regio Decreto Legge nr. 2374 del 14.12.1936, uno speciale servizio di Polizia denominato “Corpo della Polizia Coloniale”.
Il Corpo di Polizia Coloniale è una creatura del Ministro delle Colonie, Alessandro Lessona, ed è alle dipendenze di tale Ministro che andrà ad operare.
Con Regio Decreto 1211 del 10.6.1937, sarà emanato il Regolamento Organico, da quale si evince che il Corpo, pur essendo un’amministrazione “civile”, è organizzato militarmente ed è destinato ad operare nell’Africa Italiana.
Precedentemente, il Governatore della Tripolitania, già il 4 dicembre 1926, con un suo decreto, ha dato vita al “Corpo degli Agenti Indigeni di Polizia” che, composto da un maresciallo, alcuni brigadieri e pochi agenti, aveva funzioni sussidiarie a quelle degli agenti di P.S. in colonia. Ma, mentre gli Agenti di Pubblica Sicurezza sono presenti solo nelle grandi città metropolitane e delle colonie, il nuovo Corpo della Polizia Coloniale è destinato ad operare unicamente in colonia e ad avere una giurisdizione che si estende anche nei territori delle provincie.
Lessona ha voluto una nuova Polizia Coloniale che, alla pari dell’Arma dei Carabinieri, abbia una forte territorializzazione. Nelle aspirazioni del Ministro, il nuovo Corpo dovrebbe essere l’unica forza di polizia operante colonia. Quella di Lessona resterà un’ambizione insoddisfatta, perché i Reali Carabinieri, già presenti in Africa sin dallo sbarco nella Baia di Assab – Eritrea (1883), resteranno inamovibili ad operare sul territorio somalo, eritreo, etiopico e libico. Analoga cosa accadrà per la Regia Guardia di Finanza che, per espletare i suoi compiti di polizia finanziaria e economica, esporterò in colonia l’intera sua struttura operativa.
L’organizzazione militare del Corpo di Polizia Coloniale è affidata al gen. Riccardo Maraffa. Quest’ultimo, che ne sarà il Comandante generale fino al 1943, ne curerà ogni aspetto militare (uniformi, armamento e veicoli) facendolo diventare, in pochi anni, un organismo ben armato e addestrato.
Dopo solo tre anni dalla costituzione, il Corpo voluto da Lessona sarà ribattezzato Corpo di Polizia dell’Africa Italiana (legge nr.748 del 15.05.1939), per poi divenire meglio noto come P.A.I., ovvero Polizia Africa Italiana.
Contemporaneamente, sarà definito lo stato giuridico degli appartenenti alla P.A.I..
Mussolini, che nel frattempo ha assunto il Dicastero per l’Africa Italiana, affidandone poi l’effettiva gestione al sottosegretario Teruzzi, ai primi di maggio ‘39 determina che la P.A.I. è un Ente Militarizzato, i cui elementi hanno “stato militare” a tutti gli effetti. Quest’ultima disposizione darà definitivamente una connotazione ibrida di “civili con status militare” agli uomini della P.A.I..

L’ARRUOLAMENTO, L’ADDESTRAMENTO E L’EQUIPAGGIAMENTO
Definita la struttura normativa che vedrà la nascita della P.A.I., passiamo adesso ad esplorarne l’arruolamento e l’addestramento del personale.
Le selezioni per gli arruolamenti tendono a scegliere aspiranti che abbiano elevati requisiti fisici e di carattere.
L’altezza minima, richiesta per le guardie, è di 1,70 m., mentre è di 1,68 per gli ufficiali. Tale requisito minimo di altezza farà della P.A.I. un corpo di “giganti” (l’altezza media sarà di circa di 1,75/1,80 m.).
La norma circa la statura è dettata dalla necessità di mostrare alle popolazioni coloniali, anche fisicamente, la parte migliore della nazione. Inoltre, gli aspiranti debbono essere in condizioni fisiche tali da consentire il loro impiego in colonia e, pertanto, in situazioni climatiche estreme per un europeo.
Una volta arruolati, le aspiranti guardie sono avviate alla Scuola di Addestramento della P.A.I., inaugurata a Tivoli il 1° dicembre 1937.
Mentre gli ufficiali istruttori sono scelti tra quelli con maggiore esperienza in colonia, la preparazione fisica degli allievi è deputata ad ufficiali provenienti dai bersaglieri.
Il programma dei corsi di istruzione è ampio e completo. Oltre a materie professionali come ordinamento del Corpo, legislazione penale, militare e civile, regolamenti di polizia, legislazione coloniale, polizia tributaria, dei trasporti e cartografia coloniale, sono tenute lezioni di storia e geografia dell’Africa e del Medio Oriente e corsi di arabo, amarico e dialetti africani.
Il livello dell’istituto d’istruzione di Tivoli è talmente elevato che la polizia tedesca invierà alcuni sottufficiali ed ufficiali, per i quali saranno organizzati tre diversi corsi, per prepararli ad operare in colonia.
Al pari del reclutamento e dell’addestramento, anche il vestiario, l’equipaggiamento e l’armamento hanno requisiti di livello elevato.
Le uniformi, che sono confezionate su misura per ogni Guardia e che prevedono come copricapo un berretto con visiera a calotta circolare e piatta, di foggia vagamente britannica, ben figurano su quei marcantoni che sono i ragazzi della P.A.I..
La stoffa con la quale sono confezionate le uniformi, vera rarità per quegli anni, è uguale per tutti, risultando la stessa sia per gli ufficiali che per la truppa.
A causa della stoffa identica per tutti, le differenze tra i vari gradi della gerarchia si rilevano solo dai gradi e da alcuni particolari della divisa. Gli ufficiali hanno la superficie del casco coloniale trapunta, mentre è liscia per gli altri. Inoltre, i militi P.A.I., non portano le stellette ma, al bavero, hanno fascetti dorati che, nel caso degli ufficiali, hanno la lama della scure argentata.
Tante piccole cure dei particolari, faranno delle guardie della P.A.I. dei veri elegantoni che fanno bella mostra di se, sia quando indossano la Sahariana cachi che quando portano l’uniforme “diagonale”.
Se il vestiario è insolitamente di buona qualità per gli standard dell’Italia del ventennio, l’armamento ha caratteristiche di vera eccezionalità. Ad ogni guardia della P.A.I., oltre alla pistola berretta mod. 34 cal. 9, viene dato in dotazione il Moschetto Automatico Beretta 38.
Il mitra Beretta, destinato ad armare la P.A.I., è munito di una baionetta a pugnale pieghevole in canna, che farà di quest’arma una vera rarità. Inoltre, è dotato di una custodia “cuffia antipolvere” da usarsi durante gli spostamenti in motocicletta.



La scelta d’armamento cade sul MAB in quanto lo si reputa idoneo equipaggiare la guardia che si potrebbe trovare da sola a fronteggiare numerosi indigeni.
Altra caratteristica di questo corpo di polizia coloniale, sarà l’ampia dotazione di veicoli di ogni tipo. Una delle norme di ordinamento, prescrive, infatti, che: “Presso ogni comando, a seconda delle esigenze del servizio, possono essere costituiti, in modo permanente o temporaneo, reparti speciali a cavallo, cammellati, ciclisti, motociclisti, carristi, autocarrati, marittimi, fluviali, lacuali ed aerei. I reparti speciali permanenti sono costituiti con provvedimento del Ministro per l’Africa Italiana e quelli temporanei con provvedimento del Governatore generale o del Governatore”.
Si pensi che, al luglio 1943, la P.A.I. avrà immatricolato 1000 motocicli e 900 autoveicoli. Oltre ai veicoli, la P.A.I. avrà a disposizione le autoblindo Fiat Ansaldo SPA AB40 e AB41.

LE AUTOBLINDO DELLA P.A.I.
La Polizia Africa Italiana ha a disposizione l’autoblindo Fiat Ansaldo SPA AB40 e AB41. Un ottimo veicolo da combattimento, la cui motorizzazione è curata dalla FIAT, mentre la carrozzeria viene prodotta dalla genovese Ansaldo. Il tipo AB40 viene collaudato nel 1939 e messo in produzione di serie l’anno seguente. Propulsa da un motore Spa Abm a 6 cilindri in linea, raffreddato ad acqua da 78 Hp per l’AB40 e 88 Hp per l’AB41, la blindo ha le quattro ruote sterzanti ed ha le due ruote di scorta montate in folle sui fianchi. Il posizionamento di queste ultime due consente al mezzo di superare anche terreni molto accidentati. Il peso è di 6,48 tonn. e ha la corazza dello scafo di 8,5 mm e della torretta di 18 mm. L’armamento si compone di due mitragliatrici da 8 mm in torretta e una fissa in casamatta, orientata verso il settore di tiro posteriore.
Inizialmente, de AB 40, con targa “Polizia Coloniale”, sono inviate in Libia per essere testate. Questi primi esemplari montano sul cielo della torretta un grande faro coassiale con le due mitragliatrici, che dovrebbe permettere un’ottimale operatività anche in assenza di luce. In seguito, la fotoelettrica sparirà perché ritenuta inutile e ingombrante. Il Corpo coloniale, in seguito, adotterà in larga misura la SPA AB41, nata dalle modifiche apportate alla SPA AB40 e suggerite proprio dalle prove condotte in Libia.
La versione AB41 differisce dalla precedente per l’armamento migliorato e per la maggiore corazzatura. Una delle due mitragliatrici in torretta, infatti, è sostituita da un cannone da 20 mm., mentre la corazza della torretta è di 22 mm. Anche il peso totale ne risulta aumentato e portato a 7,47 tonn.
Solo per completezza, si riferisce che l’autoblindo in questione avrà un’ulteriore evoluzione nell’AB 43. Tale ultimo tipo monta il cannone da 47/40 che è analogo a quello montato sul carro M 15/42. Il tipo “43”, a differenza dei due precedenti modelli, non vivrà momenti di gloria sul fronte Nord Africano ma, giunto in ritardo sullo scenario bellico, sarà impiegato unicamente dalle forze corazzate della Repubblica Sociale Italiana.

L’INVIO DELLA P.A.I. IN COLONIA
Il 18 febbraio del 1938, è presentato al Duce il Battaglione “Luigi Amedeo di Savoia”. È il primo reparto della Polizia dell’Africa Italiana, addestrato a Tivoli e sarà anche il primo a partire per l’A.O.I..
Ne saranno approntati, successivamente, altri sei e un Battaglione Motoblindato, che saranno inviati, ognuno, in un governatorato dell’A.O.I. Ogni battaglione, avendo giurisdizione su tutto il territorio del Governatorato, coinciderà con una la locale Questura.
In colonia, le sei Questure dell’Africa Orientale dipendono dall’Ispettorato Generale dell’A.O.I., con sede ad Addis Abeba, mentre le quattro questure libiche (Tripoli, Bengasi, Derna e Misurata) dipendono dall’Ispettorato Generale della Libia, con sede a Tripoli. Entrambi gli Ispettorati Generali, rispondono gerarchicamente al Comando Generale della P.A.I..
Da ogni Battaglione/Questura dipendono Comandi Mobili e Uffici Commissariali di polizia. Mentre i comandi mobili si dividono in Distaccamenti, Bande e Colonne, gli Uffici Commissariali di polizia hanno alle dipendenze Sezioni di Polizia, Stazioni e Posti di Polizia.
I nomi dei battaglioni P.A.I. e le località di destinazione sono di seguito elencati:
-    il Battaglione “Luigi Amedeo di Savoia” è destinato alla Questura di Addis Abeba – Governatorato dello Scioao;
-    il Battaglione “Antonio Cecchi” viene inviato alla Questura di Mogadiscio – Governatorato dell’Amàra;
-    il Battaglione “Giuseppe Giulietti” è spedito a presidiare alla Questura di Asmara – Governatorato dell’Eritrea;
-    il Battaglione “Eugenio Ruspoli” alla Questura di Harar – Governatorato dell’Harar;
-    il Battaglione “Gaetano Casati” viene inviato alla Questura di Gondar – Governatorato dell’Amàra;
-    il Battaglione “Vittorio Bottego” è quello destinato alla Questura di Gimma – Governatorato di Galla e Sidama.
Nel settembre ‘41, arriverà in Libia, destinato alla Questura di Tripoli, il Battaglione motoblindato “Romolo Gessi”. Ordinato su una compagnia di autoblindo Spa e due compagnie motomitraglieri su motocicli Guzzi, sarà impiegato nelle operazioni belliche.
Ai reparti della P.A.I. formati da nazionali, si affiancheranno reparti di Ascari per i quali è previsto (R.D. n. 1211 del 10.6.1937), l’arruolamento di 6.300 unità. Per questi ultimi, sia in Libia che in A.O.I., saranno predisposti centri di reclutamento e addestramento.
Gli Ascari di polizia saranno impiegati sia nelle Questure dei grossi centri, sia in Bande attive nelle province. Le bande regolari di Ascari si divideranno in “Bande di Governo” e “Bande di Confino”. Mentre le prime avranno il compito di fronteggiare situazioni di emergenza su qualsiasi scacchiere del territorio, le bande di confine eserciteranno il controllo sulle linee confinarie, impedendo incursioni e sconfinamenti, eseguendo operazioni di polizia doganale ed attendendo al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica. Per il controllo dei confini saranno impiegate anche bande irregolari.
Nel corso del conflitto, in Eritrea e nello Scioa, le bande saranno riunite in Raggruppamenti di bande P.A.I. autoportate e a cavallo.
Gli ascari della PA.I. si distinguono per la fascia addominale di coloro azzurro e per il migliore armamento che vede la dotazione del fucile mod.91 (a differenza delle altre truppe coloniali armate del vecchio fucile Carcano) e del M.A.B. in dotazione ai soli sottufficiali.
Per gli ascari il massimo grado raggiungibile è quello di sottufficiale, non esistendo ufficiali di colore. I relativi gradi da sottufficiale, inizialmente, in Libia, sono quelli impiegati per le altre truppe coloniali: bulucbaschi, bulucbasci capo, Sciumbasci e Sciumbasci capo.
Solo nel 1939, in seguito alla concessione della cittadinanza italiana speciale per i libici, i gradi dei sottufficiali cambieranno in: vicebrigadiere libico, vicebrigadiere capo libico, brigadiere libico e aiutante libico.

Una delle immagini più note dell’epoca che mostra una guardia e un ascaro della PAI. Il braccio dell’ascaro è disegnato in maniera veramente infelice. 

LA GUERRA
La forza della P.A.I. in colonia, allo scoppio del secondo conflitto mondiale, è di 7.672 uomini. Gran parte di questi si trovano in Africa Orientale dove vi sono 1.931 guardie nazionali e 4.414 ascari. In Africa Settentrionale, invece, vi sono 595 nazionali e 732 libici. La forza organica, solo nel 1942 (legge n. 580 del 7.5.42), in vista di una probabile invasione dell’Egitto, sarà aumentata e portata a 6.488 nazionali (220 ufficiali, 950 sottufficiali e 5.318 agenti) e 6.300 indigeni.
Come visto nelle pagine precedenti, la P.A.I. è un Ente Militarizzato i cui uomini hanno “stato militare”. Parteciperanno, pertanto, a pieno titolo, a tutte le operazioni belliche.
In A.O.I., prende parte all’invasione della Somalia inglese, una colonna fortemente motorizzata della P.A.I., composta da circa un migliaio di uomini.
Agli inizi del 1941, la 1° banda, 150 elementi comandati dal ten. Vacirca, si faranno sterminare nella difesa del monte Gologorodoc, nel corso della battaglia di Cheren.
Il Battaglione “Casati”, invece, partecipa alla difesa di Gondar, ultimo avamposto italiano in A.O.I..
Dopo l’avanzata degli inglesi e la sconfitta italiana, per gli uomini della P.A.I. inizierà il periodo peggiore.
Gli inglesi, entrano in Addis Abbeba il 6.4.1941 e, in un primo tempo, lasciano in piedi la struttura del Corpo nella capitale, per tutelare l’ordine pubblico e la vita dei coloni italiani, messa in pericolo da bande di predoni indigeni.
Entro la fine di aprile, gli stessi inglesi, agendo in contrasto con le norme internazionali che vorrebbero le forze di polizia rimanere al proprio posto anche in caso di occupazione nemica, smantelleranno le strutture della P.A.I. ad Addis Abeba disarmando e internandone gli uomini che saranno sostituiti dalla polizia militare inglese.
Differente sarà la sorte delle Guardie della P.A.I. delle restanti Questure delle province etiopi, dell’Eritrea e della Somalia. A conflitto cessato, nella maggioranza dei casi, queste ultime resteranno ai propri posti, attendendo alla tutela dell’incolumità degli italiani e dei loro di beni.

Anche i reparti P.A.I. delle quattro Questure libiche di Tripoli, Derna, Bengasi e Misurata saranno impegnati nelle operazioni belliche del conflitto.
All’inizio delle operazioni in Libia, combatteranno in un’unità di formazione denominata “Battaglione Libico P.A.I. di manovra”.
Come detto precedentemente, nel settembre 1941, giunge su quel fronte il Btg. Motoblindato “Gessi” che, nell’anno successivo, vede aumentati i propri organici, con l’arrivo di un’ulteriore compagnia di autoblindo ed una compagnia di motomitraglieri. La componente motociclistica si rivelerà particolarmente preziosa. Il Corpo, infatti, è ampiamente dotato di una vasta gamma di motocicli Guzzi 500 GTW e Guzzi Alce, nonché mototricicli Guzzi Trialce, con supporto per mitragliera sul cassone.

Le Guardie del Btg. “Gessi” saranno impiegate per tentare di contrastare i numerosi raids del “Long Range Desert Group” inglese, un reparto inglese, montato su camionette armate Chevrolet, che scorrazza per il deserto attaccando di sorpresa depositi ed aeroporti dell’Asse. L’impiego del reparto motoblindato darà più di qualche apprezzabile risultato, sventando, in più di un’occasione, gli assalti a sorpresa del L.R.D.G..
In Africa Settentrionale, con il fronte in continuo movimento, l’attività della P.A.I. sarà poi particolarmente preziosa per permettere, durante i frequenti ripiegamenti, lo sfollamento dei coloni e lo sgombero delle loro masserizie.
Di rilevante importanza sarà l’opera svolta dal presidio posto sulla Litoranea “Balbia” con compiti di Polizia Stradale.

Le guardie della P.A.I. sono presenti anche sullo scenario di El Alamein, dove un’aliquota di motociclisti è aggregata alla “Folgore” con funzioni di collegamento.
Dopo la sconfitta di El Alamein e lo sbarco americano in Nord Africa, le truppe dell’Asse continueranno a combattere in Tunisia fino maggio 1943.
In territorio tunisino, continua la lotta anche il Btg. “Gessi” che viene rinforzato grazie all’arrivo di una terza compagnia di autoblindo. In tale ultima fase della guerra in Africa, le autoblindo della P.A.I. avranno compiti esplorativi, nell’ambito della Divisione Corazzata Centauro.
Nel maggio del 1943, la Tunisia viene definitivamente persa dalle forze dell’Asse e
all’alba del 10 luglio seguente, gli Alleati daranno avvio in Sicilia alla prima grande operazione anfibia in Europa.
Da quel momento in poi, i fatti si succederanno a ritmo incredibile: il 24 luglio si riunisce il Gran Consiglio del Fascismo, in quella che è la sua ultima seduta. Il giorno successivo, Mussolini è caduto e il nuovo capo del governo, il gen. Pietro Badoglio, emana il noto proclama secondo il quale: “La guerra continua”.
Continuerà per poco, solo per 45 giorni.

L’ANNUNCIO DELL’ARMISTIZIO E LA COLONNA CHEREN
Alle 18,30 circa dell’8 settembre, le onde radio dell’E.I.A.R. daranno notizia agli italiani di una resa senza condizioni contrabbandata per armistizio.
A quella data, la P.A.I. dispone a Roma di uno strumento bellico valido ed efficiente: la colonna Cheren.
La Cheren è una colonna motocorazzata approntata nel primo semestre del 1943, in vista di un probabile impiego in Tunisia.
Il susseguirsi degli eventi ha fatto si che la Colonna non sia stata inviata in Africa, ma sia rimasta a presidio della Capitale.
L’unità motocorazzata, comprende circa 1300 uomini e ne fa parte una compagnia corazzata che dispone, oltre che delle citate autoblindo SPA AB 41, anche di 12 di carri leggeri L6/40, di alcune camionette 43 Sahariane, di mitragliere da 20 mm. e pezzi di artiglieria da 47/32.
Nella Capitale la P.A.I., oltre alla colonna Cheren, sin dal febbraio ’43, ha alcuni distaccamenti sulla via Tiburtina che è l’asse viario che collega Roma con Tivoli, sede della Scuola del Corpo.

Il carro L6/40
Il carro L6/40 nasce dal tentativo di rielaborare il precedente carro leggero L3 che è armato solo di mitragliatrici in casamatta.
Ne verrà fuori una specie di L3 maggiorato nelle dimensioni, con armamento in torretta anziché in casamatta.
Per montare la torretta con un cannone da 20 mm e una mitragliatrice da 8 mm, le dimensioni del carro risulteranno leggermente aumentate in lunghezza e larghezza. Il carro L6/40, costruito con lamiere saldate ed imbullonate, pesa 6,8 tonnellate. La corazzatura ha uno spessore frontale di 30 mm., mentre, sui laterali, è di 14,5 mm. Il propulsore è un motore SPA 18D 4 cilindri a benzina da 70 Hp.


La camionetta Sahariana
La camionetta 43 Sahariana, monta sullo stesso telaio delle autoblindo AB ed ha un motore a benzina a 6 cilindri da 80 Hp. Il mezzo è completamente scoperto, veloce, maneggevole, ha grossa autonomia, ed è ben armato. Infatti, ha un armamento che può prevedere una mitragliatrice da 13,2 mm oppure da 20 mm., e una mtg. da 8 mm. Può montare anche un cannone da 37 mm. Inoltre, ha sagoma bassa, caratteristica che lo rende particolarmente valido nell’impiego in zone desertiche.

IL PERIODO DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
Con la perdita delle colonie e la definitiva caduta del Nord Africa, il Corpo di polizia coloniale italiano non avrebbe più ragione di esistere, eppure resta ferma al suo posto senza sfaldarsi.
Dopo l’8 settembre 1943, reparti della P.A.I. parteciperanno alla difesa di Roma.
Sono passate appena poche ore dalla proclamazione dell’armistizio e le guardie della P.A.I. già stanno combattendo contro i tedeschi alla Cecchignola, alla Magliana, lungo la via Ostiense e la Laurentina, nella zona dell’E42 (EUR), alla Montagnola, a Porta San Paolo ma anche a Manziana e a Monterotondo. Quando tutto sarà finito, nella serata del 10 settembre, si conteranno numerosi caduti della Polizia Africa Italiana. Tra questi, la Guardia PAI Sterpetti Amerigo, Medaglia D’argento al Valor Militare alla memoria.
Con la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, il Corpo coloniale, essendo un reparto di polizia, resta al proprio posto nella Capitale, per attendere alla tutela e dell’ordine pubblico e alla salvaguardia della proprietà dei cittadini. Purtroppo, sono momenti difficili e non per tutti le cose fileranno lisce. 
Il gen. Riccardo Maraffa, comandante generale della P.A.I., nominato capo delle forze di polizia di Roma, si rifiuta di aderire alla neocostituita Repubblica Sociale e viene arrestato dal ten. Kappler, per ordine del Gen. Stahel, Comandante militare tedesco di Roma. Maraffa, tradotto a Dachau, morirà dopo pochi mesi per arresto cardiaco. E’ l’11 dicembre e Maraffa ha 54 anni.
Il Governo della Repubblica Sociale tenterà invano di sciogliere la P.A.I..
Il Decreto Legislativo del Duce n. 913 del 24.12.1943, sull’istituzione della G.N.R., detterà chiaramente: “E’ Istituita una Guardia Nazionale Repubblicana con compiti di polizia interna e Militare formata dalla M.V.S.N. (comprese le milizie speciali, Ferroviaria, Portuaria, Postelegrafonica, Forestale, Stradale, Confinaria) dall’Arma dei Carabinieri e dal Corpo della Polizia Africa Italiana”.
E’ l’atto di morte della P.A.I. che si vorrebbe far confluire nella G.N.R., morte che però non si verificherà in quanto il Corpo di Polizia Coloniale farà di tutto per mantenere integra la propria fisionomia.
In gran parte, i reparti della P.A.I. si rifiutano di transitare nella Guardia Repubblicana, mantenendo la propria uniforme e, soprattutto, rifiutandosi di abbandonare Roma per raggiungere il Nord Italia.
La neonata Repubblica Sociale si dimostrerà incapace di reagire con la forza a tale presa di posizione e, in effetti, gli unici ad essere sciolti saranno i Carabinieri. A questi subentreranno, in molte Stazioni della Capitale, proprio i militi della P.A.I. che, nel frattempo, ha aumentato gli organici, incamerando centinaia di ausiliari e portando così i propri organici a oltre 3000 uomini.
E’ bene precisare che l’atteggiamento di rifiuto alla R.S.I. non coinvolgerà la totalità della P.A.I. È lecito presumere, infatti, che alcune centinaia di uomini (tre/quattrocento) transiteranno con le forze di polizia Repubblicane, trasferendosi al Nord.

Comunque, specialmente a Roma, non mancheranno gli scontri tra la PA.I e le nuove formazioni della R.S.I..
Due guardie P.A.I. verranno fermate dai Marò del Battaglione Barbarigo della Xà, MAS, in partenza per il fronte di Nettuno. Alla richiesta dei Marò di togliere il fregio sabaudo dalla bustina, le Guardie rifiutano, motivo per il quale presso l’accantonamento del Barbarigo a Roma. I due della P.A.I. saranno rilasciati solo quando il comando del Corpo farà circondare la caserma della Xà MAS, pretendendo la restituzione dei propri uomini. Seguirà una cerimonia di riappacificazione, nel corso della quale il Comando Polizia Africa Italiana consegnerà ai Marò della Xà il billao, ovvero un pugnale di foggia lanceolata, vagamente africana, in dotazione alla polizia coloniale.


Al di là delle riappacificazioni formali, gli uomini della Polizia coloniale faranno spesso il doppio gioco, schierandosi dalla parte del governo badogliano. Addirittura, in una caserma della P.A.I. opererà, travestito da vicebrigadiere, l’agente segreto americano Peter Tompkins. Quest’ultimo, comunicherà al comando Alleato numerose utili informazioni circa le difese apprestate contro la testa di ponte angloamericana ad Anzio – Nettuno.
Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, condannati a morte, saranno fatti evadere dal carcere romano di Regina Coeli, il 14.12.1944, grazie all’azione del Tenente della P.A.I. Vito Maiorca. Come pure, nel dicembre del 1943, undici partigiani in procinto di essere fucilati, evadono da Forte Boccea dopo che il corpo di guardia, formato da agenti della P.A.I., avrà avuto il “cambio” da un drappello di partigiani travestiti da militi P.A.I..
Quando i tedeschi e gli uomini della R.S.I. lasceranno Roma, tenteranno di appropriarsi dei veicoli del parco macchine del Corpo presso l’autorimessa di piazza Verdi. Ebbene, l’intervento dei mezzi blindo corazzati in dotazione alla P.A.I. li farà desistere dalle loro intenzioni.
Il 4 giugno 1944, con l’entrata a Roma degli Alleati, la Polizia dell’Africa Italiana riconsegnerà ai Carabinieri le caserme occupate un anno prima.
La Polizia dell’Africa Italiana sarà sciolta e, in forza al Decreto Legge Luogotenenziale nr. 43 del 15.02.1945, la quasi totalità dei suoi uomini transiteranno nel Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza.

BIBLIOGRAFIA
1.    Raffaele Girlandi, P.A.I. – Polizia Dell’Africa Italiana, Italia Editrice, 1996, Campobasso;
2.    Ascari e Dubat- Truppe Coloniali  Italiane – Ciarrapico Editore.
3.    Piero Crociani, Andrea Viotti, Quaderni d’appunti - Le uniformi dell’A.O.I. (Somalia 1889 – 1941), Edizioni La Roccia, 1980, Roma;
4.    Piero Crociani, Andrea Viotti, Quaderni d’appunti - Le uniformi Libiche 1912 1942, Edizioni La Roccia, 1980, Roma;
5.    Giorgio Pisanò, Gli Ultimi in Grigioverde C.D.L. edizioni – Milano, 1994.