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IL BOMBARDAMENTO DI GORLA – di Daniele Lembo
“Quel giorno avevamo fatto una pagina di D maiuscole”



L’uso dell’aviazione in campo militare nasce soprattutto come finalizzato all’osservazione aerea. Si tratta, quindi, all’inizio, di un mezzo per sorvegliare e scrutare i movimenti del nemico al fine di prevederne le mosse e pararne i colpi. Solo in seguito si intuirà che se il nemico lo si osserva dall’alto, da tale posizione privilegiata lo si può anche colpire e nascerà così il bombardamento aereo che, in principio, sarà fatto con mezzi rudimentali i quali andranno, però, man mano evolvendosi nel corso del primo conflitto mondiale.
Tra le due guerre mondiali, sarà l’italiano Giulio Douhet a teorizzare l’uso di masse di bombardieri per fiaccare prima l’avversario, colpendone le città, le industrie, i porti e le vie di comunicazione e per distruggerlo, poi, costringendolo alla resa.
Douhet teorizza che l’arma principale è quella aerea, mentre tutte le altre divengono a questa sussidiarie. La sua guerra prevede l’impiego massicce formazioni di bombardieri da impiegarsi contro le retrovie, prima che al fronte, in modo tale da annichilire la possibilità offensiva dell’avversario privandolo della sua struttura logistica. Quindi, secondo lo studioso italiano di strategia aerea, è necessario conquistare “il dominio dell’aria “ per colpire l’avversario mortalmente nelle sue risorse logistiche e civili, prima che nelle sue forze militari, conseguendo così una vittoria totale. Sarà il Douhet stesso a scrivere: ”l’avvenire non può smentirmi: che la guerra nell’aria costituirà l’essenziale dei futuri conflitti e che, di conseguenza, non soltanto l’importanza delle armate aeree andrà rapidissimamente crescendo, ma, corrispondentemente andrà rapidissimamente decrescendo l’importanza degli eserciti e delle marine…(…)…Gli eserciti e le marine costituivano la protezione materiale e morale delle nazioni in lotta. L’arma dello spazio cambia completamente le condizioni di fatto. Essa offre la possibilità nuova di attaccare direttamente le resistenze materiali e morali dell’avversario, di attaccarle laddove si presentano più deboli e più vulnerabili.” “…non vi è confronto tra l’efficacia dell’azione distruttiva diretta e quella indiretta, contro le resistenze vitali di una nazione. Allorché queste potevano presentare contro i colpi nemici la forte e salda corazza rappresentata dagli Eserciti e dalle Marine, i colpi giungevano sui corpi delle nazioni fortemente attutiti, per lungo tempo quasi inavvertiti. I colpi nemici venivano incassati – come si dice- da enti fortemente organizzati, fortemente disciplinati , fortemente resistenti materialmente e moralmente, capaci di azione e di reazione contro entità molto meno organizzate, molto meno disciplinate, molto meno resistenti, completamente incapaci di azioni e reazioni, cadranno i colpi dell’arma dello spazio. Il collasso materiale e morale, fatalmente si preciserà più presto e con maggiore facilità”.
Douhet riassumerà le sue teorie sulla guerra aerea, che assume nella sua visione un connotazione apocalittica, nel suo volume “Il dominio dell’aria” che, pubblicato per la prima volta nel 1921, sarà oggetto di numerosissime ristampe in Italia, ma soprattutto all’estero. Amedeo Mecozzi, il suo principale avversario per quanto riguarda la teoria dell’impiego dell’arma aerea, lo accuserà di “voler fare la guerra agli inermi” ma, fatto sta che Douhet ha capito pienamente le possibilità dell’aviazione da bombardamento e se “la guerra è guerra”, non si può non ammettere che egli ha ragione, come poi i fatti dimostreranno.  
Benché Giulio Douhet sia italiano e benché siano proprio gli italiani ad effettuare in Libia, negli anni venti, i primi bombardamenti di tipo terroristico, sebbene con mezzi molto rudimentali, sarà proprio in Italia che le teorie Douhettiane, troveranno minor impiego nel secondo conflitto mondiale. E’ bene precisare che ciò, a mio avviso, va ampiamente ad onore e decoro degli uomini della Regia Aeronautica. Differentemente, l’aviazione tedesca, americana e inglese faranno tesoro di quanto preconizzato dallo stratega italiano, dimostrando di essere in grado di radere al suolo intere città, in modo tale da fiaccare la volontà di resistenza della nazione avversaria, nel tentativo di far crollare il fronte interno e, con questo, il dispositivo militare. Sarà, effettivamente, la guerra agli inermi e a farne le spese saranno bambini, vecchi e donne che nulla hanno da opporre al terrore che arriva dal cielo. Saranno le popolazioni di Londra, Berlino, Rotterdam, Dresda, Belgrado ecc. a dover sopportare questo modo barbaro di contrastarsi in quel conflitto, ma anche le città italiane saranno duramente colpite dall’alto sin dall’inizio della guerra. Il 12 giugno 1940 viene bombardata Torino, il 16 e il 18 seguente è la volta di Milano, il 2/3 settembre è colpita Genova. Nel novembre seguente, poi, Torino sarà colpita nei giorni 8, 24 e 26. Nel corso del conflitto città come Napoli, Genova, Torino, Foggia vengono martoriate dai bombardamenti nemici. Alla fine della guerra, nella motivazione della medaglia d’oro concessa alla città di Napoli si potrà leggere di 20.000 morti nel corso dei bombardamenti. Il numero dei caduti, sebbene secondo alcuni sia esagerato, serve ampiamente a far capire al lettore di quale entità siano stati gli attacchi portati alla città.
I bombardamenti sul suolo italiano, già durissimi fino all’8 settembre 1943, invece di diminuire di intensità, si acuiscono a partire dalla data di proclamazione dell’armistizio. Dopo l’8 settembre, un raid aereo raderà al suolo la cittadina laziale di Frascati nel tentativo di colpire Villa Aldobrandini, ove è ubicato il comando di Kesselring. Alla fine del bombardamento la villa e il generale tedesco saranno illesi ma si conteranno 600 italiani morti. Nei soli mesi di novembre e dicembre ‘43 la MAAF  – Mediterranean Allied Air Forces – farà cadere sull’italia oltre 17 tonnellate di bombe, in un crescendo di parossismo distruttivo che, fino alla fine del conflitto vedrà attaccate dall’alto numerosi centri abitati tra i quali Ferrara, Ravenna, Orte, Pescara, Mestre, Padova, Bolzano, Frosinone, Grosseto, Chiusi, Fano, Prato, Parma, Bologna, l’Aquila, Terni, Empoli, Pistoia e Perugia. Che gli attacchi si intensifichino dopo l’8 settembre 1943 è un dato di fatto e a confermarlo basta citare le statistiche pubblicate nel 1957. Secondo queste ultime i morti in Italia, in seguito ai bombardamenti aerei, saranno nel corso del conflitto 64.354 tra civili e militari, dei quali solo 20.052 saranno precedenti al’8 settembre, mentre i restanti 43.402 si verificheranno dopo la data dell’armistizio.

I BOMBARDAMENTI SU MILANO
Tra le città italiane colpite dai bombardieri alleati vi sarà anche Milano che, nel corso della guerra, subirà ben 60 incursioni aeree che causeranno circa 2000 morti.
Nel solo secondo semestre del 1940 a Milano ci saranno 8 incursioni aeree (15/16 giugno, 16/17 giugno, 13/14 agosto, 15/16 agosto, 18/19 agosto, 24/25 agosto, 26/27 agosto, 18/19 dicembre) le quali, però, causeranno lievi danni. Dopo un anno di stasi nel ’41, le incursioni sulla città lombarda riprenderanno nel ‘42 (14/15 febbraio e 7/8 agosto) causando danni gravi. Nel 1943 i bombardieri sulla città ambrosiana arriveranno in febbraio (14/15 febbraio) e in agosto (7/8 – 12/13 – 14/15 -15/16 agosto). Anche se, come detto, i bombardamenti a Milano iniziano già nel 1940, è con il 1943 che la città incomincia ad essere duramente colpita, iniziando così ad incidere sul morale della popolazione civile. Dalla lettura di un supplemento alla rivista “Milano” del marzo 1943, dal titolo “Sul cielo di Milano è passata la RA.F.”, si ha chiaro quale possa essere lo stato d’animo di chi è costretto a vivere sotto l’incubo delle bombe. Nell’introduzione al citato supplemento, redatta a cura di G.G. Gallarati Scotti, si legge infatti: “Per non dimenticare! Si per non dimenticare mai più, per documentare ai nostri figli, ai figli dei nostri figli, quanto gli anglosassoni hanno fatto alla nostra Milano…..Si legge sul frontale di questo fascicolo che il cielo di Milano è stato violato per lanciare del panico, mettere lo scompiglio fra il saldo popolo milanese.
Come Torino, Genova, Napoli, Palermo, Messina e altre città italiane, Milano ha subito l’aggressione delle ali rapaci dei quadrimotori angloamericani.
Colpite sono state le nostre chiese, gli ospedali, le case, le scuole, i musei….Colpite sono state le nostre donne, i nostri vecchi, i nostri figlioli più piccoli, perfino i nostri morti composti nell’ultimo sonno. Milano e i Milanesi hanno incassato il duro colpo con l’animo forte. Accompagnati per la sepoltura al Campo dei Caduti i loro morti, spenti gli incendi, riassettati alla meglio gli ingombri delle macerie delle case diroccate e sconvolte dalla violenza delle bombe nemiche, la città ha ripreso all’indomani di ogni incursione il suo ritmo di lavoro, la sua fisionomia di ogni giorno.”
Ad attestare che è solo con il 1943 che inizia il vero attacco alla città di Milano è anche il noto studioso Achille Rastelli, il quale tenta anche di spiegare tale scelta del nemico. E’ il Rastelli a scrivere: “ Per quasi due anni di guerra Milano venne poco considerata dal Bomber Command, mentre altre città erano prese di mira: questa scelta non era certo umanitaria, ma soltanto tattica e strategica. La difficoltà di raggiungere l’obiettivo con un consistente numero di bombardieri era il motivo tattico, L’attenzione prioritaria a bersagli ritenuti militarmente più importanti era quello strategico.”
Anche per Milano, come per molte altre città del nord, il biennio 1944/45 sarà il peggiore, tant’è che nel 1944 ci saranno ben 18 bombardamenti aerei, mentre nei primi quattro mesi del ’45 ve ne saranno altri 26. Per rendersi conto della pressione alla quale è sottoposta la città, che di fatto è la capitale morale della Repubblica Sociale Italiana, negli ultimi quattro mesi di guerra, basta evidenziare come nel mese di gennaio ’45 la città venga bombardata praticamente a giorni alterni, subendo ben 13 incursioni aeree.
Con il passare del tempo, la memoria, anche quella collettiva, tende a rimuovere episodi spiacevoli per la vita di una comunità, quali possono essere, per l’appunto, quelli dei bombardamenti. Risultano inutili tentativi, come quelli fatti di G.G. Gallarati Scotti, di scrivere qualche cosa “Per non dimenticare! e per documentare ai nostri figli, ai figli dei nostri figli, quanto gli anglosassoni hanno fatto”. Inevitabilmente, si finisce per obliare fatti che risultano fonte di dolore per un’intera comunità. Benché si tenda, naturalmente, a perdere il ricordo, è da dire però che il bombardamento effettuato dai velivoli americani il 20 ottobre 1944 sulla città di Milano, rimane prepotentemente vivo nella memoria, a denunciare la brutalità della guerra. La motivazione dell’indelebilità di tale ricordo è da ricercarsi non tanto nei 614 morti e nei numerosi feriti causati dall’attacco dal cielo, quanto in considerazione di quello che il bombardamento del 20 ottobre causa nel quartiere di Gorla.
Sui fatti di Gorla si è scritto tanto (e mai troppo per la verità), ma molti degli autori da me consultati hanno preferito raccontare sommariamente i fatti, tralasciando spesso la reale meccanica degli avvenimenti, e giocare, invece, sul fatto emozionale, tentando così di accattivarsi l’attenzione del lettore. Bisogna tentare, invece, di raccontare, con precisione, che cosa succede nella tarda mattinata di venerdì 20 ottobre 1944 in questo quartiere di Milano.
E’ una bella giornata, forse anche troppo bella per essere una giornata di un ottobre ormai avanzato, e benché la guerra sia in corso ormai da qualche anno, i generi alimentari siano razionati e la città sia stata già varie volte colpita dai bombardieri nemici, a Milano si tenta di continuare a vivere in una maniera quanto più normale è possibile. Alle 11.14 suona il piccolo allarme che viene seguito alle 11,24 dal grande allarme. Sui due termini bisogna fare qualche precisazione, anche per far rendere conto al lettore di come funzioni il servizio di avvistamento aereo e contraereo italiano: il piccolo allarme viene suonato non appena si avvistano i velivoli in arrivo sulla regione, mentre il grande allarme viene suonato quando si è certi che quei velivoli si stanno dirigendo a bombardare una città in particolar modo. Il sistema dei due allarmi distanziati tra di loro serve a dare alla gente la possibilità di portarsi nei rifugi antiaerei. Questi ultimi, il più delle volte, non sono strutture in cemento armato costruite appositamente per la bisogna, ma sono in realtà solo gli scantinati o le cantine degli stabili che, puntellati con travi di legno, si spera resistano alle bombe.
Dal momento in cui è suonato il piccolo allarme, al momento in cui vengono sganciate le prime bombe (ore 11,27) e che queste incominciano a cadere al suolo (ore 11,29) passano appena 15 minuti. In questo quarto d’ora i civili dovrebbero lasciare le occupazioni alle quali sono intenti e mettersi al sicuro. Per esempio, il gestore un negozio deve provvedere a chiudere la sua attività e raggiungere il più vicino rifugio. La stessa cosa vale non solo per commercianti e imprenditori, ma anche per gli operai e le comune massaie che devono riunire gli oggetti di valore che hanno in casa, chiudere casa e con i figli al collo o per mano correre al più vicino rifugio. Come il lettore capirà, si tratta di una serie di attività che il ristretto tempo a disposizione non sempre permette di fare.
Nel quartiere milanese di Gorla c’è la scuola elementare Francesco Crispi e al momento del piccolo allarme gran parte delle maestre si affrettano a preparare i 250 bambini del turno della mattina (altri 250 frequentano il turno pomeridiano) a scendere in rifugio, altre insegnanti, invece, tentano di informarsi se quella sirena indichi il piccolo o il grande allarme, in quanto hanno il timore di non aver udito una eventuale prima sirena. Benchè 250 bambini siano tanti, le maestre devono essere veramente in gamba e in pochissimo tempo, a partire dal suono del piccolo allarme, i bambini della scuola sono tutti sulle scale dell’edificio e si stanno dirigendo verso il rifugio. Purtroppo, non solo il tempo concesso dal destino per tentare di mettersi in salvo è pochissimo, ma una bomba che si infila nella tromba delle scale causerà la distruzione di un’intera ala dell’edificio, facendo crollare le scale sulle quali si trovano parte degli scolari e il rifugio nel quale è entrato la restante parte. La Francesco Crispi non sarà l’unica scuola di Milano ad essere colpita e nello steso bombardamento un ordigno piovuto dal cielo colpirà, nel quartiere di Precotto, un asilo infantile distruggendolo. La differenza tra Gorla e Precotto è che mentre a Precotto al momento dello scoppio i bambini saranno tutti nel rifugio e si salveranno, dalle macerie della scuola Crispi di Gorla saranno estratti soprattutto cadaveri.
Il bombardamento, quindi, colpisce anche altri quartieri della città ma in considerazione della particolarità dell’obiettivo centrato a Gorla, gran parte dei soccorsi si concentrano sulle macerie della scuola Crispi. Purtroppo, come già detto, i Vigili del Fuoco, i Militi dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea, della Muti, della Guardia Nazionale Repubblicana e i numerosi civili accorsi a dare una mano, dalle macerie della scuola tireranno fuori i cadaveri di 184 scolari più quelli della direttrice, Tagliabue Isabella Ved. Castelnuovo e di tutte le insegnanti e dei bidelli, per un totale di altre 19 persone. Tra i maestri e i collaboratori, si salverà solo la segretaria della scuola, Rosalba Buratti Musolini. Ai 184 scolari vanno poi aggiunti altri 18 bambini, tra i 2 e i 22 mesi, periti nello stesso bombardamento assieme ai genitori che, udita la sirena dell’allarme, si sono portati a scuola per riprendere i propri figli.
E’ impossibile descrivere con poche parole e in poche pagine l’orrore che quel giorno si disegnerà a Piazza Redipuglia sulla quale si affaccia l’elementare “Crispi”. Non si può raccontare al lettore lo strazio delle madri e dei padri che si vedranno privati di un figlio, talvolta anche di due, che loro stessi in mattinata hanno affidato, spesso accompagnandocelo di persona, ad un luogo sicuro quale è la scuola.
Come si può raccontare la storia di quel Garlaschini, caposquadra dei pompieri della Caserma di via Benedetto Marcello, che si ritroverà a recuperare il corpo del figlio Riccardo di 6 anni.
Mai è poi mai si sarebbe pensato che avrebbero colpito una scuola. E, soprattutto, in una bella giornata come quella, ci si sarebbe aspettato che a causa della perfetta visibilità i bombardieri avrebbero mirato mirare bene sui loro bersagli, evitando di fare quello che si spera sia stato un errore. A descrivere l’orrore ci proverà, tra i tanti, un giornalista de “La Repubblica Fascista” che la domenica seguente pubblicherà un articolo dal titolo “L’innocenza sepolta” nel quale si potrà leggere: “la bomba ha attraversato i tre piani della scuola ed è scoppiata all’altezza del livello stradale provocando il crollo dell’edificio dando luogo alla terribile sepoltura di centinaia di bimbi. Gli scolari avevano lasciato le aule e si affollavano verso il cantinato. Unitamente ai bambini sono rimasti travolti e sepolti gli insegnanti – oltre una decina- compresa la direttrice didattica Castelnuovo”…(..)…“ Incolume, per miracolo, la segretaria e, perché momentaneamente assente, il bidello. Morti quasi tutti gli altri, pochi o feriti” …(..)…“Ora il terreno è cosparso di oggetti scolastici che nulla recano in se a ricordare gli ordigni micidiali della guerra. Ovunque si intravedono giocattoli, indumenti ed un’infinità di piccole cose tipiche della vita infantile. Scorgo in un’aula squarciata a metà, una fila di banchi su cui sono rimasti intatti i calamai e ancora aperti i quaderni; vedo appesi alle pareti vistose tavole sui teatri d’operazione, quadri di eroi, riproduzioni di episodi storici, visioni di civiltà e di paesi lontani….” …(..)… “le salme affiorano lentamente. Tenere braccia bianche rivolte verso il cielo, confuse fra brani di libro e fogli di quaderno, piccoli caduti di una guerra combattuta con mostruosa malvagità. Innocenza colpita alle spalle come nelle storie paurose dei maghi che si raccontano ai bambini per insegnare loro ad odiare gli uomini cattivi”…(..)… “Piazza Redipuglia è ormai un centro macabro di dolore e di lacrime. Tutto all’interno, dove prima i fanciulli correvano festanti, appare divelto, frantumato, intriso di fango”   
Il raccapriccio di quel giorno resterà impresso nella memoria dei sopravvissuti in maniera indelebile e coloro i quali (pochi) verranno estratti dalle macerie o riusciranno a sottrarsi alle bombe per un puro caso di fortuna non lo dimenticheranno più. Questo lavoro nasce anche grazie alla signora “Graziella Ghisalberti Savoia” la quale, nel raccontarmi quella sua indimenticabile giornata, ha esordito con la frase “la maestra ci aveva fatto fare una pagina di D maiuscole, allora si badava molto alla bella grafia ed io le avevo fatte così bene che mi aveva mandato in segreteria per farle vedere alla segretaria.”
La signora Ghisalberti si salverà perché non andrà nel rifugio della scuola ma scapperà di corsa verso casa venendo sorpresa dal bombardamento in strada. Arrivata all’altezza di via Pozzi sarà tirata dentro l’androne di un palazzo da una portinaia che, evidentemente, avrà pena a veder correre per strada una bimba in quel frangente.
Anche lo scolaro Giorgio Bettini, all’udire la sirena d’allarme, assieme al fratello Mario farà quello che la mamma gli ha sempre raccomandato di fare. I due scapperanno dalla scuola come lepri verso casa ed avranno salva la vita. Il Bettini in una sua testimonianza narrerà che la mattina, all’entrata a scuola, il suo amico Antonio, raccontandogli di un film musicale visto la sera prima in un cinema a viale Monza e che lo ha tanto divertito, gli ha detto “E’ stato troppo bello, finché avrò vita non lo dimenticherò mai”. Il piccolo Antonio non avrà molto tempo per ricordare perché la sua vita, a partire da quel momento, durerà ancora solo poche ore.
Walter Filippi, che poi diverrà sacerdote, narrerà a Famiglia Cristiana, nel 1974, di come, benché sepolto dalle macerie, sia riuscito a salvarsi: ”Alle 11,15 suona il piccolo allarme : ci eravamo abituati. Poi arriva il grande allarme. Cominciamo a scendere le scale. Mi sentii volare. Come certe volte capita in sogno . Poi niente. Quando rinvenni  ero nel buio, incastrato, con una mano bloccata in alto. Eravamo in tre o quattro vicini. Parlavamo, ci scambiavamo le sensazioni, dicevamo: “Chi sa che cosa pensano mamma e papà”. Riuscimmo anche a pregare. Io cerco di muovermi, ma un altro compagno mi chiedeva di star fermo perché muovendomi gli facevo male. Bombelli si lamentava, stava peggio, però, ad un certo punto mi disse di dire alla mamma che non aveva sofferto. E morì. C’erano laggiù con me Sergio Mattusi, Antonio Recli, un altro che si chiamava Andrea e un altro ancora del quale non ricordo nulla. Alle 13 circa scavando, un pompiere mi percorse con la pala le due dita della mano. Le mossi, si accorse che ero ancora vivo. Dopo un pò ci tirarono fuori. io ero rimasto senza abiti, avevo solo una scarpa“. Una volta tirato fuori dalle macerie lo scolaro Filippi sarà portato al Niguarda e in serata, avendo solo poche escoriazioni, sarà rimandato a casa accompagnato da un’infermiera. Sull’autobus che lo riporta a casa un uomo, accorgendosi che il bambino è in pigiama senza scarpe, toglierà alla figlia un paltoncino rosso e glielo metterà addosso, mentre un’altra signora gli regalerà un pezzo di grana. Anche il Sergio Mattusi e l’Antonio Recli, ricordati dal Filippi, lasceranno una testimonanzia sul come, sepolti vivi, sono poi ritornati alla luce, Mattusi dirà: Mi ricordo che eravamo al secondo piano e mentre la maestra e i miei compagni scendevano le scale, io e gli altri tre amici, Valter Filippi, Recli e Ceccato , restammo per ultimi e ci fermammo a giocare sul pianerottolo. Ad un tratto si sentirono dei boati. Guardai fuori dalle finestre e vidi alzarsi dalle case colonne altissime multicolori, che si aprivano come fossero dei ventagli. E quasi contemporaneamente tutti i vetri delle nostre finestre si ruppero Questa fu l’ultima visione e poi più nulla. Quando ripresi conoscenza non mi rendevo conto di dove fossi. Le macerie mi avvolgevano come una ruvida coperta. Solo la testa e la mano sinistra erano libere. Poi seppi che una putrella della scala si era mesa di traverso e mi proteggeva la testa. Ero in posizione strana, seminudo con una gamba flessa all’indietro. Sentivano di lontano dei bambini che piangevano e gridavano aiuto. Cercai di muovermi. Senza esito. Respiravo a fatica e quando mi muovevo sentivo molto distintamente dei lamenti. Era il mio amico Recli che mi supplicava di stare fermo: forse perché muovendomi le macerie premevano maggiormente sul suo corpo. ..(.). ..ad un certo punto sentii una sensazione di freso al viso: erano le macerie che venivano bagnate dall’esterno Sentivo con piacere quella frescura e ingoiavo con sollievo i calcinaci bagnati che mi davano la sensazione di respirare meglio. ..(…).. Un altro ricordo indelebile è questo. Con la mano sinistra riuscivo a compiere un piccolo movimento e pizzicavo una gamba che appoggiava sulla mia spalla destra. Era fredda ma io non mi rendevo conto che era di un bambino morto e insistevo, forse perché in quel momento era l’unico contatto umano che avevo . trascorsero circa tre ore (mi è stato riferito che rimasi sotto le macerie fino alle tre del pomeriggio). Ad un tratto sentii delle voci sopra la mia testa. Poco dopo provai la  meravigliosa sensazione: l’aria.”  
Altri bambini si salveranno invece, per puro caso. Alcuni avranno marinato la scuola per andare a giocare a pallone, come Giovanni Smidili che ricorderà “Con i miei amici Giulio, Lillino e Bruno mi avviai verso la Scuola, e, non so spiegarmi la ragione, arrivati davanti al portone decidemmo di bigiare, forse perché era una splendida giornata e avevamo tanta voglia di giocare al pallone…(…)…ricordo aver portato la cartella a casa e di aver cambiato le scarpe per evitare che, al ritorno da lavoro, la mamma si accorgesse che avevo bigiato. Mentre giocavamo felici nel prato gli aerei volavano nel cielo azzurro, ricordo la sirena d’allarme e, mentre le bombe venivano sganciate sopra il quartiere colpendo la scuola, suonava la sirena del cessato allarme. Rimanemmo terrorizzati…”
Altri ancora, avendo udito l’allarme, invece di recarsi al rifugio scapperanno dalla scuola, qualcuno addirittura sgaiattolando attraverso le gambe del bidello che si è messo di traverso sulla porta. Racconterà, infatti, Ester Faccetti Colombo: “I bambini gridavano e il bidello per tenerli a bada, teneva le braccia e le gambe aperte proprio sulla porta vetrata cercando di non far uscire alcun bambino.
Feci uno scatto folle, passai tra le gambe del bidello e sgaiattolai sulla strada, trascinando con me anche una mia amica, Luigia Magni, che abitava nella mia stessa via Fu una corsa all’impazzata e, a distanza di pochi secondi, la bomba asasina, attraversando i due piani dell’edificio scolastico fini sulla scala.”
Una quinta elementare, riuscirà a salvarsi al completo perché si trova al primo piano.
Le testimonianze sopra riportate sono riprese dal volume “20 ottobre 1944 – Il Bombardamento: Gorla ricorda e racconta” (Editing Giovanna Apostolo – 2002) scritto da scolari cinque superstiti e dall’ottimo volume di Achille Rastelli, dal titolo “Bombe sulla città”, edito da Mursia. Consiglio al lettore, interessato all’argomento e che volesse conoscere di più su quella giornata, attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuta, di leggere proprio la citata opera del ricercatore Rastelli. Il volume “Bombe sulla città”, oltre che essere interessante da un punto di vista tecnico, riportando con piglio scientifico in merito agli attacchi angloamericani sulla città di Milano, costituisce un documento di rara umanità per le numerosissime testimonianze raccolte tra i superstiti di quel tragico 20 ottobre. 
I funerali che seguiranno saranno estremamente spartani e le piccole bare, caricate su autocarri militari, saranno condotte alla tumulazione. Nella giornata del 26 successivo sarà dichiarato il lutto cittadino e alle ore 8,00, in Duomo, il cardinale Schuster celebrerà una solenne messa funebre. 
L’OPERAZIONE DI BOMBARDAMENTO
Avendo trattato degli effetti del bombardamento risulta indispensabile, a questo punto, descrivere al lettore la storia della missione aerea che causerà la tragedia di cui si è detto sopra.
Nella prima mattinata del 20 ottobre, tra le 6,30 e le 7,24, in esecuzione dell’ordine operativo 754A del giorno precedente, dagli aeroporti pugliesi decollano i bombardieri B 24 del 49° Bomb Wing diretti su Milano. Il 49° BW, che è inserito nell’ambito della 15° Air Force della M.A.A.F., è articolato su tre Bomb Group: il 451° BG, il 461°BG e il 484° BG.
Gli americani hanno scelto la strada del bombardamento diurno, a differenza degli inglesi che effettuano bombardamenti solo di notte per limitare al massimo le proprie perdite. Il motivo della scelta americana è da individuarsi anche nella fiducia che questi hanno nel loro sistema di puntamento Norden. Il bombardamento diurno, effettivamente, pur presentando maggiori rischi, consente una maggiore precisione nell’individuazione dell’obiettivo e pertanto anche minori possibilità di fare errori colpendo bersagli civili.
Per dare dei numeri più precisi è bene evidenziare che a decollare, quella mattina, sono 41 velivoli B24 del 461° Group, 34 velivoli B24 del 484° Group e 36 B 24 del 451° Group. Il 451° Group ha come obiettivo la Breda di Sesto San Giovanni, il 461° Group l’Isotta Fraschini e il 484° Group l’Alfa Romeo. Alle tre industrie milanesi è destinato un notevole carico di esplosivo, in considerazione del fatto che ogni aereo trasporta dieci bombe da 500 libre. In realtà però, è da dire subito che non tutti gli aerei sganceranno poi effettivamente sulla città lombarda in quanto, dopo il decollo, torneranno indietro per noie meccaniche un B 24 del 451°, tre del 461° e cinque del 484°.
I bombardieri americani sono privi di scorta caccia perché chi ha organizzato la missione sa benissimo che sull’Italia del nord il contrasto che questi possono trovare in cielo è estremamente limitato se non nullo. Verso la fine del ’44 la Luftflotte 2° viene completamente trasferita in Germania in quanto i bombardamenti angloamericani sul suolo tedesco rendono indispensabile la presenza in Patria di ogni velivolo per impiegarlo a difesa dei cieli del Reich. In Italia, dove non resta che qualche ricognitore strategico Ju88, e qualche caccia Fw. 190, i piloti dell’Aviazione Nazionale Repubblicana si ritrovano da soli a difendere i cieli delle proprie città sottoposte all’attacco quotidiano dei bombardieri nemici. In considerazione del fatto che l’Aviazione Nazionale Repubblica dispone, a difesa della pianura padana, di due gruppi caccia e di un terzo gruppo incompleto è facile capire come quel 20 ottobre ’44 a difesa del cielo di Milano non interverrà alcun aereo italiano o tedesco che sia.
I bombardieri, presumibilmente, dopo un volo sull’adriatico, all’altezza della Romagna virano su Milano dove si presentano, come di consueto con formazioni molto compatte come è d’uso nella tecnica d’attacco americana. La missione del 461° e del 484° si svolge senza eccessivi problemi e gli obiettivi vengono colpiti, anche se qualche ordigno cade su abitazioni civili causando numerose vittime.
Differente è la storia, invece, dell’azione svolta dal 451° Group che prende tutt’altra piega. Il 451° vola in due formazioni a freccia, ognuna composta da tre box di sei velivoli ciascuno, disposti anch’essi a freccia. I box, è bene dirlo per chi non lo sapesse, non sono altro che gruppi compatti di velivoli che si forniscono aiuto reciproco con le mitragliatrici di bordo in caso di attacco da parte della caccia avversaria.
La prima formazione di 18 velivoli del 451°, comandata dal Comandante di Gruppo, capitano P.J. Collins, arriva a quello che, definito come Initial Point, non è altro che un punto del terreno sottostante, a quattro chilometri ad ovest dall’obiettivo, che essendo rilevante è facilmente individuabile dall’alto. E’, quindi, un punto di partenza, facilmente rilevabile dall’alto, disposto ad una distanza conosciuta dall’obiettivo, e serve ad individuare il bersaglio.
Accortosi di essere prossimi al bersaglio il velivolo leader del box centrale, a causa di un corto circuito all’interruttore di lancio, sgancia subito dopo l’initial point. La prassi concordata prevede che gli altri velivoli, dopo essere stati avvertiti di essere vicini all’obiettivo, mediante segnalazione ottica, sgancino ad imitazione del velivolo leader. Sganceranno così anche tutti gli altri velivoli dello stesso Box, con l’esclusione di uno, e tutti quelli del box che vola a quota più elevata. Ne conseguirà che le bombe cadranno sparpagliate in campagna. Solo il terzo box della prima formazione d’attacco, che è quello che vola a quota più bassa, riuscirà a sganciare in prossimità della Breda, colpendo anche il vicino stabilimento Pirelli.  
La tragedia si verifica con l’entrata in scena dei 17 velivoli dei tre box di B24 della seconda formazione d’attacco che ha come leader il tenente W.W. Coleman. Questa seconda ondata, che segue ad una certa distanza dalla prima, si ritrova con un errore di rotta di 22° sulla rotta da seguire. Il capo formazione, accortosi che non è possibile tornare indietro per correggere la rotta in quanto non può ritornare sull’initial point e rifare la rotta d’attacco, capisce che ha due sole possibilità: può allontanarsi e sganciare in aperta campagna, oppure decidere di sganciare a sud est del bersaglio, ben sapendo che sotto di lui non ci sono né fabbriche né concentramenti di truppe.
Deciderà in quest’ultimo senso, scaricando le sue bombe sul quartiere di Gorla, benché sia una bellissima giornata e l’aria tersa e limpida gli consenta di vedere bene che cosa c’è al suolo. 
A termine del bombardamento, nella primo pomeriggio della stessa giornata, ad un velivolo del 15° Squadron PRU verrà affidato il compito di un volo di ricognizione sulla città di Milano. Un altro volo di ricognizione sarà eseguito nei giorni successivi.  Gli americani dovranno ordinare i voli di ricognizione perché a loro, chiaramente, non arriverà il fonogramma n. 991 con il quale, nella serata del 20.10.1944, la prefettura di Milano comunicherà al Ministero dell’interno, che è a Maderno, quanto segue: “Oggi 20 ottobre ore 11/14 è stato dato il segnale di limitato pericolo. Alle ore 11/24 è stato dato allarme per numerose formazione aeree nemiche provenienti da nord ovest. Alle 11/29  si è avuto il primo sgancio di bombe alla periferia di Milano con  conseguenze gravi agli stabilimenti industriali, alle strade, agli impianti elettrici, alle linee tramviarie, all’acquedotto comunale, al gas, alle linee telefoniche. Sono state colpite scuole e case civile, si sono avute perdite notevoli in morti e feriti tra le popolazioni civili e tra le maestranze degli stabilimenti industriali. Sono stati immediatamente organizzati i soccorsi con mezzi disponibili. E’ stato colpito con numerose bombe di grosse calibro lo stabilimento Pirelli della Biocca con la distruzione completa del reparto lavorazione coperture auto, soprattutto per i danni alle macchine. Distrutto il reparto cavi, colpita la centrale caldaie e vapore, colpita la mensa operai, gravi danni a numerosi altri reparti. Morti finora accertati 35, feriti circa 100 (già con il fonogramma n. 995 del 22.10.1994 il numero dei morti accertato è aumentato in quanto il Prefetto comunica: “le vittime accertate sono salite al nr. Di : morti 451, feriti 413. Sono tuttora in corso operazioni di salvataggio e recupero salme” n.d.a.) . A Precotto alcune bombe dirompenti hanno colpito tre reparti della società di fibra vulcanizzata. Pure a Precotto una bomba dirompente di medio calibro ha colpito un asilo distruggendolo. I bambini, tutti in rifugio si sono salvati. Due morti civili estranei all’asilo ed alcuni feriti. A Gorla, in via Re di Puglia (sic!) una bomba entrata nella tromba delle scale della scuola ha provocato il crollo del rifugio detenendo l’intera scolaresca et alcuni genitori che si erano recati a ritirare i bambini.”
Il linguaggio ministeriale della prefettura di Milano è freddo ma serve, ampiamente, a dare il quadro della tragedia delineatasi. In particolare, è nella frase burocratica: “una bomba entrata nella tromba delle scale della scuola ha provocato il crollo del rifugio detenendo l’intera scolaresca et alcuni genitori che si erano recati a ritirare i bambini.” che si racchiude l’intera tragedia di quel giorno a Milano.
CONCLUSIONI
La strage di Gorla sarà usata dalla propaganda della R.S.I. e amplificata a dismisura per descrivere la barbarie degli angloamericani, ma da come è stata descritta l’operazione di bombardamento sembra certo che gli aviatori americani non abbiano nei loro obiettivi iniziali la scuola di Gorla e che questa venga colpita solo per caso. Anche se è tacito che gli americani a Gorla non intenderanno attaccare dei bambini, è altrettanto vero che in una miriade di altre occasioni, invece, di proposito attaccheranno degli inermi civili. In più di un’occasione i cacciabombardieri dei “liberatori” si abbasseranno al suolo ad attaccare autocorriere, treni in transito e si sprecheranno a mitragliare anche singoli ciclisti o ignari contadini intenti a lavorare.
Nino Arena, trattando del misterioso aereo e disturbatore, da tutti chiamato Pippo, scriverà : “Ma chi ha vissuto il ciclo storico della RSI, non può dimenticarlo poiché non c’era notte in cui il nostro misterioso disturbatore non facesse la sua apparizione lasciando ovunque il suo biglietto da visita: 18 luglio ’44 – bombe su Varazze, 19 agosto – un autocarro mitragliato vicino Busalla, 12 settembre – sul ponte dell’Orco scoppia una bomba nei pressi di Chivasso, 20 novembre-autoveicolo in fiamme fra Susegana e Conegliano, 16 gennaio 1945 – bombe su Brescia vicino alla Wuhrer, Cinisello Balsamo e Mantova, 28 marzo – camion mitragliato nottetempo vicino Codigoro, 6 aprile – attacco notturno ad una corriera vicino Fidenza, tanto per citare alcuni casi delle numerose malefatte attribuite a “Pippo””
Il 25 settembre ’44, sul lago Maggiore, due aerei inglesi sganceranno alcune di bombe su un gruppo di case di Intra provocando 11 morti e numerosi feriti. I prodi aviatori, non contenti dei risultati ottenuti, dopo poco, di fronte a Baveno, mitraglieranno il battello “Genova” che ha a bordo solo civili, in prevalenza donne e bambini. L’attacco causerà l’incendio del battello con molti morti e feriti. Il giorno seguente, probabilmente gli stessi aviatori del giorno prima, ritorneranno sul lago Maggiore e attaccheranno il battello “Milano” carico di sfollati che, imbarcatisi a Laveno, si dirigono verso la sponda piemontese del lago. Solo per puro caso a bordo c’è anche un reparto del battaglione “M” Venezia Giulia che sta tornando alla scuola di Varese della G.N.R. Il battello “Milano” si incendierà e, dopo essere andato alla deriva di fronte a Punta Castagnola di Verbania, affonderà. Periranno 10 militi dei battaglione “M” e numerosi civili. Il numero di questi ultimi è imprecisato perché il battello non è mai stato recuperato
Tali ultimi attacchi aerei non saranno causati da errori di guerra ma saranno, invece, proditori e terroristici contro la popolazione civile, portati li dove è la parte più debole del nemico per fiaccarlo ed esasperarlo.
Non mi si dica che l’aviatore che si abbassa a mitragliare i battelli “Milano” e “Genova” o quel pilota che il lunedì di Pasqua del 1944 mitraglierà una giostra carica di bambini in una città toscana non si accorgerà, nel farlo, che non si tratta di obiettivi militari.

La strage di Gorla avrà uno strascico di tipo aneddotico che reputo sia il caso di raccontare: l’1 Maggio 1946, alla serata di inaugurazione della Scala, finalmente fatta risorgere dopo i bombardamenti della guerra, per il concerto di inaugurazione è prevista la direzione di Arturo Toscanini. Qualcuno penserà bene di inviare al maestro un cesto fiori enorme, il più bello di tutti, ma con sopra un biglietto che dice “I morti di Gorla”. Evidentemente chi ha inviato quell’omaggio floreale intende rimproverare a Toscanini il suo esilio in America. Qualcuno farà sparire il biglietto, in modo tale che Toscanini non lo legga. La serata è troppo importante perché il vecchio maestro, turbato da una cosi cruda protesta nei suoi confronti, possa decidere di non dirigere.
Oggi, a ricordare quella che è stata definita “la strage degli innocenti”, in Piazza Piccoli Martiri, che è poi la piazza Redipuglia, dove all’epoca sorgeva la Scuola elementare Crispi, esiste un monumento ossario il cui bozzetto è dovuto allo scultore Remo Brioschi. Alla fine della guerra il comune di Milano metterà in vendita il  terreno dove sorgeva la scuola per la cifra di sei milioni. I genitori delle vittime, scandalizzati da tale scelta, chiederanno di essere ricevuti a Palazzo Marino, dove uno di loro i domanderà seccamente al sindaco di Milano: “Ma la vita dei nostri figli vale dunque così poco?” e il sindaco, avvocato Antonio Greppi, non potrà fare altro che rispondere “sono padre anch’io ….fate del terreno quello che volete”
Il monumento in questione, sul quale campeggia una madre che solleva il corpo di un figlio inanimato, sarà poi costruito grazie ad offerte pubbliche e private.
Il lettore, facilmente si chiederà perché mai ho voluto trattare, a sessant’anni di distanza, l’episodio di Gorla che, tutto sommato, in una guerra che ha visto intere città rase al suolo potrebbe sembrare irrilevante. Ebbene, sono dell’avviso che la giornata del 20 ottobre ’44 è una di quelle che si imprimono nella memoria di un popolo quasi come un marchio a fuoco nella carne. Si trattò indubbiamente di un errore ma è assurto a simbolo degli innumerevoli casi di terrorismo aereo che il popolo italiano ha subito e per i quali non c’è stata nessuna Norimberga.

Daniele Lembo

BIBLIOGRAFIA
1.     Achille Rastelli – Bombe sulla città – Mursia – Milano, 2000;
2.     AA.VV. – l’Italia del 20° secolo, volume 3 – Rizzoli, 1977;
3.     AA.VV. – 20 ottobre 1944 “Dicevano che la guerra era finita” il Bombardamento: Gorla ricorda e racconta -  Editing Giovanna Apostolo – 2002

RIVISTE CONSULTATE
1.     Paolo Cattaneo – Come ridevano quel mattino i bimbi di Gorla –Historia n. 83 otobre 1964;
2.     Luigi Cazzadori – Sul cielo di Milano è passata la RAF –Storia del XX Secolo n. 41 ottobre 1989 –
3.     Luigi Cazzadori – Gorla 20 ottobre 1944, la strage degli innocenti –Storia del XX Secolo n. 47 maggio 1999
4.     Nino Arena – Vi presentiamo “Pippo” Il misterioso aereo notturno sulla R.S.I. –Storia del XX Secolo N. 36 Maggio 1998;