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Today: 24 Apr 2014

COME E PERCHÉ IL FASCISMO ARRIVÒ AL POTERE

 


Quando si tratta della conquista del potere da parte del Fascismo, inevitabilmente si parla di questo come di un movimento che fa della brutalità la sua unica arma politica, grazie alla quale riesce però a conquistare il potere. Tale modo di affrontare gli studi storici è a dir poco da manicheo in quanto i fatti che in Italia portano all’avvento del Fascismo sono molto più articolati di quel semplice uso della violenza da parte fascista che fino ad oggi si è voluto far credere. Per trattare della genesi del Fascismo bisogna necessariamente ricollegarsi a quei fatti politici, sociali e militari che vanno a creare le condizioni perché venga alla ribalta questo movimento. E’ evidente che non nasce per generazione spontanea in quanto è soprattutto un fatto sociale, frutto di un’epoca, di una situazione storica, di un modo di vedere ed affrontare la vita che coinvolgerà un’intera generazione e una nazione per oltre vent’anni.

 

Passiamo adesso, dopo questa necessaria premessa, a tratteggiare quale è la situazione politica che permette al Fascismo di conquistare il potere e, successivamente, di trasformarsi da partito di governo in partito di regime.

IL DOPOGUERRA

Il Fascismo italiano è frutto dell’immediato primo dopoguerra. La vittoria e la conferenza di Pace, apertasi a Parigi il 18 gennaio 1919, non sono destinate a dare all’Italia i frutti sperati. Infatti, il 24 aprile 1919 Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio e Giorgio Sidney Sonnino abbandonano la conferenza di pace per protestare contro l’orientamento del presidente americano Wilson che vorrebbe fare della città di Fiume una città autonoma facente parte del sistema doganale della nascente Jugoslavia, alla quale andrebbero cedute anche l’Istria e la Dalmazia. La delegazione italiana rientrerà alla conferenza di Parigi solo il 7 di maggio e firmerà il 10 settembre il trattato di pace che prevede vengano acquisiti dall’Italia l’Alto Adige, il Trentino, la Venezia Giulia, l’Istria e parte della Dalmazia. Resta in sospeso la situazione della città di Fiume che non viene ceduta all’Italia. Gabriele d’Annunzio, il poeta guerriero, tenterà di risolvere a modo suo la cosa occupando la città militarmente al comando di un gruppo di soldati che non accettano quella che viene definita la vittoria “mutilata”. Inizialmente, vi è solo un primo passo diplomatico che vede la condanna pubblica dell’atto di D’Annunzio e dei suoi da parte del Presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, il quale nel giugno 1920 ha sostituito Orlando alla guida del Governo.

Nel giugno 1920 Giovanni Giolitti sostituisce Francesco Saverio Nitti alla Presidenza del Consiglio e il nuovo governo decide di affrontare la spinosa questione di Fiume e di risolverla firmando, il 12 novembre 1920, il trattato di Rapallo con la Jugoslavia. Tale trattato prevede per la città di Fiume lo status di “città libera”. Il caso “D’Annunzio”, invece, viene risolto facendo intervenire le truppe al comando del Generale Enrico Caviglia che, dopo quattro giorni di combattimenti, costringono l’immaginifico ed i suoi legionari a lasciare libera la città.

Quello della “vittoria mutilata” risulterà un problema non privo di gravi conseguenze.

Sarà, infatti, tra i motivi che, nella seconda guerra mondiale, vedranno l’Italia schierata dalla parte dell’Asse e non delle potenze alleate. In sostanza, al tavolo della pace sono state ignorate le promesse fatte e sottoscritte il 16 aprile 1915 con il patto di Londra e che prevedono, tra l’altro, che la Dalmazia venga completamente assegnata all’Italia.

LA NASCITA DEL FASCISMO

E’ proprio sulle ali spezzate della “vittoria mutilata” che il Fascismo incomincia a volare alto. I Fasci Italiani di Combattimento nascono ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano, raccogliendo intorno a se i Fasci di Azione Rivoluzionaria, le Sezioni di Arditi e gli ex combattenti. La loro nascita avviene in una situazione politico sociale sicuramente difficile se non drammatica. Le sinistre sono in fermento e l’intera situazione nazionale sembra essere sul punto di deflagrare. Se da un lato i reduci stentano a immettersi di nuovo nella vita quotidiana della società civile sentendosi maltrattatati dopo aver gettato i loro migliori anni al vento, come una manciata di foglie secche sui campi del Piave e sulle alture del Carso, d’altro canto anche la classe operaia è in crisi. La mancanza delle commesse militari causata dalla fine della guerra genera una crisi occupazionale in ditte che, conosciuto un rapido sviluppo durante il conflitto, stentano a riciclare la propria produzione verso le necessità della vita civile.

Il problema, peraltro, non è solo italiano. In Ungheria la situazione di crisi venutasi a creare porta, sulla scia di quanto avvenuto in Russia, i socialisti al potere con la creazione della “Repubblica Sovietica Ungherese”. Peraltro, in tutte le nazioni europee i socialisti sono artefici di violenti movimenti di protesta che tendono ad instaurare la dittatura del proletariato ed hanno un carattere prepotentemente antinazionalista in quanto riprendono i temi che sono stati tipici dell’antinterventismo prima della guerra. Scrive Pietro Caporilli: “La sarabanda dei disordini e degli scioperi , ai quali non era estranea la partecipazione della Russia, sfociava in una grandiosa manifestazione di forza del proletariato milanese domenica 19 febbraio 1919. Al canto dell’Internazionale e di altri inni , al grido di “Viva Lenin”, un corteo di cinquantamila persone con un mare di bandiere rosse , percorse le vie di Milano stracciando i tricolori, insultando la guerra e la Patria, sputacchiando e malmenando i militari in divisa. Mussolini, che aveva assistito alla sfilata, sarà l’unico – fra il panico generale compreso quello della forza pubblica impotente dinanzi a quella paurosa marea urlante – a reagire e ad accettare la gigantesca sfida.” Effettivamente, il pericolo che le sinistre prendano il potere con la violenza in Italia, come avvenuto in altre nazioni europee, esiste ed è concreto.

La situazione è di furore generalizzato ed i fascisti rispondo alla brutalità con la brutalità. A Milano, il 15 aprile 19 avviene il primo grosso scontro tra rossi e fascisti, nel quale i socialisti hanno la peggio. Un pugno di arditi, guidati da Tommaso Marinetti e da Ferruccio Vecchi, affrontano un enorme corteo socialista che si è formato in occasione della proclamazione dello sciopero generale effettuato per protesta contro la morte di alcuni operai. Il corteo, forte di oltre centomila persone, viene disperso dai pochi fascisti i quali, successivamente, danno alla fiamme la sede del giornale ”Avanti”.

Il contesto politico è rovente in quanto le sinistre pur di conquistare il potere, tentano con vigore il ricatto sociale. Mussolini, in una assemblea del fascio milanese, alla cui costituzione ne sono seguiti molti altri, fa approvare un ordine del giorno dal quale si evince che il Fascismo è pronto a rispondere a tono ad ogni violenza.

Nell’estate del ‘19 mentre al nord si verificano numerosi scioperi contro il caro vita, al sud i contadini, ritornati dal fronte, occupano le terre dei latifondisti locali. Tra il 20 e il 21 luglio le sinistre tentano di organizzare un grandioso sciopero per bloccare l’intera vita della nazione. I fascisti, a fronte del dilagare di scioperi che si verificano anche nei settori dei servizi pubblici, si sostituiscono ai netturbini e agli autisti delle corriere dei servizi pubblici. Nel novembre dello stesso anno le elezioni vedono evidente l’azione della spinta socialisteggiante. Il partito socialista italiano, che ancora non ha visto la scissione comunista, stravince le elezioni politiche conquistando ben centocinquantasei seggi elettorali. Segue a ruota il Partito Popolare di Don Sturzo che si aggiudica cento deputati. Per i fascisti, invece, le elezioni del ’19 si risolvono in una rotta completa in quanto non vedono eletto nessun rappresentante in parlamento.

Con il 1920 la situazione in Italia non migliora e la tensione tra le classi sociali sembra la si possa toccare con mano, divenendo una cosa quasi fisica. Scrive sempre Caporilli: “I socialisti intensificavano la loro offensiva per paralizzare e sovvertire la vita della nazione. Scioperi e violenze avevano luogo in tutta Italia. Dovunque si assalivano e si sputacchiavano i militari, i componenti della forza pubblica venivano aggrediti e dileggiati e si sparava persino sulle processioni come ad Abbadia San Salvatore (Messina) ove padre Angelico Galassi veniva barbaramente trucidato. In parlamento i 156 deputati socialisti abbandonarono in massa l’aula quando entrò il re per il consueto discorso della corona. Nella successive sedute, la massa socialista impediva a tutti i deputati di parte avversa di svolgere discorsi, interpellanza, interrogazioni.

Lo scontro sociale è oramai un dato di fatto e anche l’estate del 1920 è una stagione  di fuoco. Ad accendere la miccia è una serrata da parte dell’Alfa Romeo che il 30 agosto di quell’anno dà l’avvio ad una serie di scioperi che coinvolgono tutti gli operai del nord Italia. Per descrivere la situazione, valga un dato per tutti: nel solo 1920 si verificano in Italia oltre 2000 scioperi che paralizzano la vita nazionale in tutti i settori pubblici e privati, cosa che produce enormi danni all’economia nazionale e all’ordinato svolgersi della vita sociale. Il 1° maggio il quadro generale è di vera e propria rivolta generale. A Viareggio i rossi giungono, nel corso di una manifestazione, ad incendiare la caserma dei Carabinieri.

La politica in Italia è ormai un incendio che sembra nessuno possa domare. Gli scioperi non si risolvono in pacifiche manifestazioni di piazza ma il più delle volte degenerano in violenze. Nel gioco politico che è oramai un gioco di forza è entrato prepotentemente anche il movimento fascista che si oppone con tenacia alle violenza dei rossi contrastandoli con le proprie squadre di arditi. Sarà sicuramente anche grazie all’enorme contributo dato dai fascisti se in Italia non si creerà la stessa situazione creatasi in Russia, di guerra civile prima e di dittatura comunista poi.

Il 21 novembre 1920 a Bologna avvengono fatti gravissimi. Le versioni dei fatti, da parte dei vari autori sono, come al solito, discordanti. Secondo alcuni autori, i fascisti reagiscono violentemente alla manifestazione socialista di insediamento della nuova giunta comunale di sinistra a palazzo Accursio, sede del comune. Le squadre fasciste irrompono nella piazza dove si affaccia il palazzo del comune e dove sono riuniti i socialisti. Ne seguirà un violento tafferuglio che alla fine vedrà nove morti ed oltre cinquanta feriti. Secondo altri autori, invece, sarebbero i socialisti ad estrarre per primi le pistole e a far fuoco contro i banchi della minoranza fascista uccidendo l’ex combattente, avv. Giordano Bruni e ferendo l’altro consigliere Bruno Biagi. Sarebbero poi sempre i socialisti presenti sulla piazza a lanciare alcune bombe che farebbero strage fra i loro stessi compagni.

La verità è che le violenze si verificano da entrambi le parti, anche se dalla storiografia ufficiale verranno ricordate solo le violenze fasciste. Sfido chiunque a ricordare chi fosse Giovanni Berta. Questi, figlio di industriali e ufficiale di Marina, di sentimenti nazionalisti, a Firenze viene gettato dai rossi in Arno da un ponte. Aggrappatosi allo strutture per non cadere in acqua gli verranno tagliate le mani e sarà inseguito in acqua a colpi di rivoltella fino a quando non lo si vedrà sparire nel fiume. In seguito comparirà un manifesto comunista sul quale sarà scritto: “hanno ammazzato Berta figlio di pescicani – evviva il comunista che gli tagliò le mani.

Nel 1921 gli scioperi continuano e la grave situazione venutasi a creare con la fine della guerra sembra non avere soste. A Marzo è la volta della FIAT di essere nell’occhio del ciclone. Un piano di licenziamenti, che prevede una drastica riduzione dell’organico, scatena una sciopero generale che blocca l’azienda. E’ questo l’anno che vede la nascita di due importanti formazioni politiche. In gennaio, a Livorno viene costituito il Partito Comunista Italiano, mentre in novembre nasce ufficialmente il Partito Fascista. Il P.C.I. viene fuori da una scissione verificatasi in seno al 17° congresso del Partito Socialista che ha inizio il 15 gennaio, mentre il partito Nazionale Fascista nasce ufficialmente dal terzo congresso fascista che si tiene a Roma il 7 di novembre. Nell’anno seguente, il P.S.I. subirà un’ulteriore scissione vedendo, in occasione del 19° congresso a Roma, l’espulsione della corrente riformista e la nascita così del P.S.U. Partito Socialista Unitario che avrà in Turati e Matteotti i propri uomini di punta.

Nell’aprile del 1921 Giolitti scioglie le camere (7 aprile del 1921) e presenta le dimissioni al Re il successivo 27 giugno. Dalle elezioni che seguono allo scioglimento del governo e che si tengono il 15 maggio i socialisti ottengono centoventitré seggi, i comunisti quindici, i popolari centootto e i fascisti ben trentasei  seggi. Le violenze tra le fazioni politiche, però, non cessano. Le elezioni del maggio ’21 daranno vita, nel luglio dello stesso anno, ad un governo guidato dal socialista riformista Ivanoe Bonomi. Non si tratta però di elezioni destinate ad avere effetti di lunga durata in quanto il primo di febbraio 1922 il governo Bonomi si dimette. A Ivanoe Bonomi succederà Luigi Facta che sarà a capo di un nuovo governo che viene sostenuto anche dai fascisti.

Il 1922 è il grande anno per i fascisti. Il movimento, trasformatosi in partito, sembra non aver perso l’originario vigore ed avere alle spalle una grande anima popolare, capace di grandi dimostrazioni di forza. Dal marzo al maggio si tengono grandiose adunate fasciste a Milano, Rovigo, Bologna e Ferrara. All’adunata di Milano del 26 marzo intervengono ventimila camice nere delle Squadre d’azione fasciste.

La violenza tra le parti è oramai incontrollabile e se il governo Bonomi è durato da luglio a febbraio il governo creato da Facta supera il record cadendo dopo appena quattro mesi (19 luglio). Il 31 di luglio ‘22 l’Alleanza del Lavoro proclama uno sciopero generale contro i fascisti che si rivela però un insuccesso.

I fascisti, come già detto prima, esprimono in quest’anno la loro massima capacità organizzativa e il 24 ottobre inizia a Napoli il Convegno del Partito Nazionale Fascista ma lo scopo del Partito va ben oltre la semplice organizzazione di un congresso. Dopo appena tre giorni, il 27 di ottobre, ha inizio quella che passerà alla storia come “La marcia su Roma “ con le colonne fasciste che muovono alla volta della capitale. Il re, se volesse, con pochi battaglioni del Regio Esercito, potrebbe fermare facilmente le male armate colonne fasciste guidati dai quadrumviri italo Balbo, Cesare De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi. D’altro canto c’è da dire che, in molti casi, i militari e i componenti delle forze dell’ordine solidarizzano con i fascisti vedendo in loro gli unici capaci di restituire ordine all’Italia. Evidentemente, anche il re decide di lasciar passare i fascisti, riconoscendo in loro gli unici capaci di bloccare le sinistre e di evitare all’Italia la fine della Russia. Il 30 di ottobre Mussolini, invitato dal re il giorno prima, si presenta a Roma, dove arriva in vagone letto, e riceve l’incarico di formare il nuovo governo. Benché i deputati fascisti siano solo 36 il nuovo Governo ottiene la fiducia con 306 voti favorevoli e 116 contrari. Il 16 novembre Mussolini tiene il famoso discorso del “bivacco“ alle camere. Dopo la Marcia su Roma, la sua prima preoccupazione è quella di normalizzare la situazione. Dopo aver concesso agli Squadristi di restare per breve tempo nella capitale, li congeda e li invita a rientrare tutti alle proprie sedi di provenienza. Di li a poco, come meglio vedremo in seguito le squadre saranno imbrigliate, e tenute a freno da una ferrea disciplina che lascerà loro pochissimo spazio di manovra se non quello loro concesso dallo Stato.

Benché il governo sia nelle mani di Benito Mussolini le violenze sembrano non avere fine ed è il 1923 l’anno in cui il Fascismo, oramai al potere, consolida le posizioni acquisite mettendo a tacere gli avversari e iniziando a creare quelle condizioni formali e sostanziali che porteranno il consenso al nuovo regime ai massimi vertici. Il 10 marzo il nuovo Governo istituisce la giornata lavorativa di sole otto ore e il 21 aprile viene celebrata per la prima volta il Natale di Roma. La nuova festa nazionale del 21 aprile vede la contestuale abolizione della festa del primo maggio. E’ questo uno dei tanti colpi che, man mano, vengono assestati alle sinistre. Nello stesso tempo il Governo fascista fa di tutto per aumentare il proprio prestigio in Italia e soprattutto all’estero. Il 27 aprile viene approvata una sostanziale riforma della scuola italiana. Si tratta della riforma strutturata dal filosofo Giovanni Gentile che, in quel governo, copre la carica di Ministro della Pubblica Istruzione. In luglio passa la legge Acerbo (27 luglio) che prevede un sistema elettorale maggioritario e, soprattutto, un cospicuo premio di maggioranza alla lista che ottiene il maggior numero di numero di voti. In campo internazionale, invece, il nuovo Governo applica un atteggiamento inteso a far capire alle nazioni estere che l’Italia non è disposta a sopportare alcun tipo di sopruso. Il 27 agosto 1923 a Giannina viene massacrata una missione cartografica  italiana che ha il compito di delineare i confini tra l’Albania e la Grecia.

A fronte dell’eccidio della missione militare italiana, della quale fanno parte il generale Tellini, il magg. Medico Corti, il ten. Bonaccina, l’autista Farnetti e l’interprete Craveri, il 29 agosto Mussolini trasmette un ultimatum alla Grecia con una richiesta di risarcimento morale e materiale per l’assassinio dei cinque italiani. Il 31 agosto truppe italiane occuperanno l’isola Greca di Corfù che verrà sgomberata dalle stesse truppe solo il 29 settembre quando tutte le richieste italiane saranno soddisfatte. Basterà quest’ultimo gesto a far capire al mondo intero che la politica italiana è cambiata. I tempi della debolezza e dell’indecisione politica sono oramai lontani e pertanto, con il nuovo governo, fare qualche affronto all’Italia, come qualcuno ha fatto in passato, potrebbe costare caro.

Alle elezioni dell’aprile 1924 i fascisti presentano quello che passerà alla storia come il “listone”. La compagine proposta ha la particolarità di comprendere anche uomini che poco o nulla hanno a che fare con il Fascismo. In realtà, Mussolini vuole riunire intorno a se gli elementi più rappresentativi della politica italiana per essere sicuro di vincere e soprattutto per testare quale gradimento abbia, da parte del paese, la sua politica. Aderiscono al “Listone” personaggi del calibro di Salandra e di Orlando.

La politica varata dal nuovo governo non può non impressionare favorevolmente gli italiani che alle elezioni dell’aprile aprile 1924 vanno a votare in massa (va a votare il 64 per cento degli elettori) e premiano il partito di Governo. È un successone per il Fascismo che raccoglie il 66 per cento dei voti validi, ovvero ben 4.884.539 voti su di un totale di 7.628.859 voti effettivi ottenendo 355 seggi contro i 170 dell’opposizione. Si tratta di un risultato eccezionale se si confronta con gli appena 36 seggi ottenuti solo tre anni prima. Il brillante  risultato è ottenuto anche in virtù del fatto che i fascisti si sono impegnati duramente nella campagna elettorale per fruire dei vantaggi previsti dalla legge  “Acerbo”. I nuovi deputati si insediano il 24 maggio e, già dall’inizio del nuovo mandato, la maggioranza deve contrastare un’opposizione che, avendo mal digerito una sconfitta umiliante, fa delle denuncia di presunti brogli elettorali il proprio cavallo di battaglia. Il 30 maggio il deputato socialista Giacomo Matteotti pronuncia un discorso infuocato, nel corso del quale, tra le vivaci proteste dei deputati avversari, ancora una volta lamenta il fatto che “la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti, non li ha ottenuto di fatto liberamente”. Insomma, il deputato socialista, non accettando la plebiscitaria vittoria antagonista, afferma che i risultati sono stati falsati dalle violenze squadriste. In realtà le elezioni si sono svolte in un clima violento ma lo è stato per entrambi le parti e le violenze i fascisti le hanno fatte ma le hanno anche subite. Infatti, nel periodo della campagna elettorale hanno avuto 18 morti e 147 feriti.

Matteotti, dopo pochi giorni, pagherà duramente le accuse lanciate alla Camera. Nel pomeriggio di Sabato 10 giugno, mentre sta uscendo dalla sua abitazione sul lungotevere, viene caricato da una squadra fascista a bordo di un’autovettura. La squadra che si occupa del prelievo è composta da Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo, Augusto Malacria e Giuseppe Viola. Il deputato socialista di lì a poco viene assassinato ed i cinque squadristi che lo hanno prelevato, in preda al panico, incominciano a girare nelle campagne intorno Roma per tentare di disfarsi del cadavere. Lo occulteranno sotterrandolo, dopo aver scavato una fossa poco profonda con il cric dell’auto e con i cavacopertoni, in un bosco a circa 25 km da Roma.

Sarà la moglie Velia a dare l’allarme per la scomparsa del deputato che viene resa pubblica solo il giorno 12. Per Mussolini, continuamente bersagliato dall’opposizione e torturato da una stampa non ancora irregimentata, sarà questa una prova durissima. Gli esecutori vengono identificati quasi subito grazie al portiere di un palazzo il quale ha preso la targa dell’autovettura sulla quale è stato caricato a forza il deputato. Si tratta di una Lancia Lambda nera intestata a Filippo Filippelli, direttore del “Corriere Italiano” che, interrogato, dichiarerà di aver prestato la macchina a Dumini. Purtroppo, neanche gli esecutori dell’omicidio sono in grado di indicare con precisione la località di sepoltura del cadavere in quanto, dopo aver ucciso, hanno completamente perso la testa. Il corpo sarà ritrovato, per caso, il 16 agosto. E’ sepolto nel bosco della Quartarella che si trova a nord di Roma, tra la Flaminia e la Cassia.

Con il rinvenimento del cadavere l’indignazione popolare, cavalcata dai giornali e dall’opposizione, riprende corpo e vigore, tanto da far sembrare addirittura che Mussolini ed il suo governo siano sul punto di cadere. Sono in molti i fascisti a strappare la tessera e a togliersi la “cimice” dall’occhiello e quei fascisti che assumono tale atteggiamento verranno poi indicati con disprezzo come “quartarellisti”, venendo a loro volta ripudiati dal partito.

Il capo del governo, malgrado la tempesta sia delle più tremende, riuscirà invece a cavalcare l’onda e a restare e a galla. Si assume l’intera responsabilità di quanto è accaduto davanti l’intera Camera: “Dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo, io solo la responsabilità politica, morale , storica, di tutto quanto e avvenuto» e ancora: « se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo , fuori il palo e la corda. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello  e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa. Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”. Il fascismo non cade ed è invece proprio il delitto Matteotti a segnare il passaggio di confine dal fascismo-governo al fascismo-regime.

Per protestare contro il delitto Matteotti 135 deputati dell’opposizione[1], capeggiati da Giovanni Amendola, danno vita a quella che passerà alla storia come la “secessione dell’Aventino”[2], uscendo dal parlamento ed estraniandosi dai lavori parlamentari. Il loro scopo è quello di trascinarsi dietro i liberali che appoggiano il fascismo e fare in modo che il Re si liberi di Mussolini e del fascismo. Sarà questo il più grave errore dell’opposizione in quanto gli aventiniani, esautorati dalla loro carica, daranno via libera al regime fascista che sfrutterà il loro arbitrario allontanamento per dare il colpo di grazia a ciò che resta del precedente sistema.

Passano pochi mesi e la vita pubblica italiana viene turbata da un nuovo delitto con matrice politica. Il 12 settembre a Roma, in viale Medaglie D’Oro, viene sparato alle spalle ed ucciso il deputato fascista Armando Casalini. L’omicidio, il cui esecutore e un certo Giovanni Corsi (il nome dell’assassino è rilevato dal volume di G. Cerosa,  Mussolini – La prima biografia fotografica del capo del fascismo, cfr. pag. 94), avviene a bordo di un tram mentre il deputato sta accompagnando a casa una delle sue bambine in tenera età . Il Casalini, originario di Forlì, è un ex combattente ed un ex operaio. Da autodidatta si è dato prima al sindacalismo e al giornalismo e poi alla politica. Da sindacalista, seguace di Rossoni il grande trascinatore del sindacalismo fascista, ha speso tutta la sua vita nel tentativo di migliorare le condizioni della classe operaia. Da giornalista e da esponente repubblicano, è stato redattore responsabile del Pensiero Romagnolo, dal giugno all'ottobre 1915. In seguito, da esponente fascista, ha assunto la condirezione del mensile sindacalista “La Stirpe”, incorporando tale attività editoriale nella Confederazione Nazionale Sindacati Fascisti. Al momento del feroce assassinio egli è quasi cieco ed è assolutamente povero. La reazione dei fascisti vorrebbe essere furiosa dando vita ad innumerevoli rappresaglie. E’ solo la decisa fermezza di Mussolini a tenere al palo i suoi e ad evitare lo spargersi di altro sangue italiano.

Gli omicidi di Matteotti e di Casalini sono due delitti politici avvenuti, a poca distanza l’uno dall’altro, nel 1924, un anno in cui il panorama italiano è ancora estremamente torbido di passioni politiche, fino ad essere pericoloso per l’incolumità fisica di coloro i quali prendono parte attiva alla vita pubblica. La differenza sostanziale tra le due morti sta nel fatto che mentre la morte di Matteotti lo fa assurgere prepotentemente a simbolo dei martiri della barbarie fascista, il povero Casalini, perché morto dalla parte sbagliata, è destinato a divenire un morto anonimo e completamente sconosciuto. Mentre a Matteotti saranno riconosciuti onori e celebrazioni, in quanto vittima del mostro fascista, all’altro non verrà risparmiato l’oblio, in quanto fastidioso e pericoloso per quel tipo di storia e per quegli storici per i quali finanche i morti non sono tutti uguali. Ho voluto concludere citando Matteotti e Casalini in quanto i due personaggi sono la dimostrazione palese di come, in quegli anni, le violenze avvengano da entrambi le parti dello schieramento politico e non siano invece prerogativa dei soli fascisti. Purtroppo, gran parte degli storici hanno volutamente dimenticato una parte della storia, presentando così un quadro non sempre fedele degli avvenimenti.

DANIELE LEMBO

 

BIBLIOGRAFIA

Amendola Eva Paola, La nascita del fascismo, 1919, 1925, Editori Riuniti, 1998, Roma;

Indro Montanelli, Mario Cervi, L’Italia del novecento, Rizzoli, Milano, 1998;

PietroCaporilli, Trent’anni di vita Italiana, vol I°, Michele Nastasi Editore in Roma

Guido Cerosa, Mussolini – La prima biografia fotografica del capo del fascismo, Alberto Peruzzo Editore, 1986;

Denis Mack Smith, L’Italia del 20° Secolo vol 2°, Rizzoli, 1977.