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LE POESIE DI DANIELE

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LE RIVISTE DI DANIELE

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IL BOMBARDAMENTO DI GORLA – di Daniele Lembo
“Quel giorno avevamo fatto una pagina di D maiuscole”



L’uso dell’aviazione in campo militare nasce soprattutto come finalizzato all’osservazione aerea. Si tratta, quindi, all’inizio, di un mezzo per sorvegliare e scrutare i movimenti del nemico al fine di prevederne le mosse e pararne i colpi. Solo in seguito si intuirà che se il nemico lo si osserva dall’alto, da tale posizione privilegiata lo si può anche colpire e nascerà così il bombardamento aereo che, in principio, sarà fatto con mezzi rudimentali i quali andranno, però, man mano evolvendosi nel corso del primo conflitto mondiale.
Tra le due guerre mondiali, sarà l’italiano Giulio Douhet a teorizzare l’uso di masse di bombardieri per fiaccare prima l’avversario, colpendone le città, le industrie, i porti e le vie di comunicazione e per distruggerlo, poi, costringendolo alla resa.
Douhet teorizza che l’arma principale è quella aerea, mentre tutte le altre divengono a questa sussidiarie. La sua guerra prevede l’impiego massicce formazioni di bombardieri da impiegarsi contro le retrovie, prima che al fronte, in modo tale da annichilire la possibilità offensiva dell’avversario privandolo della sua struttura logistica. Quindi, secondo lo studioso italiano di strategia aerea, è necessario conquistare “il dominio dell’aria “ per colpire l’avversario mortalmente nelle sue risorse logistiche e civili, prima che nelle sue forze militari, conseguendo così una vittoria totale. Sarà il Douhet stesso a scrivere: ”l’avvenire non può smentirmi: che la guerra nell’aria costituirà l’essenziale dei futuri conflitti e che, di conseguenza, non soltanto l’importanza delle armate aeree andrà rapidissimamente crescendo, ma, corrispondentemente andrà rapidissimamente decrescendo l’importanza degli eserciti e delle marine…(…)…Gli eserciti e le marine costituivano la protezione materiale e morale delle nazioni in lotta. L’arma dello spazio cambia completamente le condizioni di fatto. Essa offre la possibilità nuova di attaccare direttamente le resistenze materiali e morali dell’avversario, di attaccarle laddove si presentano più deboli e più vulnerabili.”

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IL MUSEO DELLO SBARCO DI ANZIO



I musei, come è noto sono il luogo della memoria e costituiscono una enorme ricchezza per gli appartenenti all’intero genere umano che, anche grazie a queste istituzioni, possono raccordarsi alla vicende passate del proprio gruppo sociale, insomma alla propria Storia. Un museo può nascere grazie all’intervento dello Stato, oppure a seguito dell’impegno di un privato che ne fa un vera e propria impresa economia o, infine, può essere esclusivamente frutto della passione di un privato o di un gruppo di privati che solo per amore della Storia decidono di fondarne uno.
Ad Anzio, sulla costa laziale, esiste una di queste Gallerie della memoria che è nata, per l’appunto dal disinteressato impegno di un gruppo di appassionati che il 22 gennaio 1994, in occasione del 50° anniversario dello sbarco di Anzio, hanno inteso, inaugurando tale importante struttura, creare una permanente fonte testimoniale di cosa fu quell’evento storico che ha lasciato una traccia ben impressa nella memoria comune locale. Il Museo in argomento, nato sotto il patrocinio del Comune di Anzio è sorto grazie all’impegno dei soci del Centro di Ricerca e Documentazione dello Sbarco e della Battaglia di Anzio ed è ospitato all’interno dei locali di quella favolosa villa del seicento che prende il nome di “villa Adele”. La villa si trova in fondo a via degli Elci, una strada prospiciente la Stazione Ferroviaria e, pertanto, il museo è facilmente raggiungibile da Roma anche a mezzo delle FF.SS..
All’interno, in eleganti bacheche sono esposte uniformi, armi, distintivi, equipaggiamenti e veicoli dei vari eserciti che combatterono su quel fronte.

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RENATO GUATTO


Renato Guatto è uno dei tanti giovani e giovanissimi accorsi alle armi dopo l’8 settembre 1943, per libera scelta e libera convinzione.
Scelta che a suo tempo, anche se non condivisa, andava rispettata. Si è verificato il contrario con conseguenze che hanno inciso in maniera determinante nel costume e nei rapporti tra italiani.
Questo diario narra le vicende vissute da un semplice soldato, leale e coraggioso, volontario nel Reggimento Alpini “Tagliamento” (RSI), in un momento particolarmente difficile e tormentato per l’Italia.
È un diario semplice e chiaro, dove le cose vengono chiamate col loro nome, senza circoli viziosi o leziosi.
È l’atteggiamento e il comportamento sicuro e sincero di un giovane protagonista di tempi duri e lontani che ancor oggi può essere motivo di meditazione.


Autore: Renato Guatto
Formato: cm 16×21
Pagine: 90
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-154-9
€ 15 + spese spedizione

 

LA GIOVENTU’ ITALIANA DEL LITTORIO


 

Quando si tratta del Ventennio fascista, volendone magnificarne i meriti, inevitabilmente si passa a citare la grandiosità delle opere di carattere realizzate in quegli anni. Si elencano così le bonifiche, la costruzione di città, borghi, opere idrauliche, strade ecc. Chi ha maggior conoscenza del periodo, invece, oltre ad enumerare le opere a carattere edile, passa a trattare del varo e dell’applicazione della vasta legislazione a sfondo sociale che ridisegnò completamente la struttura dello Stato italiano. A mio avviso l’opera più grande nella quale si cimentò il Regime fascista non rientra però tra quelle citate. In quegli anni si tentò un esperimento di enorme portata con il quale si tentò di creare un nuovo tipo di italiano. Il Fascismo varò un vero e proprio piano di educazione nazionale teso fortificare lo spirito degli italiani e a creare così il cittadino soldato.
Per realizzare tale finalità, il Partito Nazionale Fascista creò un organizzazione, la Gioventù Italiana del Littorio, che seguisse gli italiani fin dalla culla. Compito della G.I.L. era quello di attendere alla formazione spirituale, fisica e militare dei giovani, seguendo l’assioma secondo il quale “le funzioni del cittadino e del soldato sono inscindibili nello stato fascista….(…)…..l’addestramento militare è parte integrante dell’educazione nazionale”  .     
La G.I.L. aveva come interesse la “cultura fisica e l’addestramento militare” e, secondo il decreto che la istituiva, si occupava della preparazione spirituale, sportiva e premilitare, dell’insegnamento delle scuole fisica nelle scuole elementari e medie, dell’istituzione e funzionamento di corsi, scuole collegi, accademie, aventi attinenza con le proprie finalità, dell’assistenza, svolta essenzialmente attraverso i campi, le colonie climatiche, il patronato scolastico ecc. e dell’organizzazione di viaggi e crociere. Al fine di perseguire i propri scopi educativi e formativi, la G.I.L. andò ad inquadrare tutta la gioventù italiana, a seconda delle varie fasce d’età, in varie organizzazioni:
-    fino agli otto anni i bambini facevano parte dei Figli della lupa;
-    dagli otto ai tredici anni si diventava Balilla;
-    dai tredici ai diciassette anni si era Avanguardisti;
-    dai diciassette ai ventuno anni, infine, si era Giovani fascisti.

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PORZÛS
Due volti della Resistenza


Il 7 febbraio 1945 due formazioni di GAP garibaldini del Friuli, dipendenti da uno stesso Comando, quasi nelle stesse ore furono protagoniste di due ben diverse azioni di guerra: mentre a Udine 21 gappisti attaccavano audacemente le locali carceri e ne sgominavano, senza subire perdite, il munito presidio liberando così tutti i prigionieri politici ivi rinchiusi, a poco più di 20 chilometri a nord e precisamente nelle malghe di Porzûs tra Faedis e Attimis, un distaccamento gappista di 100 uomini catturava un intero Comando delle Divisioni Osoppo (formazioni partigiane facenti capo alla Democrazia Cristiana e al Partito d'Azione) e lo passava per le armi sotto l'accusa di attesismo e intesa col nemico. Diciassette gli osovani uccisi “da mano fraterna nemica”: due gli scampati. Viene qui ricostruita la storia di questo episodio, fra i più amari della Guerra di Liberazione ma assai illuminante per capire quali furono gli aspetti più contraddittori e drammatici della nostra Resistenza.

Autore: Marco Cesselli
Formato: libro cm 16 x 22
Pagine: 174
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-153-2
€ 20,00 + spedizioni

 

S P E C I A L E

UN LIBRO DA NON PERDERE PER CHI AMA LA STORIA ITALIANA
Il nuovo lavoro di Daniele Lembo 
COMMANDOS ITALIANI - I PARACADUTISTI  SABOTATORI ITALIANI NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE

 



Edito dalla Delta Editrice per la serie WAR SET in edicola a marzo ed aprile.
Novantasei pagine ricche di foto a soli 9 euro.
Il volume lo sipuo' ordinare anche presso la Delta
0521 287883
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UNA DELLE “MIGLIORI” BUGIE DEL XX SECOLO
“Dicembre 1941: il Giappone ha attaccato gli USA proditoriamente a Pearl Harbor!”

di Giovanni MARIZZA


Se intervistiamo mille persone a caso e chiediamo loro un esempio di attacco a sorpresa e di colpo basso proditorio, non meno di novecentonovantanove risponderanno “Pearl Harbor”. Ed è comprensibile, visto che la storia la scrivono i vincitori e questi hanno tutto l’interesse a far digerire all’opinione pubblica una certa versione dei fatti. Ma è difficile tenere nascosta la verità in eterno, anche perché gli archivi, prima o poi, vengono aperti e i documenti vengono declassificati.
Prima del 7 dicembre 1941 la storia non era stata avara di esempi di attacchi a sorpresa alle flotte rifugiate nei porti, basti pensare al 1904, quando i Giapponesi attaccarono di sorpresa la marina russa e la distrussero. Anche la marina italiana ne sa qualcosa, dopo l’attacco britannico dell’11 novembre 1940 a Taranto, quando gran parte della flotta italiana venne colta di sorpresa e distrutta.
Nemmeno il porto di Pearl Harbor era estraneo a vicende di attacchi a sorpresa. Infatti nelle grandi manovre congiunte del 1932 fra esercito, aviazione e marina degli Stati Uniti l’ammiraglio Yarnell lanciò un attacco di 152 velivoli dalle portaerei e colse di sorpresa i difensori di Pearl Harbor. Sei anni più tardi, nel 1938, fu l’ammiraglio King, nel corso di analoghe manovre, a lanciare un riuscito attacco di sorpresa contro la baia, con aerei partiti dalla portaerei “Saratoga”.
I documenti oggi disponibili (benché taluni vengano ancora tenuti segreti) fanno luce su numerose verità, che vanno esattamente in senso opposto alle convinzioni della gente. Tanto per cominciare, Franklin Delano Roosevelt fin dal mese di marzo del 1941 vendette munizioni ai belligeranti in Europa e le fece trasportare mediante appositi convogli, entrambi atti di guerra e violazioni della legge internazionale.

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LA VILLA MUSSOLINI A RICCIONE
di Giuseppe Salvagna



Tra le abituali residenze mussoliniane, probabilmente, la più amata dalla famiglia Mussolini fu la villa Margherita di Riccione, così come si chiamava prima del suo acquisto da parte di Donna Rachele.
Nei primi anni di convivenza, Rachele Guidi e Benito Mussolini dimorarono a Forlì. Successivamente, nel 1913, si spostarono a Milano, in via foro Bonaparte, dove il futuro Duce venne chiamato a dirigere il quotidiano Socialista l'Avanti. Dopo la “marcia su Roma”, il 28 ottobre 1922, e la conseguente nomina a Primo Ministro del Regno, Mussolini si stabilì a Roma. Nella capitale abitò, in un primo tempo, da solo in un modesto appartamento al numero 155 di via Rasella (Palazzo Tittoni), mentre la famiglia rimase a Milano nella nuova casa di via Mario Pagano. Successivamente, nel 1929, si spostò con la moglie Rachele ed i figli Edda, Vittorio, Bruno, Romano e la neonata Anna Maria in una dipendenza (il villino medioevale) della Villa Torlonia, sulla via Nomentana. La villa era stata ceduta dal Principe Giovanni ai Mussolini per un affitto simbolico di 1 lira al mese. Vi avrebbero abitato sino al fatidico 25 luglio 1943.
Quando gli impegni di Governo lo consentivano la famiglia si ritirava volentieri in Romagna e, più precisamente, a Meldola di Forlì nella villa Carpena acquistata nel 1922, appena prima della “marcia su Roma”,per 12.000 lire.

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UN SOLDATO DA RICORDARE TRA GRANDE GUERRA, SPAGNA, RUSSIA E ALPINI DELLA R.S.I. MACHE – ERMACORA ZULIANI

Ermacora Zuliani (1897-1958) "Mache" per i soldati e per gli amici, ha percorso un periodo intenso della storia d'Italia, dalla Grande Guerra all'epilogo della seconda guerra mondiale, in coerenza di pensiero e in onestà di azione. La sua fedeltà alle sue convinzioni è dote che va sempre rispettata, specialmente se si esprime in momenti e situazioni difficili in cui valori e comportamenti tendono al contrasto. Nella fase storica di un Friuli divenuto improvvisamente, per il volgere avverso degli eventi della seconda guerra mondiale, bastione e baluardo d'italianità, a tutela di tradizioni e valori radicati nel comune sentire, la sua figura assume rilevanza non secondaria per la volontà subito espressa e tenacemente perseguita di tentare per lo meno di limitare i danni di una situazione, sotto il profilo militare e politico, pesantemente compromessa. La figura di Zuliani meritava e merita di essere conosciuta e ricordata: è questo il fine che il presente lavoro persegue.

Autore: ALDO MANSUTTI
Formato: libro cm 15X21
Pagine: 206
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-150-1
€ 20,00 + spedizioni

 

QUEI 350.000 FUGGITI DAL PARADISO COMUNISTA E ARRIVATI A BOLOGNA



Furono 350.000 gli italiani che, finiti nei territori ceduti alla Jugoslavia dopo il secondo mondiale, pur di non vivere in una terra ormai straniera e sotto il giogo comunista, si decisero a lasciare quelle terre per scegliere l’Italia.
Da quelle lande infelici erano giunti disperati messaggi di aiuto, ma nulla poteva la Patria, sortita da poco da una guerra persa, per lenire l'avvilimento di quel dolore.
Fu così che centinaia di migliaia di Italiani, radunate le loro poche cose, si decisero a salire su quei treni che li avrebbero portati a “casa”.
Purtroppo, peggio dei titini avrebbe fatto l'Italia che a questi italiani nobilissimi, ai loro figli e ai loro nipoti non chiederà mai scusa abbastanza  per come furono trattati, una volta giunti in quella che reputavano la loro Patria.  
Arrivati sulla Penisola, furono considerati con un nuovo problema da risolvere in una terra dove già c'era da affrontare un difficile dopoguerra. La Patria, questa cosa che dovrebbe essere bella e profumata come fu nostra madre, invece di aprire loro le braccia a di accoglierli in seno, li considerò come un nuovo fastidio. 
Il peggio fu raggiunto a Bologna, allora terra rossa, dove i ferrovieri inscenarono una potesta, fermando i treni di quei  “fascisti” che avevano osato fuggire  dal “paradiso comunista”.

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Così eravamo
1944 – 1945 fatti e misfatti


Il presente lavoro, nelle prime tre parti, registra, anche in forma stringata, dati e fatti che fanno parte della nostra storia, senza intenti polemici, del tutto inutili rispetto al fine che il lavoro stesso persegue.
Il fine è semplice: cercare di capire un periodo non più tanto vicino, ma nemmeno tanto lontano del nostro passato.
Nel merito, il titolo affidato al libro è sufficientemente eloquente.
La quarta parte registra ancora fatti e dati di quel periodo che non può e non deve essere aprioristicamente denigrato o cancellato, bensì assunto criticamente a conoscenza.
L'ultima parte, infine, è un susseguirsi e un concatenarsi di analisi, considerazioni, valutazioni emergenti dall'esame dei dati prodotti, dei fatti narrati e delle esperienze vissute, nel tentativo e nella speranza che il lettore possa essere coinvolto a valutare gli argomenti trattati, secondo sua libera interpretazione.

Autore: Aldo Mansutti
Formato: cm 16×22
Pagine: 126
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-142-6

ALDO MANSUTTI: nato a Majano l'11.6.1925 - Pensionato.
Pubblicazioni, associato a G.G. Corbanese:
•    Il Friuli, Trieste e l'Istria tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento. Del Bianco Editore, Udine, 1999.
•    Il Friuli, Trieste e l'Istria nel conflitto 1915-1918. Del Bianco Editore, Udine, 2003.
•    Zona di operazioni del Litorale Adriatico: i protagonisti. Aviani & Aviani editori, Udine, 2009.
•    Ancora sulle foibe. Aviani & Aviani editori, Udine, 2010.
Ha inoltre pubblicato:
•    Sui monti del Friuli. Ed. CO. EL., Udine, 2002.
•    Reggimento Alpini "Tagliamento". Profilo Storico. Aviani & Aviani editori, Udine, 2009.
•    Memorie Sparse. Dal Fascismo e Guerra Civile alla Democrazia. Aviani & Aviani editori, Udine, 2010.
•    1943-1945. Reggimento Alpini "Tagliamento". Aviani & Aviani editori, Udine, 2010.
•    Un soldato da ricordare. Aviani & Aviani editori, Udine, 2012.

 

Quelli del primo
Il 1° Stormo nelle immagini, dalle sue origini al 1940



Il 7 maggio 1923 veniva costituito il 1° Stormo Aeroplani Caccia della Regia Aeronautica che negli anni a venire sarebbe divenuto uno dei Reparti più ambiti dai piloti. Con questo libro fotografico che riporta immagini, in gran parte inedite e tratte da fotografie scattate da piloti e specialisti del 1° Stormo, viene ripercorsa la storia del Reparto che nel 1931, con una importante parte dei suoi effettivi, contribuì a costituire il 4° Stormo di Gorizia.


Autore: Roberto Bassi, Fulvio Chianese, Carlo d’Agostino
Formato: cm 22x28
Pagine: 144
Volume brossurato
ISBN: 9788877721563
€ 25 + spedizioni

 

IL RADAR ITALIANO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Il 26 marzo 1941 la squadra navale italiana, composta dalla corazzata Vittorio Veneto, da 5 incrociatori pesanti e 13 cacciatorpediniere, al comando dell’Ammiraglio Iachino, esce in mare. Non sarà una sortita facile e senza conseguenze. Infatti, nella mattinata del 28 marzo, le unità della Regia Marina vengono a contatto con la flotta inglese a sud dell’isola di Gaudo. Sarà un triste incontro perché, nello scontro che ne segue, gli italiani avranno una dura batosta. I ripetuti attacchi di aerosiluranti, lanciati dalla portaerei inglese, colpiscono la "Vittorio Veneto" e, al largo di Capo Matapan, viene colpito l’incrociatore "Pola" che resta immobilizzato in seguito al colpo ricevuto. In soccorso del Pola sono inviati altri due incrociatori pesanti e quattro caccia, che raggiungono la nave in avaria in nottata. La squadra di soccorso sarà maciullata dalle navi inglesi e dalla mattanza di Capo Matapan si salverà solo due cacciatorpediniere. Per anni è stato raccontato che a rendere possibile la vittoria inglese è la disponibilità del radar, apparecchio grazie al quale le navi britanniche effettueranno un tiro libero, in notturna, contro navi incapaci di reagire. La storia della mancanza del radar da parte italiana, nella seconda guerra mondiale, è divenuta nel tempo, grazie ad una storiografia non sempre puntuale e precisa, uno dei punti cardine di chi vuole giustificare, o solo trovare una spiegazione, alle sconfitte italiane in quella guerra. Purtroppo, per chi sostiene tale tesi, è da dire invece che in Italia, al momento dell’entrata in guerra, gli studi e le esperienze sul radar sono in fase molto avanzata, in quanto già da anni si sta lavorando nel settore.

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PER NON DIMENTICARE L'ISTRIA E LA DALMAZIA


 

Il 10 febbraio 1947, l’Italia firmò a Parigi il trattato di pace. Più che la pace definiva la capitolazione di quella che era stata una grande nazione, poiché  venivano imposte, con quel Diktat,  pesanti clausole politiche e territoriali.
Si sanciva, tra l'altro, la fine dell’impero coloniale italiano. L’Eritrea fu annessa all’Etiopia, mentre la Libia e la Somalia passarono sotto occupazione inglese.
Ma la vera sciagura  nazionale riguardò la Venezia Giulia che vide le province di Pola, Fiume, Zara, e parte del territorio di quelle di Trieste e Gorizia, cedute alla Jugoslavia.
La tragedia delle province nord orientali era iniziata già qualche anno prima. Appena dopo l'8 settembre 1943 i partigiani comunisti titini avviarono  a infoibare  gli italiani. “Infoibare”, un neologismo che ha pochi decenni di vita e il cui significato,  solo ultimamente, è divenuto pittosto  noto.   
I comunisti di Tito prelevavano dalle loro case coloro i quali dimostravano sentimenti di italianità. Dopodiche, gli italiani, legati a due a due col filo di ferro, venivano condotti sul ciglio delle Foibe, voragini carsiche senza fondo. Un colpo di pistola ad uno dei due, sarebbe bastato perchè il secondo di quegli sventurati, trascinato dal peso del primo, seguisse l'altro nel baratro di quel pozzo naturale.
Con la nascita della Repubblica Sociale vi fu un momento di stasi agli eccidi che ripresero però e con ritmi accellerati dopo la fine del conflitto. In quelle buche del carso vi finirono impiegati statali, militari, appartenenti alle forze di polizia,  ma in sostanza bastava essere italiani per terminare i propri giorni in fondo a un pozzo.

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LA MIA “JULIA”
Diario autobiografico


Le memorie di Elio Borgobello, trascritte nel massimo impegno per non alterare la schietta semplicità dell’esposizione e la profonda umanità dei contenuti delle memorie stesse,
Elio Borgobello, un alpino qualunque, classe 1921, nel 1941, ventenne, è in Grecia, dove le operazioni militari sono terminate. Lui è lì, nel culto e nel rispetto per i tanti morti della “Julia”, per apprendere a essere e a fare l’alpino, cosa non facile.
A ventuno anni è in Russia, dove vive tutta la tragedia delle nostre armi. A ventidue anni, dopo l’8 settembre 1943, torna finalmente a casa. Al giovane figlio, rattristato per la fine toccata all’Italia nel secondo conflitto mondiale, il padre osserva che “non si possono vincere tutte le guerre”

Autore: Elio Borgobello
Formato: cm 16×22
Pagine: 106
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-158-7

Prezzo: €. 15,00

 

Avanti il Valchiese
Da Belogorje a Nikolajewka

Questo libro - si afferma nelle premesse - vuole portare alcune «tessere» al grande mosaico della drammatica ritirata della «Tridentina» sul fronte russo.
L’Autore racconta la sua esperienza con la scarna prosa di una «relazione di servizio», dalla quale emerge la realtà della vita di trincea, tanto diversa dal «bel gesto», dall’«assalto bruciante», che tutti oleograficamente immaginano.
Il fango, la neve, i pidocchi, il freddo atroce, il sonno, la stanchezza fino al crollo di ogni energia; e ancora: la mancanza di materiali, di collegamenti, l’armamento e l’equipaggiamento insufficienti e superati emergono, via via, dal suo racconto.
Poi, con la ritirata, la descrizione diventa avvincente e convulsa e culmina nelle giornate di Arnautowo e di Nikolajewka.
Ma dal libro scaturisce anche un’altra particolare circostanza: il travaglio spirituale di una generazione nata ed educata sotto il segno del littorio, che si trova di fronte ad una realtà ben diversa da quella conosciuta attraverso la martellante propaganda del regime.
Contribuiscono ad incrinare le residue illusioni, i colloqui con un eroico Ufficiale, il cui ascetico ritratto giganteggia in molte pagine. Come spiccano tante altre figure: il Capitano, campione di sci, che vuole addestrare seriamente i suoi allievi; il Colonnello che ha fatto tutte le guerre e «non si fida» della sussistenza e «si organizza»; il «biondo Tenente», che la guerra vuole farla scientificamente; e l’altro Tenente, che, dopo Nikolajewka, si attarda - col rischio di essere catturato dai russi - per portare in salvo il suo ex-sergente e un gruppo di feriti e di congelati.
E quelle di tanti: Ufficiali e Alpini, che pur avendo perso molte delle speranze «nell’immancabile vittoria», ma non il senso del dovere, combattono e muoiono - come i trecento di Leonida - per obbedire alle leggi della Patria.


Autore: Luigi Grossi
Formato: cm 17×24
Pagine: 240
Volume brossurato
ISBN: 9788877721556
€ 22 + spedizioni

 
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