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LE POESIE DI DANIELE

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VOLONTARI DI FRANCIA
Da Bordeaux alla Venezia Giulia nella Xa Mas per l’onore d’Italia 1943-1945
Autore: Pompei Bruna Delbello Piero

Dopo l'8 settembre, a Parigi, come nel resto della Francia, tutte le rappresentanze ufficiali italiane sparirono: sedi diplomatiche, istituti di commercio o di cultura, scuole, Case del Fascio... tutto venne abbandonato. Alcuni giovani italiani, figli di immigrati, spontaneamente, e per molto tempo, montarono di guardia, giorno e notte, a tutte queste sedi, luoghi italiani all'estero, simbolo di un'Italia abbandonata. Questi ragazzi italiani di Francia, talvolta figli di famiglie dissidenti dal regime, emigrate per motivi politici, decisero che l'8 settembre era stata una vergogna inaccettabile.Radunatisi alla Base Atlantica Italiana di Bordeaux, si arruolarono volontari nel "San Marco". Da lì la loro sorte fu in Italia: a combattere e a morire per una patria che non avevano mai conosciuto. Furono noti come "Volontari Italiani in Francia", btg "Longobardo", prima, per poco, inquadrati nel "Barbarigo" e infine nel btg "Fulmine" della Xa Mas, dove formarono la III cp. Difesero i confini orientali, le nostre terre, in 200 contro 2000 nella battaglia di Tarnova, dove caddero numerosi ma impedirono al IXo Korpus titino la presa di Gorizia. Rimasero in armi fino al 28 aprile 1945.

Formato: libro cm 21,5 x 24
Pagine: 156
Volume brossurato
ISBN: 978-88-7772-143-3
€ 20,00 + spedizioni

 

LA PRODUZIONE AERONAUTICA IN ITALIA DURANTE IL 2° CONFLITTO MONDIALE



La  Regia Aeronautica si presentò al secondo conflitto mondiale quale detentrice di innumerevoli records ed attuatrice di spettacolari raids che  la rendevano di fronte alla pubblica opinione nazionale ed internazionale, sicuramente l’arma principe e prediletta del regime.
L’arma azzurra era allora agli occhi del popolo italiano, il più grosso connubio di tecnologia ed arditezza allora pensabile.
I fatti che seguirono l’entrata in guerra delle ali littorie smentirono poi, almeno in parte, ciò che si credeva della R.A., almeno per quanto riguardava le grosse capacità tecnologiche dell’industria Italiana.
Difatti l’aviazione littoria, benché avesse fornito delle ottime prove precedenti, quale quella di Spagna ove, a differenza che nel corno d’Africa,  trovò nei Repubblicani un nemico agguerrito, addestrato e dotato di ottime macchine, nel secondo conflitto mondiale sicuramente fu tra le aeronautiche delle potenze dell’asse la più debole e la più povera.
L’industria italiana non riuscì  ad effettuare, in tempi ragionevoli per una situazione di guerra,  la necessaria trasformazione dell’Arma azzurra da aeronautica sportiva e di parata in un'arma che avesse una reale efficacia bellica.
All’entrata in Guerra la R.A. disponeva, secondo alcune fonti, di circa 3296 aeroplani dislocati , oltre che nel territorio metropolitano nelle colonie ed in Egeo, dei quali poco più della metà poteva essere considerata di pronto impiego.

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Pelle di marinai
Un libro di Orazio Ferrara sulla Regia Marina in guerra


Pelle di marinai racconta di storie dell’eroismo silenzioso degli equipaggi e dei comandanti in mare della Regia Marina, ma anche pagine, sicuramente non esaltanti, di certe poltrone di Supermarina, insomma di ammiragli terragni. Storie e controstorie della nostra guerra sul mare nel secondo conflitto mondiale. Guerra amara e a volte “sfortunata”, spesso più per volontà dei capi che del destino. Piaccia o non piaccia è la nostra storia, che fa parte di noi e comunque non la si può stracciare nelle pagine che non sono di nostro gradimento.
Storie minimali accanto a pagine con la Storia maiuscola. Qualcuno potrebbe chiedersi che senso ha mettere storie di oscuri marinai accanto a figure leggendarie come Carlo Fecia di Cossato. O peggio mettere quest’ultimo accanto ad ammiragli “chiacchierati”, a voler essere benevoli, come Leonardi o Maugeri. 
Certo storie minimali, ma anche cariche di straordinaria umanità come quella di quel 2° Capo meccanico del sommergibile Lafolè, la cui sorella sogna da anni di dargli  degna sepoltura e avere finalmente una tomba su cui piangere. Questa donna ha sempre accarezzato l'impossibile speranza che un bel giorno la Marina Militare italiana decida di procedere al recupero dello scafo del Lafolè e con esso dei resti mortali dei suoi marinai, tra cui il fratello tanto amato.

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La LIBERAZIONE

Ho chiesto a mio figlio che cosa rappresenti per lui il 25 aprile. “Ma è la festa della liberazione” – mi ha risposto. “Si, ma liberati da che cosa?” La risposta è stata lapidaria: “dal Nazifascismo”
Avrei voluto spiegargli che il cosiddetto “Nazifascismo” è una categoria politica mai esistita in realtà, in quanto se il Regno d’Italia era alleato con lo Stato tedesco, non è detto che i due Governi dovessero avere, per forza, lo stesso programma politico.
Mussolini fu praticamente buttato tra le braccia di Hitler dall’arroganza degli inglesi che avversarono l’Italia in tutti i modi. L’accordo militare con i tedeschi fu ineluttabile e pochi sanno che, in vista di quel conflitto, molti segni lasciavano credere che la guerra la si potesse fare, addirittura, anche contro la Germania. Nel periodo di “non belligeranza”, infatti, continuarono ad essere portati a termine complessi lavori di fortificazione al confine italo germanico, lavori ordinati dallo stesso Duce alla fine del 1939. E’ pacifico che, fino a quel momento, il Governo italiano aveva tenuto a bada Hitler, anche mandando le truppe al Brennero. Mussolini fu poi costretto ad un’alleanza con i tedeschi che non fu un fatto naturale e inevitabile, deciso dall’unico indirizzo ideologico dei due governi ma, piuttosto, una scelta necessaria per un’Italia che, ostacolata dai franco inglesi, ambiva ad un ruolo di grande Potenza mondiale.

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DISCUSSIONI DA BAR SU un soldato MORTO A KABUL

Ci sono discussioni parlamentari, discussioni accademiche, discussioni con la propria moglie (sottile eufemismo per indicare le liti familiari) a anche discussioni da bar. Queste ultime passano per le più oziose e le più inutili ma in ciò non sono d’accordo. Le discussioni da bar, proprio perché fatte dal popolo, nella loro immediata genuinità, danno il polso preciso di che cosa pensa la gente. Stamattina, al bar per uno dei soliti caffè, il quarto o il quinto della mattinata, perchè i vizi ce li avrei proprio tutti ma di realmente coltivabile c’è solo il caffè, nel corso di una delle interminabili, indolenti discussioni tra due avventori che commentavano la morte dell’ultimo soldato italiano a Kabul, ho colto una frase che mi fatto capire che, anche questa volta, “la gente” non ha capito che cosa ci sta succedendo intorno.
Uno dei due avventori commentando la missione di pace a Kabul e chi quella missione ha voluto ed ha poi continuato a volere ha detto: “Questi(riferendosi alla classe politica n.d.a)…sono peggio del fascismo. Mussolini ci fece fare dieci anni di guerra e questi ci faranno fare la stessa cosa.”
Tra quella guerra e le guerre nelle quali la nostra Nazione si sta attualmente via via infilando c’è una fondamentale differenza: la composizione delle Forse Armate.
Il Regio Esercito, la Marina e l’Aviazione erano nel Ventennio Forze Armate di Popolo. Era il Popolo italiano che, in piedi, pretendeva il proprio posto nella storia. Nessuno si sottrasse allora al proprio dovere. Figli di poveri e di ricchi, gerarchi, operai e professori universitari, quando fu il momento, andarono tutti al fronte. Mussolini, non potendo partire in prima persona diede a quella guerra il meglio di se stesso, anzi meglio che se stesso. Aveva tre figli in età d’arruolamento e tutti e tre vestirono l’uniforme. Il 7 agosto 1941, sull’aeroporto di Pisa si schiantò il Quadrimotore Piaggio P108, contraddistinto dalla M.M. 22003.

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I POLITICI… AD IMMAGINE E SOMIGLIANZA

Si avvicina una nuova terribile tornata elettorale. Che belle le elezioni, ci sentiamo tutti così giusti, così buoni, democratici ed innamorati della libertà. In parole povere, abbiamo quell’appagante sensazione di essere cosi politicamente corretti. Purtroppo, come in molti altri casi, la verità è ben lontana dalla percezione della realtà.
Qualche anno fa, in Italia, fu messa al bando la leva militare e, con essa, l’obbligo di prestare servizio in armi. Ebbene, se potessi, imporrei alle giovani generazioni il dovere della leva elettorale. Ogni diciottenne, dovrebbe essere costretto a candidarsi almeno una volta in una tornata elettorale, per capire che cos’è, veramente, questa divinità che chiamiamo democrazia.
Il giovane, fresco di studi e pieno di belle parole sulla “Repubblica democratica fondata sul lavoro”, anche solo per salvare la faccia, si metterebbe alla ricerca di voti e sperimenterebbe, allora, sulla propria pelle qual è il vero rapporto degli italiani con il mondo della politica. 
Immaginiamocelo questo nostro ometto, aspirante a qualche carica pubblica, che esce di casa per la sua campagna elettorale e si rende, immediatamente, conto che nessuno dei suoi probabili gli elettori gli chiede: che cosa hai intenzione di fare per la comunità?
In realtà, del suo programma elettorale, non interessa niente a nessuno. La domanda che gli viene comunemente posta, invece, è: che cosa hai intenzione di fare per me?

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Dall'OVRA alla Decima MAS
Una giovinezza nel Ventennio
Gianni Tedeschi

 


I ricordi di Gianni Tedeschi e della sua vita travagliata, narrati in queste sue memorie, scorrono dalla Genova della sua infanzia e adolescenza - con il suo centro storico fatto di vicoli brulicanti di attività e  figure umane ormai scomparse - al suo servizio nelle Squadre “R E” dell’OVRA, specializzate nel contrasto della pedofilia e pederastia, alla seconda guerra mondiale, che Tedeschi vivrà partecipando ad eventi quali la sfortunata operazione “G.A. 1” del Sommergibile Iride e le missioni sui sommergibili atlantici di Betasom, ed infine, dal 1943 al 1945, tra le fila del Battaglione Risoluti della Decima Flottiglia Mas nella sua città natale Genova, a Montecchio Maggiore e in seguito all’autoreparto della Divisione Decima a Thiene.
I tragici eventi del 25 aprile 1945 e dell’immediato dopoguerra che Tedeschi subì - come tanti aderenti alla RSI - nell’umiliazione di una lunga detenzione, lo faranno rinascere a una nuova vita, con la scoperta di una capacità artistica espressa attraverso la pittura che fu per lui la sua professione, e la forza rigeneratrice capace di dargli la serenità così a lungo negata.

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L’ECCIDIO DI PIETRARSA

di Fernando Riccardi

Una delle prime preoccupazioni di Ferdinando II di Borbone, dal 1830 sul trono di Napoli, fu quella di varare un corposo piano industriale destinato a svincolare il suo regno dalla dipendenza tecnologica inglese. I risultati non tardarono ad arrivare. Nell’ottobre del 1839 venne inaugurata la tratta ferroviaria Napoli-Portici, di soli 7 km e mezzo, ma la prima in Italia. Gia da qualche anno, poi, a Torre Annunziata funzionava a pieno regime una officina che produceva materiale meccanico (proiettili, affusti per cannoni, macchine a vapore) destinato all’esercito e alla marina militare. Qui lavoravano operai specializzati che niente avevano da invidiare alle maestranze di tutta Europa. Per non disperdere cotanta professionalità il re pensò di ingrandire la fabbrica spostandola a Portici. Nacque così, nel 1837, proprio in riva al mare, il Reale Opificio di Pietrarsa che sfornava prodotti in ghisa ma, soprattutto, macchine e locomotive a vapore. L’entrata in funzione della strada ferrata, poi, favorì non poco lo sviluppo del sito industriale: il materiale da lavorare, infatti, poteva giungere in loco sia via mare che via terra servendosi, appunto, della ferrovia. In poco tempo Pietrarsa, grazie anche ad una rigorosa politica protezionistica, diventò il primo nucleo industriale della Penisola precedendo, e di parecchi anni, colossi quali Fiat, Breda o Ansaldo. Nel momento del suo massimo fulgore l’opificio dava lavoro a 850 operai, molti dei quali specializzati. Poi, però, come un fulmine a ciel sereno, le cose nel meridione d’Italia presero una piega inaspettata. Nel 1860 dal nord scese Garibaldi e poi l’esercito di Vittorio Emanuele II di Savoia. I Borbone furono costretti a scappare e a cedere il passo agli invasori piemontesi. Lo stato sabaudo inglobò con la forza delle armi la parte meridionale dello Stivale e nacque il Regno d’Italia. La qualcosa per la popolazione del Sud non fu di certo un grande affare. E la lotta aspra e senza quartiere che infuriò per un lungo decennio in quelle lande, che molti ancora si ostinano a chiamare brigantaggio, fu uno dei segni più evidenti del malcontento diffuso e della cupa disperazione che colpì quelle povere genti.

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UN’ALTRA COLOSSALE BUGIA DEL NOVECENTO

“La rivoluzione d’Ottobre (1917) ha liberato i proletari!”

(ma in realtà un colpo di stato di novembre li imprigionò per settant’anni)

Giovanni Marizza


La conquista del potere da parte dei comunisti in Russia il 24-25 ottobre 1917 secondo il vecchio calendario (il 7-8 novembre secondo il calendario nuovo), il suo consolidamento interno e la sua esportazione furono resi possibili da vari fattori di cui, in questa sede, focalizzeremo uno solo: la disinformazione. La capacità bolscevica di inventare, sostenere e propagandare la menzogna è insuperata nella Storia e solo la recente apertura degli archivi storici sovietici sta facendo crollare l’enorme cumulo di menzogne sostenute per settant’anni. Ma questo crollo non è subitaneo, al contrario avviene lentissimamente, dato che certe presunte verità e convincimenti sono rimasti talmente radicati, anche e soprattutto in Occidente, che la Verità vera stenta enormemente a farsi strada. E pensare che, ironia della sorte, l’organo ufficiale del partito comunista sovietico si chiamava “Pravda”, la verità.Chi si impegna per far emergere la Verità vera è, ad esempio, Richard Pipes, una delle massime autorità mondiali nello specifico settore, professore emerito di storia della Russia e del comunismo presso l’Università di Harvard e autore di opere monumentali su questi argomenti. Tra i suoi lavori apparsi in italiano ricordiamo “La rivoluzione russa”, Mondadori 1994, “Il regime bolscevico”, Mondadori 2000, “Comunismo”, Rizzoli 2003 e soprattutto “I tre perché della rivoluzione russa”, Rubbettino 2006.

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LA VERITA SULLE AM LIRE

DA UNA LETTERA DI ANTONIO PANTANO AL CORRIERE DELLA SERA

 


 

Gentili signori Emilio Cherubini e Sergio Romano,

la citazione delle “Amlire”, pubblicata il 18.11.2012 su CorSera, è carente, per eccesso di difetto …(…)….

La fonte statunitense che inventò quel “titolo di unità di conto, con valore di moneta” rispose, anni fa’, a domanda ed ammise che le AMlire – iniziate a stampare negli USA dal luglio 1942!, un anno prima della invasione della Sicilia! (e ciò spiega molto degli sviluppi politici del 1943 in Italia!) – ammontò a 143 miliardi di lire italiane. Ma queste furono poi anche stampate ufficialmente dalla Banca d’Italia (sotto lo AMGOT – Allied Military Government Occupied Territories - che di fatto e di diritto ebbe sovranità totale in Italia fino al 23 maggio 1948 almeno) fino al 1950, oltre che da Forbes, stampatrice americana, per altri 17 miliardi, integrate da altri stampatori italiani (ne scaturì uno scandalo riguardante la tipografia romana, mentre quella beneventana ne fu “indenne”). Si può congetturare, verosimilmente, che il totale di quella alluvione monetaria (cartaccia e pessima stampa) fu di 640 (seicentoquaranta) miliardi di lire, mediante i quali le truppe Alleate – determinando voluta abissale inflazione - si fecero pagare dagli occupati tutte le attività belliche. Nel 1952, con apposita legge, le AMlire furono ritirate e soppiantate e lo Stato italiano dovette emettere pubblici in controvalore a debito, raddoppiando il “debito pubblico” (che nacque dalla guerra ) già incrementato dai “prestiti” statunitensi imposti nel dopoguerra al governo De Gasperi.

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LA ROMANIA 

L’ALLEATO SCONOSCIUTO  

 

Sono pochi ad interessarsi di storia della Seconda Guerra Mondiale, ma anche coloro i quali dicono di provare una qualche passione per l’argomento spesso dimostrano una preparazione farraginosa ed approssimativa. Si dimostra spesso di avere cognizioni  nebbiose anche solo sulle nazioni più coinvolte nel conflitto. Pochi sanno che a quella guerra presero parte oltre cinquanta nazioni e una di queste era la Romania che, avendo combattuto dalla parte dell’Asse, e quindi dalla parte dell’Italia, meriterebbe maggior attenzione.

Nel 1940 la Romania, retta da re Carol II, era posta di fronte ad una difficilissima situazione interna ed internazionale.

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COME E PERCHÉ IL FASCISMO ARRIVÒ AL POTERE

 


Quando si tratta della conquista del potere da parte del Fascismo, inevitabilmente si parla di questo come di un movimento che fa della brutalità la sua unica arma politica, grazie alla quale riesce però a conquistare il potere. Tale modo di affrontare gli studi storici è a dir poco da manicheo in quanto i fatti che in Italia portano all’avvento del Fascismo sono molto più articolati di quel semplice uso della violenza da parte fascista che fino ad oggi si è voluto far credere. Per trattare della genesi del Fascismo bisogna necessariamente ricollegarsi a quei fatti politici, sociali e militari che vanno a creare le condizioni perché venga alla ribalta questo movimento. E’ evidente che non nasce per generazione spontanea in quanto è soprattutto un fatto sociale, frutto di un’epoca, di una situazione storica, di un modo di vedere ed affrontare la vita che coinvolgerà un’intera generazione e una nazione per oltre vent’anni.

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QUALCHE VOLTA I FANTASMI RITORNANO DAL PASSATO COME

I ritrovamenti aeronautici in Italia

 


Alcuni dei velivoli che hanno partecipato agli scontri del secondo conflitto mondiale, a volte, come fantasmi del passato, ritornano. Negli ultimi anni si è assistito a numerosi recuperi di apparecchi che, benché abbattuti o precipitati decenni fa, si sono conservati in discrete condizioni, tanto da farne sperare nel restauro. Anche in Italia, negli ultimi anni sono avvenuti alcuni di questi importanti ritrovamenti. Chiaramente, si tratta di velivoli a struttura metallica che, malgrado gli oltre cinquant’anni passati, si sono conservati in discrete condizioni. Infatti, sarebbe impossibile ritrovare velivoli a struttura lignea, a meno che questi non siano rimasti nascosti per decenni in qualche pagliaio.

Nel novembre del 1991, la sezione sarda del G.A.V.S. - Gruppo Amici Velivoli Storici -, una associazione senza fini di lucro che ha come scopo il recupero di aeroplani che altrimenti scomparirebbero, in collaborazione con altri enti, ha recuperato al largo della Sardegna, nelle acque di Capo Ferrato, un apparecchio da caccia Reggiane RE 2001, individuato in quella posizione sin dal 1989. Del caccia in questione se ne è potuta ricostruire anche la storia. Il Reggiane 2001, nell’aprile del 1943, pilotato dal sergente maggiore Giulio Zangheri, partì dall’aeroporto romano di Centocelle. L’apparecchio era in forza al 24° Gruppo Caccia e Zangheri decollò alla volta della Sardegna per partecipare, per conto dell’Istituto Luce, alle riprese di un documentario che aveva lo scopo di narrare della costruzione di un apparecchio da caccia.

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Gli assi dei sommergibili nella Seconda guerra mondiale

Il nuovo libro di Orazio Ferrara

 

 

 

E’ uscita, per i tipi della Delta Editrice di Parma nella collana I Libri di War Set, la nuova monografia di Orazio Ferrara sui maggiori assi dei sommergibili tedeschi, italiani, inglesi, americani, giapponesi e russi nel secondo conflitto mondiale.

Scorrere la classifica, o meglio l'albo d'oro, dei primi 50 sommergibili di tutte le nazioni belligeranti per i successi conseguiti, comporta non poche sorprese. Innanzitutto meraviglia l'assenza di qualsiasi sommergibile sia della Russia che del Giappone. Dei primi 50 classificati, 6 sono americani, 2 italiani e 1 inglese, tutti gli altri 41 sono tedeschi. Ma è il posizionamento in classifica a sorprendere di più. Gli u-boot tedeschi occupano, uno dietro l'altro, i primi 27 posti, e qui, al 28°, sorpresa delle sorprese, ritroviamo un sommergibile italiano il Leonardo Da Vinci, poi altri u-boot. Solo al 35° posto appare il primo sommergibile americano, il Flasher. Al 41° posto un altro italiano, il Tazzoli. L'unico inglese si riscontra nelle ultime posizioni, al 47°, ed è l'Upholder.

Ma come, per anni ne hanno detto e scritto di cotte e di crude sulla nostra flotta sottomarina! Che avevamo brillato soltanto per “assenza”. Senza dubbio la flotta subacquea italiana pagò un duro prezzo, a volte anche d'immagine, per le scelte tattiche-strategiche errate da parte degli alti comandi, ma luminosi esempi stanno lì a dimostrare che gli uomini e i mezzi in larga maggioranza furono all'altezza e che non rifiutarono mai di fare più del loro dovere, anche quando la lotta diventò impari e uscire in mare significava andare a sacrificio certo.

Nel dopoguerra gli inglesi ingigantirono  i loro successi, che vi furono senza dubbio, e diminuirono i nostri, che pur vi furono, aiutati in ciò per la verità da studi faziosi anche da parte nostra. Così alla fine tutti si convinsero, persino noi italiani, che nella guerra a mare subacquea eravamo stati delle vere e proprie nullità. Il libro di Ferrara smonta questa bugia.

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IL MUSEO DELL’AERONAUTICA MILITARE DI VIGNA DI VALLE



Il Museo dell’Aeronautica Militare diVigna di Valle, dopo circa 32 mesi di chiusura per ristrutturazioni, nell’estate 1999 ha riaperto i battenti al pubblico, completamente rinnovato negli ambienti e con una nuova esposizione degli aeromobili. L’apertura è di fatti solo parziale. Infatti, il Museo si compone di quattro enormi Hangar destinati ad ospitare i vari velivoli esposti e di questi sono accessibili ai visitatori solo il primo, il secondo ed il quarto che è di recente costruzione. Il terzo Hangar, quindi, non è visitabile. I lavori proseguiranno fino al 2002, quando si prevede l’apertura totale del percorso espositivo.
Il primo locale del museo, che è un Hangar ”Troster” austriaco di preda bellica, è quello destinato ad illustrare al visitatore i primordi del volo. In questo primo ambiente sono esposti i velivoli delle prima guerra mondiale ed alcuni importanti apparecchi che hanno volato nel periodo intercorrente tra le due guerre.

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VoennoPlennye –Prigionieri di Guerra
I prigionieri di guerra italiani in Russia



Il 22 giugno 1941 Hitler, malgrado gli impegni di non aggressione presi con i russi con il patto Molotov- Von Ribbentrop,  dà l’avvio all’invasione dell’Unione Sovietica, lanciando gli uomini ed i mezzi della Wehrmacht e della Luftwaffe verso Est. Il piano d’invasione tedesco prende il nome di “Operazione Barbarossa”. La Germania entra in guerra, su quel fronte, con 170 Divisioni che dovrebbero agire secondo i canoni operativi della Blitzgrieg  “guerra lampo”  la quale, come è noto,  ha come cardine operativo l’impiego del binomio carro armato – aeroplano.
A fianco dei tedeschi, nella lotta contro “l’orso russo”, si pongono oltre che i Finlandesi, i quali hanno reagito violentemente alle pretese sovietiche di cessioni territoriali, anche slovacchi, ungheresi , romeni e italiani. Inoltre, sono presenti reparti di volontari francesi, belgi  e spagnoli che si sono uniti ai nazisti in una sorta di crociata contro il bolscevismo. In totale tra i tedeschi e i loro alleati partecipano alle operazioni 205 divisioni di fanteria, 30 divisioni corazzate e circa 3000 apparecchi. In definitiva, lo scopo dei tedeschi è quello di conquistare quell’enorme granaio che è la Russia e, nel contempo, debellare definitivamente quella che è per loro “l’eresia” comunista.
l’Italia invia sul fronte orientale il C.S.I.R. – Corpo di Spedizione Italiano in Russia - che, inizialmente agli ordini del gen. Zingales, sarà poi messo al comando del Gen. Messe. Nell’estate 1942 il CSIR viene trasformato in ARMIR - Armata Italiana in Russia - il cui comando è affidato al Generale Italo Gariboldi.

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