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LE POESIE DI DANIELE

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Le armi sperimentali per la Decima Flottiglia MAS



E’ noto che, con la fine della seconda guerra mondiale, i vincitori sguinzaglieranno sul territorio tedesco reparti appositamente creati per un solo scopo: acquisire la tecnologia germanica nel campo della propulsione a reazione e dei razzi.

Sono invece in pochi a sapere che, a guerra finita, gli alleati fanno in Italia qualcosa di simile a quanto avviene in Germania. Il loro scopo è di acquisire le conoscenze tecniche che hanno permesso agli assaltatori della X° Flottiglia Mas di mettere a segno i sabotaggi per i quali sono divenuti famosi.

Mezzi come gli S.L.C – Siluri a Lenta Corsa -, meglio conosciuti come “Maiali”, sono noti anche tra il vasto pubblico, ma la ricerca tecnologica italiana, nel corso del conflitto, non si ferma ai soli “maiali”.

Alcuni progetti resteranno solo sulla carta, altri invece, frutto di intuizioni di singoli, dell’attività di ditte private o enti istituzionali, troveranno forma, anche se solo come prototipi o prodotti in poche unità.

La Decima MAS ha come interesse primario quello di far avvicinare, alle unità nemiche alla fonda, i propri uomini gamma in modo tale che questi arrivino all’obiettivo nelle migliori condizioni possibili. Benché gli uomini gamma siano addestratissimi al nuoto, sono lo stress e la fatica a metterli in condizioni operative critiche.

L’Ing. Antonio Ramognino progetta, proprio per i gamma, una sorta di canoa, denominata Battello “R” (Ramognino), che consente ai sabotatori della Decima di avvicinarsi in maniera silenziosa alle navi nemiche. Il leggero natante permette di trasportare anche una testa esplosiva di S.L.C. da 300 Kg e cariche esplosive da 3 kg.

Il lettore non pensi però che si tratta solo di una banale canoa. Il battello in questione è mosso da un silenzioso motore elettrico “Siemens” ed è costruito presso la Piaggio utilizzando leghe di alluminio aeronautico.

La cosa più interessante della piccola imbarcazione, che è lunga 5 m., è che la stessa è smontabile in tre parti per consentirne l’eventuale spedizione presso la base della Decima di Algesiras (Gibilterra) che è ubicata sulla nave Olterra. Smontare il battello è reso indispensabile dalla necessità di non indurre in sospetto i doganieri spagnoli al momento di attraversare il confine. Il Primo battello R sarà collaudato entro la prima metà del ’42 e ne saranno costruiti sei esemplari, ma non risulta che nessuno di questi sarà mai usato in azione.

La sperimentazione andrà avanti anche nel campo dei sommergibili d’assalto.

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LUCIO DALLA, ALBERT SABIN: LA MORTE E LA FAMA

(Articolo pubblicato dal quotidiano Rinascita il 9.3.2012)

Albert Sabin


E' morto Lucio Dalla ed ho aspettato un po' di tempo per buttare giù alcune considerazioni.

La dipartita del Dalla nazionale ha acquito contorni da sciagura italiana, tanto che tutti sembrano averne sofferto intimamente. “E' un pezzo della nostra vita che se ne va” mi ha detto al bar  la mattina  dopo Giggino, mio amico carissimo, mentre si strafocava il terzo cornetto alla Nutella. Non ho potuto fare a meno di dirgli “Giggi', guarda che con il colesterolo che hai, se ne mangi un altro di cornetto, veramente se ne andrà via un pezzo della tua vita... altro che Dalla”.

La morte del cantante è stata ben riassunta dalla Jena “Intimi” a pagina tre della Stampa che, con una delle sue solite epigrafi, ha scritto:  “Ieri abbiamo scoperto che tutti i politici erano amici intimi di Lucio Dalla” .

Insomma, una tragedia italiaca che ha colpito tutti, con l'esclusione di mia nonna, donna che parrebbe insensibile, alla quale spiegare chi fosse morto è diventata impresa ardua, ma alla fine ha capito e mi ha chiesto, un poco urlando perché è sorda, “Ma chi quel cantante corto e con la barba? E salute a noi”. Bisogna perdonarla, ha oltre novant'anni  e a quell'età, approssimandosi la propria, si diventa poco splendidi di fronte fine degli altri.

Comunque, una cosa è certa, Dalla ha fatto sognare molte persone e un uomo che ti fa sognare è sicuramente uno da non dimenticare. Cos'è un poeta se non un uomo che ti fa sognare? Quelli da dimenticare sono gli altri, quelli che ti fanno venire gli incubi (normalmente, in Italia questi ultimi occupano posizioni di Governo).

Della morte del cantante mi ha colpito la notizia datane al telegiornale nazionale che gli ha dedicato ampi servizi. Canzoni sue in apertura e in chiusura, scene di repertorio dai suoi concerti e via dicendo.

Di spalla, quasi nascosta, una notiziola che di fronte alla scomparsa del cantante, sembrava essere poco più di fatterello di cronaca: sembrerebbe che un paio di ricercatori italiani, sembrerebbe dalle parti di Roma – scusatemi i troppi sembrerebbe, ma la notizia è stata data piuttosto velocemente – abbiano costruito un apparecchietto che collegato al cervello, mediante una semplice cuffia indossata, è capace di comandare le cose attraverso il solo pensiero. In breve, il malato allettato e impossibilitato a muoversi, immaginate un malato di SLA, indossando la cuffia e guardando delle immagini su un monitor può comandare della azioni: guarda una lampadina sul monitor e la luce si accende e si spegne, fissa l'immagine di una porta e quella porta si apre.

Oltre un'invenzione del genere, lasciatemelo dire, c'è l'astronave Enterprise di Star Trek. Doveva essere una notizia di primissimo piano, quei ricercatori hanno tirato fuori dal cilindro magico della scienza una di quelle scoperte che potrebbero rivoluzionare il mondo, cambiare completamente l'esistenza non solo degli ammalati, ma dell'intera umanità. Una “macchinetta” quella di cui si racconta che ci avrebbe dovuto  riempire di orgoglio, i ricercatori che ne sono artefici sono italiani: geniali ed eroici.

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LUIGI FERRARO

IL GAMMA DI ALESSANDRETTA

 

La Regia Marina nel corso del secondo conflitto mondiale ottenne brillanti risultati grazie alle operazioni effettuate dalla X° MAS, all’interno dei porti nemici, utilizzando speciali mezzi d’assalto quali i S.L.C. (Siluro a Lenta Corsa), meglio conosciuti come “Maiali”, ed i barchini esplosivi. Benché questi ultimi siano, tra gli strumenti utilizzati dalla X°, quelli più noti al vasto pubblico è da dirsi che sicuramente il “mezzo d’assalto” più economico e che raggiunse il miglior rapporto costo-efficacia, fu sicuramente il nuotatore d’assalto denominato “Uomo Gamma”, in quanto la lettera Gamma nell’alfabeto fonetico del tempo veniva ad essere l’iniziale della parola “Guastatore” che di fatto era la denominazione ufficiale della specialità. Il Gamma, dotato di autorespiratore a circuito chiuso, di muta, maschera pinne, bussola ed orologio subacqueo, trasportato in prossimità dell’obiettivo navale da un sottomarino o da un mas, raggiungeva poi, dopo una estenuante nuotata, la nave bersaglio e vi applicava allo scafo una carica esplosiva.

E’ da dirsi che l’idea di utilizzare personale addestrato in tal modo era nata sin dal primo conflitto mondiale, ma solo nel biennio 1935 - 37 furono ideati e prodotti i mezzi per equipaggiare gli assaltatori in modo idoneo a consentire loro di vivere ed operare efficacemente sott’acqua.

In particolar modo, oltre alla fornitura ai Gamma degli autorespiratori a circuito chiuso, in sostituzione dell’autorespiratore Davis in uso ai sommergibili ed inidoneo alle attività di sabotaggio, particolari risultati furono raggiunti nel settore delle cariche esplosive subacquee da applicare alle carene delle navi. Gli ordigni creati per questo scopo furono essenzialmente di due tipi: il primo, denominato “cimice”, recava una carica esplosiva a tempo di 4 - 4,5 kg. ed fissabile allo scafo nemico mediante ventosa o magnete, mentre il secondo , di maggior potenza, conosciuto come “bauletto esplosivo” conteneva una carica di 12 kg di potente deflagrante e veniva fissato mediante morsetti (detti sergenti) alle alette di rollio della nave. Il bauletto era dotato di un’elica che entrava in funzione con il movimento dell’unità navale e non appena quest’ultima raggiungeva una velocità minima di 5 nodi causava la detonazione dell’esplosivo e l’affondamento del piroscafo in mare aperto.

La prima azione dei gamma avvenne nel luglio del 1942 e fu condotta contro il naviglio alla fonda nel porto inglese di Gibilterra da 12 operatori che partirono dalla costa spagnola.

I sabotaggi furono però attuati, anche all’interno di porti neutrali, contro il naviglio inglese o al servizio degli inglesi. A tal proposito si prospettò di destinare gruppi di operatori gamma nei porti di Huelva, Malaga, Barcellona, Lisbona e Oporto. Purtroppo, l’unica sezione di sabotatori subacquei che riuscì ad entrare in azione nei porti spagnoli, peraltro senza apprezzabili risultati, fu quella operante nell’importante sorgitore atlantico spagnolo di Huelva ove gli inglesi caricavano minerali di ferro e di rame.

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Fronte dell’Est

Gli italiani in Russia

un libro di Orazio Ferrara

 

Una nuova monografia, edita dalla Delta Editrice di Parma nella collana “I libri di War Set" che racconta di una spietata e allucinante campagna di guerra in cui la pietas sembrò scomparsa.

La campagna sul fronte Russo, raccontata dall’abile Orazio Ferrara in 96 pagine illustrate con numerose foto in parte inedite.


Stralciamo un passo tratto dal capitolo “Italiani brava gente”:

“[…] a far da contraltare a questa concezione belluina della guerra c’era quella dell’esercito italiano, la cui massa di soldati era ancorata ai valori della terra e della famiglia e quindi lontano le mille miglia dal pensare di commettere violenze contro le popolazioni civili locali. Anzi gli italiani tendevano a fraternizzare, ricambiati, con quest’ultime. Contro il nemico in armi non nutrivano affatto odio, la qual cosa però non proibiva di combatterlo accanitamente e di portare quindi onorevolmente le stellette […]. Eppure c’è stato qualche nostro studioso che  ha usato in modo beffardo la definizione «italiani brava gente»  per dire ma quando mai gli «italiani brava gente». E giù, per portare  sostegno alla sua tesi, a citare episodi di assassini, stupri, saccheggi, stragi di cui si erano resi colpevoli i nostri soldati. Tralasciamo le tesi denigratorie di chi non riesce neppure a nascondere troppo bene le motivazioni politiche e ideologiche che lo spingono a ciò. Parliamo dello studioso serio, che porta documenti e prove. Generalmente gli episodi contestati sono opera di singoli o di piccoli gruppi, rarissimi da parte dei comandi o di interi reparti. Episodi comunque da deprecare e da condannare senza attenuanti, senza ma e senza se.  Si potrebbe facilmente obiettare poi che la guerra purtroppo non è mai stata una serata di gala. D’altronde episodi efferati si sono verificati in tutti gli eserciti e in tutti i tempi, come dimostrano anche le guerre recentissime. Per restare alla seconda guerra mondiale citiamo, per tutti, gli episodi che videro coinvolti reparti dell’esercito americano, il più democratico del tempo, nell’invasione della Sicilia del 1943 e che macchiarono il loro onore militare con l’uccisione sistematica di soldati italiani già arresisi (vedi strage di Biscari) e con stragi contro civili (vedi Canicattì) […] Da noi, pur nella tregenda di una guerra apocalittica, funzionava un tribunale di giustizia militare, che aveva il coraggio di emettere sentenza di condanna a morte  contro un nostro soldato, colpevole di aver ucciso un civile russo. Oppure di promuovere un processo penale militare a carico di un soldato resosi responsabile di un furto di una gallina ai danni di un russo; questo a Bologna il 17 luglio del 1943. Oh, incredibile e cara burocrazia del Regio Esercito! Negli anni Sessanta restava ancora nelle patrie galere un soldato imputato per fatti accaduti sul fronte russo, solo la grazia concessa dal Presidente della Repubblica del tempo gli ridiede la libertà nel 1962. Tutto ciò la dice lunga sulla correttezza del nostro comportamento sul fronte russo. Gli abusi furono sempre perseguiti […].

Orazio Ferrara – Fronte dell’Est - Gli italiani in Russia, euro 8,50; DELTA EDITRICE B.go Regale, 21 - 43121 PARMA (Italia); email: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. tel.0521.287883 - fax 0521.237546

 

CUORI ROSSI CONTRO CUORI NERI - STORIA DELLA CRIMINALITÀ DI DESTRA E DI SINISTRA

Un libro di Paolo Sidoni e Paolo Zanetov

QUANDO LA LOTTA POLITICA È SCRITTA A COLPI DI PISTOLA.


Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Le stragi di piazza Fontana e della stazione di Bologna. Sono forse questi i momenti più drammatici della storia della democrazia italiana. Azioni cruente di destra e di sinistra, pagine scritte con il sangue da uomini e donne che la passione politica ha trasformato in fuorilegge, aguzzini, assassini. La contrapposizione tra destra e sinistra, neofascisti e comunisti, rivoluzionari dell’una e dell’altra posizione, è stata a lungo condizionata dal ricorso a una violenza spietata, sorretta da teorie farneticanti e deliranti comunicati. Una scia di sangue che arriva fino ai giorni nostri tra minacce, faide, lotte intestine, attentati e stragi. Gli anni di piombo segnano l’acme di questo processo: organizzazioni terroristiche frontalmente opposte hanno compiuto destabilizzanti azioni eversive, spesso in accordo con la criminalità organizzata e i servizi segreti deviati.

Dal bandito Giuliano alle Brigate rosse, passando per le vicende di Giangiacomo Feltrinelli e dei Nuclei armati rivoluzionari, ricostruendo i più recenti e attuali sviluppi dell’estremismo, gli autori ripercorrono gli ultimi settant’anni di storia italiana, alla ricerca delle matrici ideologiche, politiche e culturali che hanno ispirato le bande armate rosse e nere. Un tentativo di rispondere ad alcuni inquietanti interrogativi ancora aperti: come è possibile che la passione politica degeneri in violenza aperta? Chi sono i personaggi che hanno animato le realtà sovversive? Chi, all’interno delle istituzioni, li ha appoggiati o ha taciuto?

SICILIA ANNO ZERO: Banditi con falce e martello - La banda Rizzo-Avila - La prima strage della Repubblica - L’altro grande mistero: Portella della Ginestra - Chi era veramente Salvatore Giuliano? - A SUD DELLA GOTICA: Napoli: una città allo sbando - Il “metodo” americano - Il ritorno della camorra - I cani sciolti - SALVAREZZA, IL GOBBO E LE TRAME OCCULTE NELLA ROMA DEL 1944: Storia di un baro - La destra si tinge di rosso - La banda del Gobbo - La strategia del terrore L’anima nera del Guercio - La resa dei conti - LA STRATEGIA DELLA TENSIONE: Trento, laboratorio della lotta armata - Il caso Dotti - Le Brigate rosse - La morte di Feltrinelli - Il ritorno di Moretti - Gli “anarchici” - I Nuclei armati proletari - Il neofascismo - Il “golpe bianco” del MAR - GLI ANNI DI PIOMBO: Movimento ’77 - Uccidete Moro - Intellettuali di piombo - Spontaneismo armato La seconda ondata nera - Senzani, tra BR e servizi - I neri e la Magliana –

PAOLO SIDONI è nato a Verona nel 1962. Documentarista e ricercatore storico, ha collaborato con l’Istituto Luce e con l’Istituto Studi Storici Europei. Ha organizzato eventi e convegni sulla storia moderna e contemporanea, e collabora con il quotidiano «Rinascita», i mensili «BBC History Italia», «Storia in Rete», «Storia del Novecento», «Area» e il bimestrale «Storia Verità».

PAOLO ZANETOV, nato a Roma nel 1949, laureato in lettere con una tesi sul brigantaggio politico post-unitario, continua a interessarsi al rapporto tra politica e criminalità. Già membro del consiglio di indirizzo dell’Istituto Studi Storici Europei, coordina attualmente l’osservatorio sul federalismo nazionale della Fondazione Ugo Spirito-Renzo De Felice; è presidente del Centro Studi sul brigantaggio e consulente dell’Istituto Luce, per cui ha prodotto numerosi documentari.

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IN MORTE DI UN TEDOFORO - Fausto Gianfranceschi

 

 

Ci sono guerre che si vincono e guerre che si perdono. Sulla vittoria o la sconfitta delle proprie armi c'è una frase lapidaria di uno che delle armi fece il proprio mestiere di vita: “In ogni guerra, la questione di fondo non è tanto di vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di come si vince, di come si perde, di come si vive, di come si muore. Una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà. La resa ed il tradimento bollano per secoli un popolo davanti al mondo.”

L'aforisma è di Junio Valerio Borghese che avrebbe così riassunto la tragedia di chi, finita  la seconda guerra mondiale, si trovò tra gli sconfitti di quello scontro. Ad aver perso non vi erano solo coriacei reduci ma anche ragazzi che, troppo giovani "non avevano fatto in tempo a perdere la guerra"(la frase è sua). Erano stati cresciuti  nel sogno e nella religione della grandezza Patria, si ritrovarono con la Patria in ginocchio e le bandiere lacere, ma avrebbero continuato a crederci per tutta la vita.

Nell'immediato dopoguerra, la parte pensante di quei giovani  - oggi si direbbero gli intellettuali – trovarono una guida, un maestro di vita nel filosofo Julius Evola che fece affacciare quei ragazzi ad un tipo di fascismo completamente nuovo, fatto di richiami a miti antichi e suggestioni spirituali, che trovava nella tradizione uno dei suoi pilastri portanti. Il concetto di tradizione risultava essere uno dei temi fondanti nell’elaborazione evoliana, inteso come un modo di essere e di porsi di fronte alla vita. Contrapposto al concetto di tradizionale vi era quello di moderno e per Evola si trattava di due categorie di pensiero che rispecchiavano, nella loro contrapposizione, l’antitesi tra due universi.

Fu nel 1950, che nacque il giornale Imperium che, oltre allo stesso Evola, vedeva in redazione gente come Enzo Erra, Pino Rauti, Giulio Caradonna, Fausto Gianfranceschi e Giano Accame.

Erra, Caradonna, Accame sono tutti morti, o meglio, sono “andati oltre ma sempre presenti alla bandiere” come sarebbe piaciuto a loro dire.

Il 19 di febbraio è “andato oltre” anche Fausto Gianfranceschi: era uno di quelli che, come avrebbe detto Borghese sapeva vincere o perdere, ma anche vivere o morire ma sempre con lealtà e dignità.

Uscito sconfitto, ma non domo da quell'ultima guerra i cui vincitori pretesero di dividere il mondo in buoni e cattivi, lasciando ai perdenti la seconda qualifica, Gianfranceschi che sapeva “come si vive” decise di continuare vivere e di vivere a testa alta, senza cambiare bandiera, senza avere ripensamenti e testardamente  sfidare il mondo con le sue idee.

Aderì al Movimento Sociale Italiano, quello che poi sarebbe stato contrabbandato come un partito di destra ma che in realtà era tutt'altro, poiché era un  movimento popolare.

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GINO GIROLIMONI

Un errore giudiziario del novecento, un credito aperto con la società

 

Sul fascismo si è detto e si è scritto di tutto e di più, anche se, di norma, si è sempre detto più male che bene. In un coro nazionale di detrattori, esistono però alcuni che affermano di apprezzare quanto fatto dal regime fascista, dicendosi fieri di quegli anni. Questi ultimi sono coloro i quali, leggendo le date sugli edifici dell’epoca, interpretano l’acronimo E.F. come “Era Felice”, anziché come “Era Fascista”.

Chi si fa sostenitore della politica in Italia in quegli anni dell’Era F…elice è solito portare, tra l’altro, a sostegno delle proprie tesi il fatto che il Regime tutelò l’ordinato svolgersi della vita civile, l’ordine pubblico, il pedissequo rispetto della legge e l’attuazione della giustizia penale.

Purtroppo, proprio in quegli anni, come del resto in tutto il corso della storia umana, si verificarono dei clamorosi errori giudiziari ed è proprio di uno di questi errori che voglio narrare.

A partire dal 1924, si susseguì a Roma una raccapricciante serie di delitti che vedevano artefice un pedofilo, il quale, dopo aver rapito e violentato le bambine, le ammazzava a mani nude.

Il 5 giugno 1924, quello che poi sarebbe passato alle cronache come il “mostro di Roma”, rapì e uccise la piccola Bianca Ciarlieri. Il successivo 24 novembre, tra le 15 e le 19, fu la volta di Rosina Pelli di 4 anni. La piccola Rosina venne rapita al Quartiere Trionfale – località Prataccio della Balduina – per essere ritrovata morta poco dopo, in seguito alle sevizie. Seguirono la stessa sorte le piccole Elsa Berni e Armanda Leonardi. "Elsa Berni – scriverà Enzo Catania - quattro anni, scomparve dal quartiere Borgo. Venne trovata sul greto del Tevere, a due passi dal Vaticano, sotto il muraglione della Lungara. "Fuori il mostro!", invocava la gente.”

I rapimenti e gli omicidi delle bambine, nella ordinata e quieta capitale dell’Italia fascista stavano diventando veramente troppi. La stampa, per quanto irregimentata e strettamente controllata, tratteggiava ampiamente i fatti delittuosi, dando loro ampia risonanza. Il Corriere della Sera, trattando del delitto Pelli scriveva: ”Ecco i particolari del delitto: in via Colonnato, una delle tante del quartiere Borgo, abita da tempo la famiglia del meccanico Giovanni Bonardo, composta dalla moglie Beatrice pelli, e dalle figlie Olga di anni 5, Rosina di anni 4 e Norma di soli 24 giorni. Ieri nelle prime ore del pomeriggio, la Pelli aveva portato le bambine a prendere il sole in piazza San Pietro presso il colonnato del Bernini: Mentre la donna che teneva in braccio la neonata, si intratteneva a parlare con alcune amiche , le piccole Olga e Rosina si trastullavano a pochi passi dalla mamma. A un certo punto la Pelli, non vedendo più la piccola Rosina, si alzò e dopo averla inutilmente chiamata, si pose a cercarla tra la selva delle colonne del portico. Dopo pochi minuti di inutili ricerche, in preda all’ansia, la povera madre cominciò a percorrere i lungo e in largo la piazza, chiamando ad alta voce la piccola, ma la bambina era scomparsa. Vennero minutamente visitate le case e i negozi, ma tutto fu inutile. Della piccola Rosina nessuno sapeva dare notizia".

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1 0   F E B B R A I O :  I L   G I O R N O   D E L   R I C O R D O

 

FOIBE

 

UN GENOCIDIO NASCOSTO


 

Il 30 marzo del 2004 veniva varata la legge n. 92 che disponeva che la Repubblica Italiana riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo”, una giornata finalizzata a “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.”

Per anni in Italia, al fine di tutelare i rapporti di buon vicinato con la ex Jugoslavia di Tito, si era volutamente dimenticato una feroce operazione di pulizia etnica, operata dai partigiani comunisti jugoslavi, ai danni degli italiani dell’Istria e della Dalmazia. Adesso, con quella legge, si tentava di fare ammenda del passato e rammemorare gli italiani

Ma cosa era successo, di tanto terribile, che gli italiani non potessero sapere? Agli abitanti della Penisola bisognava raccontare la storia di un genocidio del quale, loro fratelli, erano stati vittime e che aveva visto migliaia di istriani e dalmati gettati, ancora vivi, nelle cavità carsiche, chiamate foibe.

Gli infoibamenti, ad opera dei partigiani comunisti di Tito, ebbero inizio subito dopo l’8 settembre 1943. Nelle voragini carsiche finirono impiegati comunali, maestri di scuola, militari e appartenenti alle forze di polizia, ma in sostanza bastava essere italiani e dichiararsi innamorati della propria Patria, per finire i propri giorni in fondo a un pozzo. Gli italiani, dopo essere stati prelevati dalle proprie case, venivano condotti, legati a due a due col filo di ferro, sul ciglio delle voragini carsiche. Dopodichè, un colpo di pistola ad uno dei due, mentre l’altro avrebbe seguito il primo nel baratro trascinato dal peso del primo.

Con la nascita della Repubblica Sociale e con la ripresa del controllo italiano sulle terre del confine nord orientale, gli infoibamenti ebbero un arresto, per poi riprendere, immediatamente, con la fine del conflitto.

Il 1° maggio del ‘45, Trieste fu invasa dalle truppe titine. Nella Venezia Giulia il peggio stava ancora per cominciare.

L’occupazione sarebbe durata 40 lunghi giorni, nel corso dei quali l’Ozna – la polizia segreta -  e la la “Guardia del Popolo”, operarono centinaia di arresti arresti arbitrari, la gran parte dei quali si concluse con un colpo alla nuca o con infoibamenti collettivi.

Con la creazione del “Territorio libero di Trieste”, diviso in “Zona A” e “Zona B” (12 giugno 1945), gli Alleati costrinsero i titini a sloggiare. Per Trieste fu un giorno di festa; cominciava, invece, la lunga agonia della “Zona B” dalla quale sarebbero giunti a Trieste e in tutta Italia disperati messaggi di aiuto. Le grida di disperato dolore, furono inutili e inascoltate. Ne seguì un esodo che vide migliaia di italiani lasciare le terre natie, pur di non restare sotto il giogo comunista.

Perché ammazzare gli italiani? La risposta è una sola: fu un riuscito tentativo di pulizia etnica ai danni di chi aveva il tricolore nel cuore.

Si eliminavano fisicamente gli italiani più in vista in Istria e Dalmazia, per creare un’atmosfera di terrore e indurre tutti gli altri a lasciare quelle terre, oppure a rinunciare ad ogni sentimento di italianità.

C’è oggi chi ha la sfacciataggine di sostenere che quelle stragi furono la naturale reazione al giogo fascista che aveva tenuto, per anni, gli slavi di quelle terre sotto il tallone. E’ una bugia infame, non si spiegherebbero, altrimenti, il centinaio di sardi, in buona parte minatori del Sulcis trasferiti dall’Acai (Azienda Carboni italiana) di Carbonia ai pozzi della società Arsa in Istria, anch’essi infoibati. Cosa avevano a che fare quei minatori con i fascisti?

La pulizia etnica messa in atto dai titini raggiunse il suo scopo e migliaia di nostri compatrioti lasciarono le terre natie, pur di non restare vittime dell’oppressione comunista. Fu un disperato grido di amore verso Patria che spinse circa trecentocinquantamila italiani di Istria, Fiume e Dalmazia a lasciare i luoghi dell’infanzia e a scegliere l’Italia. Anche quando furono arrivati sulla Penisola, la Patria non li accolse come avrebbero meritato. Stipati su vagoni ferroviari furono considerati con un maggior onere da dover affrontare in un già difficile dopoguerra. E chi potrà mai dimenticare i loro treni che non furono fatti fermare alla stazione di Bologna, perché i ferrovieri li consideravano “fascisti” fuggiti dal “paradiso comunista”.

Quanti furono gli infoibati? E’una domanda alla quale è difficile rispondere. Le cifre, in merito, variano a seconda delle fonti. Gli Alleati, nell’immediato dopoguerra, presentarono un elenco di circa 3500 nomi, mentre per il CLN la lista superava i 13.000. Oggi, si fa riferimento, in maniera molto prudenziale, a un numero di 6.000/8.000 infoibati. Di almeno 6.300 di questi ci sono nomi e cognomi.

Qualche studioso riferisce di circa 20.000 italiani infoibati, dando al termine una valenza molto ampia e includendovi anche i fucilati, i deportati e poi morti nei campi di concentramento e gli affogati nell’Adriatico con le mani legate alla schiena e un peso al collo.

Quanti furono, forse non lo sapremo mai. L’unica importante Foiba rimasta in territorio italiano è quella di basovizza, mentre le restanti sono in territorio sloveno e croato, dove non è facile svolgere ricerche in merito.


Quando un giorno si potrà accedere a quelle fosse forse avremo una spiacevole sorpresa. Per rendersi conto dell’entità del dramma, al lettore basterà sapere che i conteggi, giù nelle foibe, spesso si fanno a metri cubi di cadaveri.

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LO SBARCO DI ANZIO

“I giorni della balena arenata”

 

Gli anglo americani nella loro avanzata lungo la penisola italiana, nel novembre 1943, vengono fermati per lunghi mesi dalla “Gustav”. Si tratta di una serie di opere fortificate che si dispiegano, per 120 km, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Il vero punto focale della Gustav è Montecassino, una montagna (516 s.l.m.) che si trova alla confluenza della valle del fiume Rapido con la valle del fiume Liri e costituisce, per gli alleati che avanzano dal sud, il catenaccio che chiude l’accesso alla piana pontina e quindi a Roma. Il Monte è stato trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale, realizzando postazioni per mitragliatrici e cannoni e campi minati. L’attacco a Montecassino viene sferrato il 17 gennaio ’44, dando l’avvio alla prima di quelle che saranno le “quattro battaglie per Montecassino” e, nel corso delle quali, l’USAAF raderà al suolo l’antico monastero che è in cima alla montagna. Gli Anglo americani, bloccati per mesi dalla Gustav, progettano uno sbarco alle terga della linea fortificata, da effettuarsi sulle coste di Anzio e Nettuno, cittadine che all’epoca sono unite nell’unico comune di Nettunia.

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ULIANO

(zuppe d'ova, bandiere rosse, seicento multiple e tavoli di latta)

di Sergio ROSSI

 



Talete Ferrari, piu noto con il soprannome di "Valanga", stava attentando all'onore di Nicla, quindici anni come lui, sotto un letto; in casa oltre loro solo la nonna della ragazza per meta paralitica e per tre quarti rincoglionita. Il Valanga usava come un ragnone nero tutte le sue zampe per immobilizzare la vittima che, al momento di cedere, si senti un'eroina di uno dei romanzi che leggeva di nascosto: "... e con la forza mi fece sua... - penso e sospiro teatrale - Ma cosa fai sciagurato?" Il Topino interruppe il suo ragionamento insurrezionale: "Un maschio? Si? e com'e?" "Un toro - disse Peppe - piu di cinque chili!" "Un altro compagno, ora che si fa il socialismo; e come lo chiami?" "Uliano, come il cognome di Lenin, ti piace?" Virginia si rese conto troppo tardi dell'equivoco, per un po’ continuo a chiamare Giuliano suo figlio, disperatamente da sola, perche per l'anagrafe, ma anche per il padre ed i fratelli, Uliano si sarebbe chiamato Uliano. Poi si arrese.


Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
www.gordianol.blogspot.com
http://cinetecadicaino.blogspot.com/
Pag. 385 - Euro 18,00 - ISBN 9788876063176
Il Foglio Letterario Edizioni - www.ilfoglioletterario.it - Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 

ALESSANDRO MARCHETTI - UN PONTINO CHE SOGNO’ DI VOLARE

 

Alessandro Marchetti

La terra pontina ha dato all’Italia dei figli splendidi, tra questi ve n’è uno che è stato una delle glorie dell’industria aeronautica. Si tratta di Alessandro Marchetti che nasce a Cori il 16 giugno 1884.

Figlio di un ingegnere, noto progettista, sarà ingegnere a sua volta laureandosi all’Università della Sapienza nel 1908. Ma il giovane Alessandro, sin da subito, apparirà poco interessato a disegnare villette, ponti e strade come molti suoi colleghi. L’incontro “sulla via di Damasco” per lui si sostanzia nell’assistere, un anno dopo la laurea, a una dimostrazione aviatoria a Centocelle alla quale partecipa uno dei fratelli Wright. L’aviazione è agli esordi, ma vedere quell’intrecci di legno, tela e tiranti volare, sarà per il giovane Marchetti un colpo di fulmine.

Un ingegnere è soprattutto uno strutturista. Vive ponendosi e rispondendo a una domanda: la struttura che ho creato resisterà? Marchetti trasferirà lo stesso quesito alle macchine volanti. Inizia nel 1911, con una produzione in proprio, facendosi finanziare dal padre la costruzione della “Chimera”, uno di quegli accrocchi di legno di abete e tela che volano in quegli anni.

Sarà solo il primo velivolo di tanti altri, alcuni dei quali presenteranno delle situazioni originalissime, restando delle pietre angolari nella storia aeronautica mondiale.  

Inizierà la carriera come ingegnere aeronautico presso la ditta Spezzina Vikers Terni dove progetta un caccia interamente metallico. E’ l’intercettore M.T.V. (Marchetti, Terni, Vikers) che raggiunge la velocità di 278 km/h. E’ il caccia tutto italiano, di grandi prestazioni, che ci è mancato nella grande guerra.

È con la mossa successiva che il nostro ingegnere si affaccia a quella realtà che lo renderà veramente famoso. Nel 1921, infatti, entra a far parte della compagine societaria della S.I.A.I. (Società Idrovolanti Alta Italia) che diventerà così S.I.A.I. Marchetti.

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I sommergibili tascabili italiani nel secondo conflitto mondiale”

Un libro di Daniele Lembo edito dalla MA.RO. EDITRICE

 

I sommergibili tascabili italiani

Durante il Ventennio fascista, comparve un manifesto teso a propagandare la preparazione navale dell’Italia. L’affissione murale mostrava la silhouette della penisola italiana, sulla quale erano indicate le dislocazioni delle varie Armate e delle batterie costiere. Nel Mar Mediterraneo erano raffigurate le sagome delle navi della flotta e una enorme quantità di sommergibili. Questi ultimi erano schierati su una linea continua ed impenetrabile lungo tutta la costa della penisola. Sul cartellone in questione campeggiava la scritta “E’ vulnerabile l’Italia? No!”.

Benché la propaganda si discosti di norma dalla realtà, dandone un’immagine falsata, nel caso citato, per quanto riguarda i sommergibili, il grafico pubblicitario aveva illustrato in modo reale la situazione della Flotta subacquea.

Alla data del 10 giugno 1940, la Marina italiana disponeva di 115 sommergibili, di cui 38 oceanici e 77 costieri. Le unità subacquee italiane erano, per numero, seconde solo a quelle della Russia, la cui flotta subacquea comprendeva 160 sommergibili i quali però erano costretti ad operare divisi, impegnati in quattro mari diversi, senza potersi prestare reciproco aiuto. Inoltre, molti dei battelli con la “stella rossa” erano di modestissimo tonnellaggio e destinati esclusivamente all’impiego costiero. Oltre ai 115 Smg. in linea alla data dell’entrata in guerra, la Marina nazionale stava completando l’allestimento dei sommergibili Bianchi e Torelli ed erano in costruzione altri 6 sommergibili oceanici e 6 tascabili.

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BENITO MUSSOLINI NELLE LETTERE A CLARETTA

 

Il nuovo libro della Mondadori “Benito Mussolini – A Clara – tutte le lettere a Clara Petacci 1943 - 1945” costituisce uno degli eventi editoriali dell’anno. Ebbene, questo eccezionale epistolario è stato presentato a Latina sabato 14 gennaio nell’ambito della Mostra “80 Latina” organizzata a palazzo “M” dall’associazione “Anima Latina”.  A presentare l’importante edizione sono intervenuti coloro i quali l’hanno voluta, seguita e curata. In primo luogo il dott. Agostino Attanasio – Sovrintendente all’Archivio Centrale dello Stato - che nella realizzazione della stessa ha avuto un ruolo apicale, poiché le lettere di Mussolini presso quell’archivio sono custodite. Altro rilevante intervento è stato quello della dott.ssa  Luisa Montevecchi che ha curato il volume. L’attività della Montevecchi, si è sostanziata, inizialmente, nella lettura e interpretazione di centinaia di lettere del Duce e della Petacci. Dopodiché la studiosa ha dovuto intessere un monumentale sistema di note capaci di rendere quelle lettere chiare e fruibili anche a chi del periodo storico in argomento ha solo vaghe nozioni scolastiche. Un lavoro, insomma, quello della Montevecchi, che deve essere durato alcuni anni. La serata, infine, è stata arricchita dall’intervento di Giuseppe Parlato -  professore di Storia contemporanea presso l’Università San Pio V - che, assieme alla professoressa Elena Aga Rossi, ha curato l’introduzione al libro.

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I SOMMERGIBILI DELLA REGIA MARINA

 

Qualsiasi tipo di propaganda tende, inevitabilmente, a presentare il prodotto che si pubblicizza in maniera molto più rosea di quello che è la realtà dei fatti. Anche la propagande militare non ha mai derogato a questo principio basilare.

Dare delle proprie forze armate un quadro migliore di quello che sono in realtà ha il molteplice scopo di scoraggiare i nemici, incoraggiare gli amici e stabilizzare il fronte interno, in caso di guerra, dando alla propria Nazione la sicurezza di essere ben difesa. Durante il Ventennio fascista, comparve un manifesto murale teso a propagandare la preparazione navale dell’Italia Fascista. Sul manifesto compariva la silhouette della penisola italiana, sulla quale erano indicate le dislocazioni delle varie Armate e delle batterie costiere. Nel mar Mediterraneo erano raffigurate le sagome delle navi della flotta, divise in tre Squadre, e una quantità enorme di sommergibili che erano schierati su una linea continua ed impenetrabile lungo tutta la costa della penisola, con l’esclusione dell’adriatico, chiuso al traffico nemico da uno sbarramento di mine. Sul cartellone in questione campeggiava la scritta “E’ vulnerabile l’Italia? No!”.

Ciò che colpiva, e colpisce ancora oggi, della locandina descritta, sono le centinaia di unità subacquee raffigurate che sembrano essere una muta di cani da guardia feroci, posti a guardia dei confini marittimi nazionali. Ebbene, benché la propaganda sia di norma difforme dalla realtà dei fatti, nel caso citato, il grafico pubblicitario aveva illustrato la situazione quale effettivamente sarebbe stata per la Regia Marina al momento di entrare in guerra. Alla data del 10 giugno 1940, la Marina italiana disponeva di una flotta subacquea composta di 115 sommergibili, di cui 38 oceanici e 77 costieri. Per numero, le unità subacquee italiane erano seconde solo a quelle della Russia, la cui flotta subacquea comprendeva 160 sommergibili i quali però erano costretti ad operare divisi, impegnati in quattro mari diversi, senza potersi prestare reciproco aiuto. Inoltre, molti dei battelli con la “stella rossa” erano di modestissimo tonnellaggio e destinati esclusivamente all’impiego costiero.

 

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ITALO BALBO, L’UOMO E IL MITO

Italo Balbo

Una mattina di fine luglio 1940 un aereo inglese lancia su di un aeroporto libico della Regia Aeronautica questo messaggio, contenuto in un bossolo: “The British Royal Air Force expresses its sincere sympathy in the death of marshal Balbo, a great leader and a gallant aviator, personally Known to me , Whom fate has placed on other side. Arthur Longmore, Air Officer Commanding- in Chief. British Royal Air Force, Middle east.” Sono le condoglianze del capo della RAF del Medio Oriente, per la morte di Italo Balbo che è stato abbattuto nel cielo di Tobruk il 28 luglio 1940, mentre era comandi di un trimotore Siai Marchetti S.M. 79.  La morte di Balbo, avvenuta a causa di un errore della contraerea italiana che abbatte il suo velivolo, farà molto discutere e anche se la commissione d’inchiesta accerterà che la sciagura è avvenuta sicuramente per errore, saranno in molti a pensare che sia stata una congiura ordita a Roma. Se sulla meccanica dell’incidente nasceranno dubbi, su di Italo Balbo c’è sicuramente una certezza: si tratta di un uomo eccezionale amato dagli amici e stimato dai nemici. Nasce nel 1896 a Quartesana  in provincia di Ferrara e, con lo scoppio del primo conflitto mondiale, si arruola volontario come ufficiale degli alpini. Il dopoguerra, come per molti altri, è un periodo di bollenti passioni. Nel  1920, dopo la laurea in scienze politiche, fonda il Fascio di Ferrara. Sarà il ras del fascismo ferrarese e, alla giovanissima età di 26 anni, si ritrova ad essere uno dei quadriumviri della marcia su Roma. Si impone rapidamente all’attenzione di tutti per il suo fascino  guascone ma soprattutto per la tempra che dimostra. Tra l’altro è l’unico dei gerarchi che da del “tu” al Duce che si diverte, tra l’altro, a sfottere dicendogli: “Disturberei se parlassi con il fondatore dell’Impero ?”. La sua carriera brucia tutte le tappe.

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UNA COLONNA SPEZZATA NELLA PIANA PONTINA

ALDO BORMIDA  UNO DEI PRIMI ITALIANI SUL FRONTE DI NETTUNO

 

Aldo Bormida

Gli Angloamericani nella loro avanzata lungo la penisola italiana, furono fermati per mesi dalla linea “Gustav”. Si trattava di una serie di opere fortificate che si dispiegavano, per 120 km, da Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San Vito/Ortona. Punto nodale della “Gustav” fu Montecassino che, trasformato dai tedeschi in una fortezza naturale, vide infrangersi numerosi attacchi da parte Alleata. Per superare la Gustav, gli Alleati, progettarono uno sbarco alle spalle della linea fortificata e fu così che nacque “l’Operazione Shingle”, ovvero lo sbarco sulle coste di Anzio e Nettuno. La “Shingle” ebbe inizio il 17 gennaio ’44 con violenti bombardamenti sulla costa e solo nella notte del 22 gennaio, alle 2.00 del mattino, le truppe iniziarono a sbarcare. L’intera operazione fu una sorta di fallimento e le truppe finirono ad impantanarsi sulla costa pontina. Il commento di Churchill fu dir poco caustico: “ avevo sperato – scrisse lo statista inglese - di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva con una balena arenata.” Solo il 23 maggio gli Alleati diedero l’avvio all’operazione “Buffalo” che aveva come obiettivo Cisterna di Latina. Fortunatamente, la conquista della cittadina laziale consenti al 6° Corpo d’Armata di riunirsi alle avanguardie americane del 2° Corpo d’Armata che, reduci da Montecassino, avanzavano da Terracina. Come è noto i “liberatori” entrarono a Roma solo il 4 di giugno seguente.

 

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